Memorie all’isola dei Morti

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Lasciatemi indugiare qui per un po’, prima che ricompaia nuovamente il mondo con le sue pazzie.
Qui, oltre la luce del sole, c’è la placida oscurità di un pomeriggio estivo e una memoria che cerca a tentoni dettagli, oggetti solidi, componenti del passato. Qui la vita e la morte si confondono in costellazioni effimere, al fluttuare di un ritmo cullante. Qui, in questo strampalato ordine, ciò che è stato storia ricade finalmente sotto l’egemonia della natura e ciò che è stato naturale, ricade nel dominio della storia.
Dalla sua vecchia bici color senape, Abbas ora mi sorride con quel suo modo vacuo di guardare ogni cosa, quasi non fosse proprio convinto della solidità del mondo e si aspettasse di vedere tutto quanto trasformarsi, per un bizzarro e divertente capriccio, in qualcosa di completamente diverso.

Isola dei Morti, lungo il fiume Piave a Moriago della Battaglia il pomeriggio di una domenica di luglio.

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Una passeggiata nei boschi

Un giorno, non molto tempo dopo il mio trasferimento con la famiglia in una cittadina del New Hampshire, mi ritrovai su un sentiero che spariva in un bosco ai margini dell’abitato.
Un cartello annunciava che non si trattava di un sentiero qualunque, ma del famoso Appalachian Trail. Con un’estensione di oltre 3400 chilometri lungo la costa orientale degli Stati Uniti, attraverso la catena placida e invitante dei monti Appalachi, l’Appalachian Trail è il capostipite di tutti i sentieri a lungo percorso. Solo la parte che si trova in Virginia è lunga il doppio del Pennine Way. Dalla Georgia al Maine taglia quattordici stati, attraverso morbide e piacevoli colline i cui nomi stessi — Blue Ridge, Smokies, Cumberlands, Catskills, Green Mountains — sembrano altrettanti inviti al viaggio. Chi potrebbe pronunciare le parole «Great Smoky Mountains» o «Shenandoah Valley» senza sentire un impulso insopprimibile, per usare le parole una volta impiegate dal naturalista John Muir, di «ficcare una pagnotta e un po’ di tè in una bisaccia e scavalcare lo steccato»?
E ora, inaspettatamente, eccolo snodarsi davanti a me, in curve pericolosamente seducenti, attraverso la placida cittadina del New England in cui mi ero da poco trasferito. II fatto che potessi uscite di casa e camminare per tremila chilometri fino alla Georgia, oppure prendere la direzione opposta e arrampicarmi sulle aspre e sassose White Mountains fino alla fiabesca prua del Mount Katahdin, sospeso su un letto di foresta a settecento chilometri a nord e immerso in uno scenario naturale che pochissimi esseri umani hanno avuto l’occasione di contemplare, mi pareva un’idea straordinaria. Al punto che una vocina nella mia testa cominciò a sussurrare con una certa insistenza: «Figata! Andiamo!»

bbupnbUna passeggiata nei boschi è molto più di un diario di viaggio. È qualcosa di strano e di illuminante, anche meraviglioso un atto d’amore nei confronti della natura americana e dell’intero pianeta. Un libro di memorie on the road in cui l’autore, Bill Bryson (noto scrittore di viaggi vissuto in Inghilterra per vent’anni) torna negli Stati Uniti e ha subito l’occasione di fare una lunga camminata sulla Appalachian Trail, uno dei più grandi percorsi escursionistici d’America.
“Può sembrare un’osservazione del tutto ovvia, ma per me fu un vero e proprio trauma, quando mi resi conto che si sarebbe trattato di un’impresa del tutto differente da una passeggiata nel Lake District, con lo zainetto della merenda e una cartina, che si conclude felicemente in un confortevole alberghetto.”
Lo accompagnerà Stephen Katz, suo vecchio amico del college ed ex alcolista. Entrambi sono fuori forma e principianti in fatto di trekking, ma fa davvero impressione come riescono a sopportare i tanti disagi che incontrano lungo il percorso.
Ne viene fuori un testo autoironico e pungente (con spunti ambientalisti di particolare rilievo) che riesce a rendere molto bene l’idea di due amici che si mettono in marcia tra i boschi senza avere la minima idea dei comportamenti minimi di sicurezza da tenere in una situazioni simili.
“Non so esattamente quando persi Katz, ma fu certamente entro le prime due ore di cammino. All’inizio aspettavo che mi raggiungesse, imprecante a ritmo di marcia e fermandosi a ogni passo per detergersi la fronte e dare un’amara occhiata a ciò che gli riservava l’immediato futuro. Era uno spettacolo sotto ogni aspetto penoso. A un certo punto decisi di aspettare finché non l’avessi visto ricomparire, per essere almeno sicuro di averlo ancora dietro, che non fosse caduto sul sentiero in preda alle palpitazioni, o non avesse scaricato lo zaino per dirigersi alla ricerca di Wes Wisson. Così aspettavo, finché non lo vedevo comparire tra gli alberi con il fiatone, incredibilmente lento e impegnato in un rumoroso e amaro soliloquio. A metà strada della terza cinta, di nome Black Mountain e alta circa mille metri, mi fermai per l’ennesima volta ad aspettare, e aspettai finché per un attimo pensai di tornare sui miei passi a vedere che fine aveva fatto íl mio compagno. Ma poi cambiai idea e mi rimisi in cammino. Avevo le mie piccole angustie a cui pensare.”
Perché essere positivi aiuta ad affrontare anche le situazioni più complicate e nella vita sorriso e ironia non devono mai mancare… 😉

Bill Bryson, Una passeggiata nei boschi, traduzione di Giuseppe Strazzeri, Narratori della Fenice, Guanda 2015.

Viaggio nei Balcani

vnbElisabetta Tiveron ha occhi curiosi, è una viaggiatrice sensibile e attenta. Sa cogliere la profondità e l’essenza dei luoghi che visita e ha capito quanto il cibo sia intriso di significati simbolici, tanto che unisce persone e culture anche quando le frontiere separano.
I Balcani sono un miscuglio di etnie molto complesso. Una sorta di crocevia in cui culture e storie si sono intrecciate e sovrapposte tra loro per secoli dando luogo a una cucina straordinariamente varia, crogiolo di culture alimentari mediterranee e slave, eccellente mix fra Occidente e Oriente.
Il cibo nei Balcani è amalgama, punto d’incontro, un modo per dare il benvenuto e far sentire a proprio agio l’ospite.

“… pensiamo a tutti quei piccoli produttori che abbiamo incontrato nei mercati, o lungo le strade, che non avevano mai lasciato la terra, o ci sono ritornati perché da lì potevano ripartire, piantando alberi da frutta, coltivando ortaggi, dedicandosi all’apicoltura o alla pastorizia, riscoprendo e rivalutando prodotti e metodi di lavorazione.”

Nutrirsi viaggiando è un po’ introiettare il mondo altrui, tentare di capirlo, di comprenderlo. Ma il momento più importante è l’arrivo in un altrove, l’incontro con l’altro.

“Io e mia sorella Caterina continuiamo a guardarci intorno con aria incantata, facendo domande al signor Aljović (con il solito linguaggio fatto di parole in varie lingue e ricorrendo alla proverbiale gestualità italiana, di cui siamo spontaneamente dotate…) sulla produzione del somun.
Lo vediamo orgoglioso del nostro interesse, che capisce essere sincero e reale. E orgoglioso del proprio lavoro. È una bella persona, emana serenità e pacatezza. Con me e Caterina ha un atteggiamento quasi paterno, come se ci conoscesse da tanto tempo, e non da pochi minuti. Ci regala dei pani che cominciamo a mangiare subito, sono bollenti ma non sappiamo resistere… Ci piacerebbe rimanere lì per l’intero pomeriggio: l’atmosfera ci affascina, il profumo è inebriante, il sapore di quel pane assolutamente meraviglioso… ma non vogliamo rubare altro tempo prezioso ai panettieri. E poi, abbiamo l’intero quartiere ancora da esplorare… Ringraziamo, salutiamo, torniamo in strada sotto la pioggia leggera (che di Iì a breve diventerà intensa) e ricominciamo la nostra passeggiata, continuando a mangiare somun, finché non sparisce anche l’ultima briciola…”

I Balcani hanno un fascino discreto che Elisabetta Tiveron ha saputo cogliere ed esprimere parlando di incontri, di conoscenze, di confronti.

“Impossibile camminare per le strade di Sarajevo senza essere attratti dall’arcobaleno cromatico dei dolcissimi lokum (con conseguente voglia di provarli tutti), dal profumo del pane e della carne grigliata, senza essere tentati dalle morbide poltrone fuori dai caffè, che invitano a fermarsi e dedicarsi a quello che viene comunemente (e talvolta spregiativamente) chiamato “ozio” e che invece dovremmo definire “riappropriazione del tempo”…”

Il viaggio è un percorso per farci ritrovare con noi stessi e forse per metterci alla prova. Quindi niente pacchetti all-inclusive, niente smania di arrivare, solo il desiderio di potersi gustare il cammino.
Perché in questo taccuino tutto speciale è possibile sentire profumi, sapori, vedere colori e luci diverse da quelle a cui siamo abituati. Ma anche incontrare la solidarietà autentica e la dimensione umana della vita.

“Della Bosnia non è facile parlare, perché la gente si porta dentro ferire così grandi, e i segni della guerra sono ancora così visibili da spostare facilmente l’attenzione su questioni diverse dal cibo.
Città come Sarajevo e Mostar destabilizzano. A un certo punto senti irrefrenabile il bisogno di avere una visione d’insieme, come se questo ti permettesse di capire meglio passato, presente e futuro… e l’unico modo per farlo, fisicamente, è inerpicarsi sulle colline intorno e guardare dall’alto.”

Perché viaggiare è vagare, osservare, parlare, stupirsi. Preparare un bagaglio il più possibile leggero e riempirlo strada facendo. E poi conoscere, capire, confrontarsi.
(MC)

Elisabetta Tiveron, Viaggio nei Balcani, Kellerman 2014.

La seduzione dell’avventura

Ci sono palpiti dell’anima che il tempo che passa, gli anni che lasciano segni sulla pelle e ancor più nello spirito, non possono cancellare. Anzi, se possibile, in qualche caso il volgere dei fogli del calendario più che far dimenticare riesce solo ad accrescere questi sentimenti, con il compimento di una strana trasformazione, una mutazione irrazionale, il cui risultato finale è un turbamento dello spirito di dimensioni maggiori dell’emozione iniziale. Non bastano nemmeno i traguardi raggiunti di un’appagante serenità familiare o di una posizione sociale stabile e sicura per spegnere quel fuoco.

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Ci sono piccoli libri che danno piccole scosse e ti fanno riscoprire il valore di una parola o rivedere un’immagine che credevi persa. Piccoli libri dal fraseggio delicato che danno pace e sicurezza interiore, spianano le rughe dello spirito.

Alberto Sciamplicotti, La seduzione dell’avventura, Ediciclo editore 2014.

Diario di Oaxaca

Eccomi dunque in viaggio per Oaxaca, dove insieme ad altri appassionati di botanica trascorrerò una settimana alla ricerca di rare specie di felci, felice di lasciarmi alle spalle il freddo inverno newyorkese. Già sull’aereo (un volo dell’AeroMéxico) si respira un’atmosfera completamente diversa. Appena decollati tutti si alzano, incuranti delle spie luminose ancora accese: c’è chi chiacchiera nei corridoi, chi comincia ad aprire le borse con le cibarie, qualche mamma allatta il suo bebè, dando improvvisamente vita a scene tipiche di un mercato o di un caffè messicani. Appena messo piede sull’aereo ci si sente già in Messico. E la stessa sensazione che ho provato qualche volta sui voli italiani o spagnoli, ma in questo caso è più intensa, con quell’atmosfera di fiesta e allegria che mi circonda.

II mio vicino mi chiede il motivo del mio viaggio in Messico. Gli spiego che faccio parte di un gruppo di appassionati di botanica diretti a Oaxaca, nel Sud del paese. Siamo in parecchi su questo volo da New York, e ci ritroveremo con gli altri a Città del Messico. Quando gli dico che si tratta del mio primo viaggio in Messico, incomincia a parlare con toni entusiastici del paese e mi presta la sua guida. Devo assolutamente andare a vedere, mi dice, l’enorme albero di Oaxaca, vecchio di migliaia di anni, un vero fenomeno della natura. Gli confesso di conoscerlo già in fotografia, fin da bambino, e che è una delle attrazioni che mi hanno spinto a questo viaggio a Oaxaca.

Diario di OaxacaOliver Sacks ha sempre avuto un debole per certi diari di storia naturale del diciannovesimo secolo come L’arcipelago malese di Wallace, The Naturalist on the River Amazons di Bates, Notes of a Botanist di Spruce o Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente di Humboldt. Quello che lo ha da sempre affascinato è l’idea che i percorsi di questi tre straordinari divulgatori della scienza si siano incrociati e che tutti e tre hanno trascorso un periodo nella stessa zona della foresta amazzonica.
Sacks è colpito da come, in un certo senso, tutti e tre erano dei dilettanti, degli autodidatti entusiasti e puri, spinti dalla semplice passione e non appartenenti a nessuna istituzione.
È stata “quest’atmosfera professionale discreta, incontaminata, governata dal piacere dell’avventura e della conoscenza, piuttosto che dall’egoismo e dall’ambizione sfrenata”, che ha attirato Sacks per la prima volta verso l’American Fern Society e lo ha spinto, all’inizio del 2000, a condividere l’esperienza di un viaggio di ricerca nell’affascinante regione di Oaxaca, in Messico.
“Ed è stato il desiderio di esplorare quell’atmosfera che mi ha spronato a tenere questo diario.”

Oliver Sacks, Diario di Oaxaca, traduzione di Maurizio Migliaccio, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

La strada alla fine del mondo

Non era un’isola naturale. L’erba che ci bagnava di rugiada le gambe e gli abeti rossi coperti di muschio erano cresciuti su una piattaforma artificiale. A ventiquattro chilometri da Hartley Bay lungo il Douglas Channel, questo era un antico villaggio della tribù Gitga. Anticamente, gli indigeni che vivevano qui avevano trascinato giù dalle montagne tronchi di cedro giallo, che non marcivano nell’acqua, li avevano deposti sul fondale del fiume e avevano creato la terra dove prima non esisteva. Su quest’isola avevano poi scavato dei pozzi e costruito una dozzina di case. Quando altre tribù attaccavano il loro villaggio sulla terraferma, le donne e i bambini venivano a rifugiarsi sull’isola.
Prima degli aeroplani e delle barche a vapore, la valle del Quaal era un’importante via commerciale che si collegava alla valle del fiume Ecstall attraverso un valico non molto alto. Da decenni ormai nessuno passava di lì. Lo avremmo fatto noi: ci apprestavamo a risalire a piedi il corso del Quaal e scendere lungo l’Ecstall. Ovviamente con i canotti, il sistema migliore.

aleutNel giugno 2007, Erin McKittrick e suo marito Hig lasciano Seattle per le Isole Aleutine e viaggiano lungo le coste della British Columbia e dell’Alaska attraverso alcuni dei terreni più accidentati del mondo.
La strada alla fine del mondo è la storia del loro viaggio senza precedenti, lungo la costa nord-ovest. Un viaggio di apprendimento e scoperta per capire meglio l’interazione tra comunità umane, ecosistemi e risorse naturali. Passo dopo passo, esplorando nel vero senso della parola.

Erin McKittrick, La strada alla fine del mondo, traduzione di Maddalena Togliani, Bollati Boringhieri 2014.

Inarrestabile lava

Il pomeriggio è stato un tempo senza tempo.
E’ scivolato lungo i doveri che una casa richiede.
Il senso di questa giornata si farà viva forse stasera, con la saggezza e la quiete del buio. So già che domanda e risposta verranno da sé, nascendo da luoghi cui non posso accedere, ma che devo soltanto accettare.
Le intuizioni non hanno scorciatole e non usano trucchi. Sono semplici e quando vengono, le si riconosce subito, poiché lasciano una scia di verità autentica.
D’inverno il buio arriva presto, circonda le case, si cala sulle strade come nebbia inconsistente oscurando la prospettiva visiva e calmando la frenesia interiore.
Questa sera non sono uscito, preferendo stare a casa solo, in silenzio; sentivo che sarebbero giunti segnali, da tradurre in azioni, in scelte.

homo sapiens nord estQuindici racconti, due capitoli: storie a nord est, sensi a nord est.
Monologo lirico, a solo per voce, poema filosofico, delirio, visione, sogno allucinato… Lo spettacolo della verbalità umana sfrenata affascina perché forse solo essa può riprodurre con sempre nuova inventiva lo spazio interiore delle nostre menti.
Colpisce il ritmo lacerato e folgorante di questi racconti, che travolgono e mettono a fuoco una realtà che a volte infastidisce, ma che al contempo si mostra affascinante e impetuosa. Il testo di Dorigo non conosce la pausa, la calma e la tregua degli a capo. E’ un’acuminata, inarrestabile e fluente lava che non segue nessun movimento, rettilineo o circolare o a spirale: non prende le mosse da un punto per arrivare a un’altro. E’ il seguito di linee sospese e intermittenti, di repentini cambiamenti di tono. Trascina con sé, in un unico e prezioso impasto, una massa di materiale dissonante e stridente, una serie di frammenti scomposti…

 Cristiano Prakash Dorigo, Homo sapiens nord est, Mare di carta, 2012.