Brevità

La brevità è il punto di forza di una lettera, ma anche il suo problema principale: non è facile, infatti, essere allo stesso tempo concisi ed esaustivi.

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È difficile rimanere onesti in politica

Sempre a proposito di lettere… ecco una lettera di parecchi anni fa ancora attuale.

Quando ero giovane, io ebbi un’esperienza simile a quella di molti altri: pensavo di dedicarmi alla vita politica, non appena fossi divenuto padrone di me stesso. Ora mi avvenne che questo capitasse allora alla città: il governo, attaccato da molti, passò in altre mani, e cinquantun cittadini divennero i reggitori dello stato. Undici furono posti a capo del centro urbano, dieci a capo del Pireo, tutti con l’incarico di sovraintendere al mercato e di occuparsi dell’amministrazione, e, sopra costoro, trenta magistrati con pieni poteri. Tra costoro erano alcuni miei familiari e conoscenti, che subito mi invitarono a prender parte alla vita pubblica, come ad attività degna di me.
Io credevo veramente (e non c’è niente di strano, giovane come ero) che avrebbero purificata la città dall’ingiustizia traendola a un viver giusto, e perciò stavo ad osservare attentamente che cosa avrebbero fatto.
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Le parole adatte

La lettera di Abraham Lincoln all’insegnante di suo figlio scritta il suo primo giorno di scuola.

Il mio figlioletto inizia oggi la scuola: per lui, tutto sarà strano e nuovo per un po’ e desidero che sia trattato con delicatezza. È un’avventura che potrebbe portarlo ad attraversare continenti, un’avventura che, probabilmente, comprenderà guerre, tragedie e dolore. Vivere questa vita richiederà Fede, Amore e Coraggio. Quindi, maestro caro, la prego di prenderlo per mano e di insegnargli le cose che dovrà conoscere.
Gli trasferisca l’insegnamento, ma con dolcezza, se può. Gli insegni che per ogni nemico c’è un amico. Dovrà sapere che non tutti gli uomini sono giusti, che non tutti gli uomini sono sinceri. Gli faccia però anche comprendere che per ogni farabutto c’è un eroe, che per ogni politico disonesto c’è un capo pieno di dedizione.
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Il problema non è sapere molte cose

Hugo Von Hoffmannsthal, scrittore, drammaturgo e librettista austriaco vissuto tra Ottocento e Novecento, ci spiega a più riprese che in fatto di letteratura il problema non è sapere molte cose, è metterle a contatto tra loro creando, con immaginazione e spirito critico, sistemi di relazione, per stabilire rapporti nuovi.
La letteratura è punto di orientamento, costruzione dell’immaginario, dibattito di idee. Vuole anche essere un luogo in cui ci si educa al senso vivido degli individui, alla capacità di accogliere nel proprio mondo chi ancora non ne fa parte.
Perché chi ha esperienza di letterature vive indirettamente molte vite diverse, si nutre di compassione e di desiderio di giustizia e il suo giudizio di spettatore coinvolto è sensibile più di ogni altro alla complessità e all’imponderabile.

Botteghe affumicate e lucenti

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Noi eravamo contenti del nostro Quartiere. Posto al limite del centro della città, il Quartiere si estendeva fino alle prime case della periferia, là dove cominciava la via Aretina, coi suoi orti e la sua strada ferrata, le prime case borghesi, e i villini. Via Pietrapiana era la strada che tagliava diritto il Quartiere, come sezionandolo fra Santa Croce e l’Arno sulla destra, i Giardini e l’Annunziata sulla sinistra. Ma su questo versante era già un luogo signorile, isolato nel silenzio, gravitante verso San Marco e l’Università, disertato dalla gente popolana che lasciava i figli scavallare sulle proprie strade dai nomi d’angeli, di santi e di mestieri, nomi antichi di famiglie “grasse” del Trecento. Via de’ Malcontenti ne era un’arteria e un monito; via dell’Agnolo la suburra, sulla quale immetteva Borgo Allegri ove in un’età lontana un’immagine della Madonna, dipinta da un concittadino immortale, portata in processione, si degnò miracolare in mezzo al popolo, “rallegrandolo”.
Panni alle finestre, donne discinte. Ma anche povertà patita con orgoglio, affetti difesi con i denti. Operai, e più propriamente, falegnami, calzolai, maniscalchi, meccanici, mosaicisti. E bettole, botteghe affumicate e lucenti, caffè novecento.
La strada. Firenze. Quartiere di Santa Croce.

Tratto da Vasco Pratolini, Il Quartiere, edizione BUR Scrittori Contemporanei, gennaio 2012.

Niente dura, neppure i pensieri dentro di te

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Queste sono le ultime cose, scriveva. A una a una scompaiono e non ritornano più. Posso raccontarti di quelle che ho visto, di quelle che non esistono più, ma temo di non averne il tempo. Tutto sta accadendo così velocemente ora, che non riesco a tenervi dietro.
Non mi aspetto che tu capisca. Non hai mai visto niente di tutto questo, e anche se ci provassi non potresti neppure immaginarlo. Queste sono le ultime cose. Una casa un giorno è lì e il giorno dopo è sparita. Una strada lungo la quale solo ieri camminavi, oggi non esiste più. Persino il tempo è in un flusso costante. Un giorno di sole seguito da un giorno di pioggia, un giorno di neve seguito da un giorno di nebbia, il caldo e poi il freddo, il vento e poi la calma, un periodo di freddo pungente e poi oggi, nel mezzo dell’inverno, un pomeriggio di luce fragrante, caldo al punto da far sudare. Quando vivi in città impari a non dare nulla per scontato. Chiudi gli occhi per un attimo, ti giri a guardare qualcos’altro e la cosa che era dinanzi a te è sparita all’improvviso. Niente dura, vedi, neppure i pensieri dentro di te. E non devi sprecare tempo a cercarli. Quando una cosa sparisce, finisce.
Ecco come vivo, continuava la sua lettera. Mangio poco. Quel tanto che basta per tirare avanti passo dopo passo, e niente più. Talvolta mi assale la debolezza, e sento che non riuscirò a muovere il prossimo passo. Ma me la cavo. Nonostante gli sbandamenti riesco a tirare avanti. Dovresti vedere come me la cavo bene.

Paul Auster, Nel paese delle ultime cose, traduzione di Monica Sperandini, Einaudi 2003.

Chi viaggia si apre all’altro

ann02Antonio Annoni era un camminatore lento, elegante. Era uno che entrava in contatto con le terre che visitava e studiava la società attraverso lo spazio e grazie allo spazio. Un osservatore profondo che non faceva domande, ma aveva gli occhi sempre in moto a raccogliere ogni indicazione di cui aveva bisogno.
Per lui il cammino era intimità e conversazione con i luoghi, ma anche espediente per riprendere contatto con se stesso.
Camminava come se avesse timore di non riuscire a vedere tutto e detestava tutto ciò che era angusto, stretto e gretto.
Diceva —  e lo diceva spesso — che viaggiare era “cercare un nesso tra nomi e cose” ed era convinto che certi luoghi conservassero tanta memoria del loro passato.
Era convinto che al tragitto e alla tappa corrispondessero due percezioni fondamentalmente diverse dei viaggio: lo spostamento e la pausa. E “se entrambi contribuiscono a dar forma allo stesso viaggio, rispondono a logiche e a emozioni differenti. L’uno non si dà senza l’altra, ma si può preferire l’uno all’altra, e la mia preferenza va alla pausa, che è dell’ordine dell’intimità.”
Sentiva che la vera felicità era ritrovarsi —  tra viaggiatori — raccolti attorno a un fuoco e parlare, confrontarsi, dialogare.
“La vera formazione è sempre orale, poiché solo la parola orale permette il dialogo, ossia la possibilità di scoprire la verità nello scambio delle domande e delle risposte. Ciò che la parola viva scrive nelle anime è più reale e più durevole dei caratteri tracciati sul papiro o sulla pergamena.”
Fu socio della Società Geografica Italiana tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento e ricoprì diversi incarichi presso le maggiori istituzioni geografiche. Non fece viaggi in luoghi particolarmente lontani, ma si arricchì di persone nuove e vide sfilare più volte paesaggi illuminati da soli radenti.
Aveva capito che a spingerlo era la curiosità, la semplice passione di apprendere qualche segreto di vite diverse, sconosciute.
“L’importanza che siamo disposti ad attribuire ai nostri viaggi dipende dallo sguardo che gettiamo sulle nostre vite.”
Chi viaggia si apre all’altro, continuava a dire.