Il “Sirio”

Il “piroscafo veloce” Sirio venne costruito nei cantieri Naplier di Glasgow il 24 marzo 1883. Lo scafo era in ferro, stazzava 3.635 tonnellate e poteva contare su una macchina alternativa da 3.900 cavalli in grado d’imprimergli una velocità di 15 nodi. La sua linea sottile e appuntita aveva uno stile audace e moderno nell’architettura navale del suo tempo, quando sugli oceani si celebrava l’acceso duello tra due epopee: quella della tradizione velica arrivata al suo massimo splendore e quella emergente del vapore.
I due fumaioli esili e accostati esternavano la nuova potenza meccanica, i tre alberi a goletta facevano venire in mente le attrezzature dei velieri e in qualche modo acquietavano i passeggeri dalle possibili avarie della macchina alternativa. Il Sirio aveva 48 posti di prima classe a poppa, una grande sala da pranzo, un auditorio e sala per signore con fumatoio. La seconda classe si trovava a proravia del ponte di comando e poteva disporre di 80 posti. Poi c’era la suburra della terza classe. I poveri, che avevano venduto tutto per pagarsi il viaggio, venivano sistemati nei grandi cameroni derivati dai corridoi delle stive per un totale di 1290 posti.
Il Sirio partì dai cantieri di Glasgow il 19 giugno 1883, comandato dal capitano Sebastiano Rosasco, giunse a Genova il 27 giugno e ripartì il 15 luglio 1883 per il suo viaggio inaugurale al Plata. Quel maiden voyage fu il primo di una lunga serie di viaggi legati per lo più alla storia della nostra emigrazione, che cessarono, purtroppo, sulla scogliera di Capo Palos nel 1906.
Il naufragio ebbe dell’incredibile e le critiche furono notevoli, perché la giornata era bella, il mare in bonaccia e la visibilità buona. La nave, proveniente da Genova e diretta verso lo Stretto di Gibilterra, andava a tutta velocità quando andò a schiantarsi su una delle secche più note del Mediterraneo.
Il Sirio restò come un cavallo quando salta l’ostacolo, con la prua che guarda il cielo e la poppa poggiata sugli scogli a tre metri di profondità. Aveva a bordo 120 passeggeri di prima e seconda classe e oltre 1200 emigranti che durante il giorno prendevano il sole a proravia. Gran parte di loro, per l’urto improvviso, furono scaraventati in mare e morirono annegati.
All’epoca si disse che avrebbero potuto salvarsi quasi tutti, poichè il Sirio non affondò subito, ma rimase in agonia ben sedici giorni, prima di spaccarsi in due e andare a fondo. Purtroppo le operazioni di salvataggio furono talmente disordinate e confuse che ci furono 293 morti (riconosciuti ufficialmente dai Registri dei Lloyd’s londinesi), ma per la stampa, e in questo non fu mai contraddetta, le vittime superarono le 500 unità, gran parte delle quali fu pietosamente composta lungo il molo del porto di Cartagena e poi tumulata nei cimiteri della zona.
Nel piccolo museo di Capo Palos dedicato al Sirio, sono tuttora conservati i volantini che propagandavano anche le soste “fuori programma” per far salire i clandestini. La questione non fu mai chiarita, ma si disse anche che senza quelle tappe sottocosta, la nave sarebbe passata al largo della scogliera chiamata Bajo de Fuera.
Si aprirono le inchieste di rito, ma emerse, contrariamente alle tante accuse rivolte contro lo stato maggiore della nave, che il comandante del Sirio Giuseppe Piccone, insieme ai suoi ufficiali, diresse con calma le operazioni d’abbandono nave e fu l’ultimo a porsi in salvo. Fu stabilito, tuttavia, che l’erronea valutazione della posizione della nave e della distanza dalle secche fu causa del grave incidente e delle tragiche conseguenze che ne derivarono.
Il capitano Giuseppe Piccone che aveva sessantadue anni ed era al comando del Sirio da ventisette anni, fu rinviato a giudizio, ma chiuso nel suo dolore, morì a Genova due mesi dopo l’evento descritto.
Il Sirio apparteneva ad una grande Società: la Navigazione Generale Italiana (N.G.I), nata nel 1881 all’atto della fusione delle Società Riunite Florio-Rubattino. La gloriosa N.G.I. risultò composta di 81 vapori e detenne il monopolio del trasporto passeggeri e merci della nostra Marina sino al 1936 quando nacque, per volontà di Mussolini, il gruppo FINMARE.

Annunci

A real American Story

mj(di Marco Crestani)

Mi è capitato questo sabato (27 giugno) di rivedere qualche video musicale di Michael Jackson trasmesso da MTV, che ha dedicato l’intero weekend al suo ricordo.
Tanti flash, un mare di ricordi, colori, visioni, sguardi, sogni. Il fascino di un artista in grado di trasformarsi e trasmettere emozioni uniche nel tempo.
MJ è stato uno dei personaggi più leggend­ari e controversi della storia musicale di tutti i temp­i. “A real American Story”, come hanno detto su Fox News celebrando la sua morte. Una celebrità intoccabile che voleva fermare il tempo ed essere Peter Pan.
Rebecca Walker ha scritto che “un essere umano non può sopravvivere a lungo senza il contatto dell’altro, non può respirare aria artificiale per troppi anni. Ci restano la musica, i ricordi e la vergogna del nostro voyeurismo narcisistico.”
Tante sono le scritte in suo tributo su MTV. “Re del Pop”, “icona della musica”, “mito” sono tra le espressioni più ricorrenti rivolte a “Jacko”, come sono soliti chiamarlo tutti i suoi fans statunitensi e d’oltremanica. Ci sono tante frasi fatte e un po’ troppi luoghi comuni, ma la commozione è sincera e spontanea. Quello che stupisce è la giovanissima età dei mittenti degli SMS che corrono in sovrimpressione.
“Michael sarai sempre il più grande. Una leggenda come te non sarà mai eguagliata”, “continuano a dirci che sei morto, ma loro non lo sanno che con la tua musica ti sei reso immortale”, “Grazie per le emozioni che mi hai regalato, sei stato il mio mito da quando ero una bambina e lo resterai per sempre. T.V.B.”, “michael ,sei riuscito a farci vivere tantissime emozioni con le tue canzoni,mentre tu rinunciavi a tante cose per noi.non ti dimenticheremo mai”, “un altro msg x te riposa in pace nn faccio ke piangere…nn ci credo ancora!!!addio..re del pop”, “piango come un bimbo ad ogni video che guardo in tv……michael grazie per le emozioni che mi hai dato”, “ciao michael,sono Martina e ho solo 8 anni: sono quasi tre giorni che quardo tutti i tuoi video.Ti voglio bene”…
«Il vero assassino di Michael Jackson è davanti a noi – scrive Adriano Celentano sul Corriere -, è lì che ci guarda, lo incontriamo tutti i giorni quando andiamo a comprare il giornale o quando guardiamo la televisione. Si può dire che l’assassino ce l’abbiamo in casa, gli diamo da mangiare, da dormire, però non facciamo niente per educarlo a non uccidere. Facciamo finta di non vederlo e ci guardiamo bene dall’incazzarci se la notizia che esce dal piccolo schermo sulla piena assoluzione di Jackson non ha lo stesso risalto di quando invece, per anni, lo hanno infamato accusandolo di molestie sessuali»
Mi ha colpito molto un’intervista a Riccardo Muti (Corriere della Sera, 27 giugno 2009), che ha dichiarato come «la sua controversa vicenda, le sue debolezze, l’irrequietezza estrem­a e alla fine stremata mi fanno pensare alle vicende dei grandi cas­trati barocchi come Caffarelli o Far­inelli, oggetti di culto e di una idol­atria sfrenata. Spesso vittime di questo culto».
Come sempre la storia ci insegna che gli atteggiamenti umani tendono ciclicamente a ripetersi, anche se, a loro modo, sono unici. E quell’America dei positivi anni Ottanta, così ottimisti e colorati da aver posto fine alla guerra fredda, oggi è solo un commovente ricordo.
Sempre Rebecca Walker ha scritto che non dimenticherà mai “il momento in cui ho saputo della sua morte. Michael Jackson, morto? continuavo a chiedere a mio marito. Una parte di me era morta con lui. Quella parte che sperava sempre che Michael potesse continuare a portare il tremendo fardello che lo opprimeva, che mi opprimeva. Quella parte di me che custodiva il ricordo della sua preziosa innocenza, della mia preziosa innocenza. Quella sera ho voluto rivedere una delle esibizioni più straordinarie di Michael su YouTube, sulle note della canzone «What about us». In un crescendo martellante Michael ripete all’infinito la sua domanda angosciata, «E noi? E noi?» mentre il pubblico urla e piange. Senza riflettere, ho distolto lo sguardo dal computer e ho detto a voce alta, «E noi? E lui?». Perché è questa la vera storia: sin dall’inizio si è trattato di noi, esclusivamente di noi. La sua morte ci serve da specchio, e da specchio abbiamo usato la sua vita. Non c’è spazio per Michael. Tragicamente, si tratta ancora, e sempre, di noi. Forse è questa l’ultima canzone di Michael, il suo ultimo dono: avere tutti un cuore più grande, e abbracciare con lo sguardo un orizzonte più vasto. Non è vero che si tratta sempre, e solo, di noi.”

Venanzio Fortunato

È una delle maggiori voci poetiche dell’antichità.
Eppure Venanzio Fortunato, poeta originario di Valdobbiadene, è probabilmente sconosciuto ai più, nonostante per secoli e secoli nelle chiese abbiano risuonato i suoi inni, tra i più celebri della cristianità, quali Crux fidelis, Vexilla regis o Ave maris stella.
Della sua terra e della sua gente dà notizia egli stesso nel IV libro della Vita di San Martino, quando indica al suo poema la strada da percorrere per raggiungere Ravenna e gli raccomanda di passare per Valdobbiadene: “Avanza attraverso Ceneda e vai a visitare i miei amici di Duplavilis: è la terra dove sono nato, la terra del mio sangue e dei miei genitori. Qui c’è l’origine della mia stirpe, ci sono mio fratello e mia sorella, tutti i miei nipoti che nel mio cuore io amo di un amore fedele. Valli a salutare, ancora ti chiedo, anche se di fretta”.