Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili)

(di Marco Crestani)

Non è facile scrivere un blog. Soprattutto non è facile scriverci tutti i giorni in maniera interessante e originale stabilendo un dialogo con i propri lettori, non forzando la mano e rispettando le opinioni altrui.
Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) di Giulio Mozzi è una sorta di “diario pubblico” (secondo la definizione dell’autore) tratto dal blog dello scrittore padovano, uno dei primi autori italiani ad aver utilizzato il web per comunicare dimostrando di saperci fare. E bene.
Ne è venuto fuori un libro difficile da definire, ma che ti prende, un “diario pubblico” (secondo la definizione dell’autore) spesso divertente, un blog di carta che traduce il quotidiano in parole in cui non si capisce mai fino in fondo di che cosa parla.
Le atmosfere irreali, le battute incomprensibili, il rumore bianco di certi silenzi sono senz’altro segnali sorprendenti, sfuggenti, magari incoerenti. Mai però banali.
Ciò che rende Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili) un libro da non perdere sono i dialoghi fitti, gli incontri stravaganti, gli equivoci e i contrattempi davvero esilaranti, le battute graffianti intrise di humor, che via via fanno affiorare tutto quello che il coperchio delle buone apparenze nasconde. Oppure le brevi storie dai ritmi vorticosi ambientate in treno, le “fotografie”, i bozzetti, vere e proprie gag in cui non c’è mai una morale.

Ieri, ore quattro e quarantadue. Supermercato Il Castoro, Roma, viale Val Padana.
Signora: «Mi dà un vasetto di maionese?».
Commesso: «Vasetto o tubetto?».
Signora: «Tubetto».

Si dice che i finali sempre aperti sono quelli della vita. Ecco, nella loro compiutezza questi scritti, apparentemente innocui, hanno il senso che hanno, non c’è bisogno di cercarlo.
La vita è un intreccio di tragico e comico e che cos’è la letteratura se non la rappresentazione dell’uomo e delle sue contraddizioni, “lo spazio in cui autore e lettore dialogano a partire dalle proprie concrete esistenze storiche” (Jean-Paul Sartre).
Tra le righe di questa raccolta di racconti si colgono aggressività latenti, ansie, fragilità, spesso su uno sfondo di malinconica coscienza dei contrasti che viviamo tutti i giorni.
Ogni scritto trascina il lettore in un ritmo vorticoso il cui motore non è l’azione, ma la parola, che ha notevole valore espressivo.

Il signore pensa molto intensamente.
“Ma insomma” sbotta dopo un po’, “la stazione da che parte è?”
Ho un’intuizione.
“Di là” gli dico, indicandogli dalla parte sbagliata.
“Grazie” dice il tipo. E si avvia dalla parte giusta.

Redatti giorno per giorno, spesso una singola riga può darci una sottile emozione, colpendoci per lo stile e l’atmosfera, ma anche per lapidaria laconicità.
E’ comunque l’effetto di insieme ciò che colpisce, l’affilato e intelligente sarcasmo, la prosa essenziale, le maschere drammatiche e comiche insieme.
Quella di Giulio Mozzi, si nota, è una ricerca laboriosa condotta con onestà, rigore e costante atteggiamento di curiosità. Dove ogni parola è limata allo stremo.

Giulio Mozzi, Sono l’ultimo a scendere (e altre storie credibili), Mondadori, settembre 2009.

A real American Story

mj(di Marco Crestani)

Mi è capitato questo sabato (27 giugno) di rivedere qualche video musicale di Michael Jackson trasmesso da MTV, che ha dedicato l’intero weekend al suo ricordo.
Tanti flash, un mare di ricordi, colori, visioni, sguardi, sogni. Il fascino di un artista in grado di trasformarsi e trasmettere emozioni uniche nel tempo.
MJ è stato uno dei personaggi più leggend­ari e controversi della storia musicale di tutti i temp­i. “A real American Story”, come hanno detto su Fox News celebrando la sua morte. Una celebrità intoccabile che voleva fermare il tempo ed essere Peter Pan.
Rebecca Walker ha scritto che “un essere umano non può sopravvivere a lungo senza il contatto dell’altro, non può respirare aria artificiale per troppi anni. Ci restano la musica, i ricordi e la vergogna del nostro voyeurismo narcisistico.”
Tante sono le scritte in suo tributo su MTV. “Re del Pop”, “icona della musica”, “mito” sono tra le espressioni più ricorrenti rivolte a “Jacko”, come sono soliti chiamarlo tutti i suoi fans statunitensi e d’oltremanica. Ci sono tante frasi fatte e un po’ troppi luoghi comuni, ma la commozione è sincera e spontanea. Quello che stupisce è la giovanissima età dei mittenti degli SMS che corrono in sovrimpressione.
“Michael sarai sempre il più grande. Una leggenda come te non sarà mai eguagliata”, “continuano a dirci che sei morto, ma loro non lo sanno che con la tua musica ti sei reso immortale”, “Grazie per le emozioni che mi hai regalato, sei stato il mio mito da quando ero una bambina e lo resterai per sempre. T.V.B.”, “michael ,sei riuscito a farci vivere tantissime emozioni con le tue canzoni,mentre tu rinunciavi a tante cose per noi.non ti dimenticheremo mai”, “un altro msg x te riposa in pace nn faccio ke piangere…nn ci credo ancora!!!addio..re del pop”, “piango come un bimbo ad ogni video che guardo in tv……michael grazie per le emozioni che mi hai dato”, “ciao michael,sono Martina e ho solo 8 anni: sono quasi tre giorni che quardo tutti i tuoi video.Ti voglio bene”…
«Il vero assassino di Michael Jackson è davanti a noi – scrive Adriano Celentano sul Corriere -, è lì che ci guarda, lo incontriamo tutti i giorni quando andiamo a comprare il giornale o quando guardiamo la televisione. Si può dire che l’assassino ce l’abbiamo in casa, gli diamo da mangiare, da dormire, però non facciamo niente per educarlo a non uccidere. Facciamo finta di non vederlo e ci guardiamo bene dall’incazzarci se la notizia che esce dal piccolo schermo sulla piena assoluzione di Jackson non ha lo stesso risalto di quando invece, per anni, lo hanno infamato accusandolo di molestie sessuali»
Mi ha colpito molto un’intervista a Riccardo Muti (Corriere della Sera, 27 giugno 2009), che ha dichiarato come «la sua controversa vicenda, le sue debolezze, l’irrequietezza estrem­a e alla fine stremata mi fanno pensare alle vicende dei grandi cas­trati barocchi come Caffarelli o Far­inelli, oggetti di culto e di una idol­atria sfrenata. Spesso vittime di questo culto».
Come sempre la storia ci insegna che gli atteggiamenti umani tendono ciclicamente a ripetersi, anche se, a loro modo, sono unici. E quell’America dei positivi anni Ottanta, così ottimisti e colorati da aver posto fine alla guerra fredda, oggi è solo un commovente ricordo.
Sempre Rebecca Walker ha scritto che non dimenticherà mai “il momento in cui ho saputo della sua morte. Michael Jackson, morto? continuavo a chiedere a mio marito. Una parte di me era morta con lui. Quella parte che sperava sempre che Michael potesse continuare a portare il tremendo fardello che lo opprimeva, che mi opprimeva. Quella parte di me che custodiva il ricordo della sua preziosa innocenza, della mia preziosa innocenza. Quella sera ho voluto rivedere una delle esibizioni più straordinarie di Michael su YouTube, sulle note della canzone «What about us». In un crescendo martellante Michael ripete all’infinito la sua domanda angosciata, «E noi? E noi?» mentre il pubblico urla e piange. Senza riflettere, ho distolto lo sguardo dal computer e ho detto a voce alta, «E noi? E lui?». Perché è questa la vera storia: sin dall’inizio si è trattato di noi, esclusivamente di noi. La sua morte ci serve da specchio, e da specchio abbiamo usato la sua vita. Non c’è spazio per Michael. Tragicamente, si tratta ancora, e sempre, di noi. Forse è questa l’ultima canzone di Michael, il suo ultimo dono: avere tutti un cuore più grande, e abbracciare con lo sguardo un orizzonte più vasto. Non è vero che si tratta sempre, e solo, di noi.”

Come vivere?

(Mario Rigoni Stern, da RITRATTI di Marco Paolini)

mario_rigoni_stern1“Come vivere? Allora questa domanda ce la dobbiamo porre non soltanto alla fine di un millennio, di un secolo, di un anno, ma tutti i giorni, e tutti i giorni svegliandoci, si dovrebbe dire: oggi che cosa ci aspetta? Allora io considero che si dovrebbero fare le cose bene, perché non c’è maggiore soddisfazione di un lavoro ben fatto. Un lavoro ben fatto, qualsiasi lavoro, fatto dall’uomo che non si prefigge solo il guadagno, ma anche un arricchimento, un lavoro manuale, un lavoro intellettuale che sia, un lavoro ben fatto è quello che appaga l’uomo. Io coltivo l’orto, e qualche volta, quando vedo le aiuole ben tirate con il letame ben sotto, con la terra ben spianata, provo soddisfazione uguale a quella che faccio quando ho finito un buon racconto.
E allora dico anche questo, no: una catasta di legno ben fatta, ben allineata, ben in squadra, che non cade, è bella; un lavoro manuale, quando non è ripetitivo, ricordo ‘Tempi moderni’ di Charlot, è sempre un lavoro che va bene, perché è anche creativo. Un bravo falegname, un bravo artigiano, un bravo scalpellino, un bravo contadino; e oggi dico sempre quando mi incontro con i ragazzi: voi magari aspirate ad avere un impiego in banca, ma ricordatevi che fare il contadino per bene è più intellettuale che non fare il cassiere di banca. Perché un contadino deve sapere di genetica, di meteorologia, di chimica, di astronomia persino. E allora tutti questi lavori che noi consideriamo magari lavori così, magari con un certo disprezzo, sono lavori invece intellettuali.”

Io confesso

io-confesso2E’ la storia di un prete prigioniero del segreto della confessione. Non è però un film a sfondo religioso. Hitchcock, cattolico e praticante, non ha nulla – ci pare – del mistico o del proselito. Nei suoi film si parla di Dio (ciononostante restano profani), ma i protagonisti non sono attraversati da nessuna inquietudine propriamente religiosa. Il soggetto all’origine di I Confess è anzi piuttosto mediocre e melodrammatico, derivato da una pièce dimenticata del dimenticato Paul Anthelme e un bel giorno riesumata da Louis Verneuil. Hitchcock comunque vi apportò sostanziali modifiche. Per la prima volta, dai tempi di L’ombra del dubbio (Shadow of a Doubt. 1943), non si rivolse a uno sceneggiatore di professione, ma a un romanziere cattolico, Paul Tabori, e a un drammaturgo, William Archibald, che prima aveva curato l’adattamento teatrale di The Turn of the Screw di Henry James. Keller (O.E. Hasse), il sagrestano di una chiesa del Québec, ha commesso un omicidio per rubare. Rivela il suo delitto, in confessione, al vicario della parrocchia, padre Logan (Montgomery Clift). La vittima è un certo Villette, proprio quello che intendeva ricattare il prete perché lo aveva sorpreso, prima che prendesse i voti, in compagnia di una donna sposata (Ann Baxter). Logan manca di accortezza e così finisce per attirare i sospetti su di sé. In questo film il problema non è sapere se il prete resterà fedele o meno al segreto. Non si tratta nemmeno del classico conflitto tragico tra la fede giurata e la tentazione, o la scusa, delle circostanze. Insieme alla paura fisica – motivo esteriore che innesca la «suspense», peraltro tenuto in secondo piano, padre Logan scopre un terribile, vertiginoso senso di colpa. Nel confessionale ha assunto su di sé l’altrui peccato in virtù della sua stessa innocenza. Ma questa innocenza forse è solo apparente. Il nostro eroe non è un individuo di purezza assoluta, non fosse altro perché presta il fianco alla calunnia. Prete, non è più un uomo come gli altri. L’ordinazione ha cancellato il suo passato come il battesimo cancella il peccato originale. Ora, questo passato, gli viene gettato in faccia dal mondo, dalla polizia, dalla giustizia. Il suo errore, se di errore si tratta, non sta nel fatto di essere stato un uomo e basta, ma, al contrario, di cedere all’intimidazione, al ricatto, di voler riscattare con una condotta eroica, paradossale, quel che non si può più redimere. Di cedere alla tentazione del martirio. Oltre a una allegoria della Caduta, assistiamo dunque a una situazione tragica degna di questo nome. Hanno gridato all’inverosimiglianza. Logan non poteva forse trovare qualche scappatoia? Forse. Di certo non voleva. Ma allora si comportava da santo o da presuntuoso? Non è compito del poeta tragico giudicare i suoi simili. E poi il passato – fardello sempre grave in Hitchcock, che faccia pensare alle pagine della Genesi o alla «riminiscenza» platonica – questo passato di Logan viene scoperto con un magnifico flash-back, al suono di una melodia di Dimitri Tiomkin che più indovinata non si può. Sentiamo che tra quel passato e il presente c’è una discordanza che a tutti i costi occorre risolvere, soffocare, prima che scatti il meccanismo. Un meccanismo avviato con gusto dall’ispettore di polizia; quanto al procuratore, il giorno del processo: «Se già le è accaduto, in un impulso di collera, di picchiare Villette, quando insultava una signora, per quale motivo avrebbe dovuto resistere alla tentazione di ucciderlo, quando erano in gioco la reputazione della signora e la sua?». Logan non sa cosa rispondere. Comunque la giuria, per mancanza di prove concrete, lo assolve. E’ da questo momento che comincia il suo vero calvario. La folla non accetta la sentenza. In mezzo alle urla, con dignità, senza neanche un rimedio per lavare la vergogna, il prete esce lentamente dall’aula. Tra i volti ostili della gente lo vediamo solo, come il Cristo che porta la croce, mentre scende la grande scalinata del tribunale. Poi, ai piedi della scalinata, la calca, gli spintoni: come Cristo, ancora, cade, incrinando col gomito lo specchietto di un’automobile. E’ a questo punto che interviene Dio – o per lo meno tutto avviene come se fosse così. Qualcuno lancia un grido. E’ la signora Keller. La donna ammette le colpe del marito e, di fatto, ne convalida la confessione: non è un ricattatore, ma solo un blasfemo. Keller scappa. Il film si chiude con un inseguimento d’ispirazione classica, ma magnificato dall’eroismo di Logan – con sprezzo della vita, tenta di salvare il sagrestano – e dalla terribile risposta di Kefler: «Lei è più disgraziato di me, padre. Tutti l’abbandonano. Sarebbe meglio per lei se fosse morto». Il privilegio costante delle inquadrature dal basso conferisce ai personaggi e alle scenografie la maestà di rigore. Il ritmo è più lento, il montaggio meno spezzettato, la macchina da presa segue il personaggio principale, anzi, la stessa andatura di padre Logan è il motivo conduttore del film. Nelle due scene più belle, Hitchcock trae profitto da una raffinata combinazione della ripresa continuata con gli effetti di montaggio. Una è la scena già citata del tribunale. L’altra si svolge nella chiesa un po’ prima dell’arresto di Logan. Un movimento di macchina accompagna il prete mentre attraversa la navata in direzione dell’altare, lì dove si trova Keller che sta sistemando dei fiori. Il sagrestano, colto di sfuggita in primo piano, lo squadra con aria interrogativa. Attacco sul movimento e controcampo, raccordo quasi invisibile e di mirabile audacia; nuova carrellata sui due uomini mentre, l’uno dietro I’altro, si dirigono verso la sagrestia. Keller ferma Logan: altri primi piani. Sguardi che tradiscono la paura, paura che cresce in ciascuno a vederla nello sguardo dell’altro. Sguardo vitreo del primo per mascherare il terrore dietro il sarcasmo, duro e fiero del secondo, ma già attraversato da quel panico che l’altro crede di leggere nei suoi occhi. Sguardi densi di significato, gravidi di una vertigine insondabile, degna replica dello sguardo di Ingríd Bergman in Under Capricorn. Del resto, Hitchcock utilizza gli sguardi, lungo tutto il film, come linee direttrici della trama, canali conduttori destinati a far defluire l’eccedenza delle coscienze: lo sguardo del poliziotto (Karl Malden) che sorveglia con un solo occhio l’interlocutore, mentre questi ci nasconde l’altro con la sua testa; l’incontro tra il prete e la moglie del consigliere; in tribunale, lo sguardo di Logan durante l’ínterrogatorio, al processo, nella scena finale… In questa storia dove la bocca del protagonista resta volontariamente chiusa, solo gli sguardi ci permettono di accedere agli arcani del suo pensiero. Dell’anima, sono i più degni e fedeli messaggeri. Il tono di questo film che non lascia posto all’umorismo. Tutt’al più possiamo distinguere una breve notazione satirica, l’interrogatorio delle due scolarette, e soprattutto qualche incidente insolito, più inquietante che comico: la caduta dalla bicicletta, l’improvvisa apparizione del mazzo di fiori portato da Keller mentre Ann Baxter esce dalla chiesa. Se ci teniamo a ridere, Hitchcock ci ha offerto tante altre occasioni.

Io confesso (1953), un film di Alfred Hitchcock, con Montgomery Clift, Anne Baxter, Karl Malden, Brian Aherne.

Elias Canetti, il volto oscuro del genio

(di Claudio Magris)

Era un don Chisciotte solitario. Ma un giorno mi disse: la nostra amicizia si è conclusa Nella tradizione ebraica c’ è un demone «che vede senza essere veduto». Forse, come diceva Singer, uno scrittore assomiglia facilmente a questo demone e la scrittura è spesso anche un modo di sottrarsi, di nascondere il proprio volto pure quando si narra la propria autobiografia con una precisa fedeltà che si converte spesso, anche inconsapevolmente, in un insondabile travestimento. Pochi scrittori hanno saputo nascondersi come Elias Canetti, che ha celebrato in pagine indimenticabili la metamorfosi quale strategia per sfuggire al potere e alla morte e l’ ha padroneggiata nella sua stessa vita e non solo quando, al telefono, per non essere disturbato, fingeva di essere una governante, salvo poi togliersi, con qualcuno, questa maschera. Così era successo a me, una volta in cui gli avevo telefonato a Londra, dove lo avevo incontrato la prima volta già negli anni ‘ 60, quando i suoi anni inglesi, quelli dell’esilio, stavano per finire ed erano forse per lui intimamente finiti. La stagione inglese, nella vita di Canetti, non è del resto soltanto il periodo compreso fra il 1939 – quando egli emigra con la moglie Veza dalla Vienna nazista – e il 1971, il periodo della guerra, del dopoguerra e dei governi Thatcher; in Inghilterra, e precisamente a Manchester, Canetti aveva già trascorso da ragazzo – quasi ancora bambino – due anni fra il 1911 e il 1913, rievocati – forse reinventati o occultati? – con grande forza poetica nella Lingua salvata (la sua autobiografia) e fondamentali per la sua anomala educazione sentimentale: gli anni della morte del padre e del feroce e ferito amore per la madre, della scoperta della lingua tedesca, quella in cui egli sarebbe divenuto – forse soltanto con un libro, Auto da fé – uno dei più singolari e più grandi scrittori della letteratura universale. Nella Lingua salvata e nei successivi volumi della sua autobiografia – ai quali, più che al suo capolavoro narrativo, al grandioso e abnorme saggio Massa e potere, ai geniali aforismi o a splendidi libri di viaggio come Le voci di Marrakech egli deve la fama e il premio Nobel – Canetti rievoca la sua città natale, Rustschuk nell’ attuale Bulgaria, crogiolo di popoli, culture, idiomi e religioni in cui egli nasce il 25 luglio 1905 da una famiglia ebrea sefardita; la sua lingua madre è infatti lo spaniolo, l’ antico castigliano degli ebrei di Spagna. Suggestivo affresco di quell’ infanzia e di quel mondo cosmopolita dell’ Europa centro-sud-orientale, l’ autobiografia, che nei volumi seguenti abbraccia gli altri luoghi dell’ esistenza dello scrittore, da Manchester a Zurigo a Vienna, e i fatti salienti della sua esperienza, specialmente culturale, nasconde l’ essenziale della sua vita più di quanto lo riveli. Essa aggira – pur documentando dati, date e figure – soprattutto quel buco nero costituito dal suo irripetibile, unico, grande capolavoro, inquietante in primo luogo per lui stesso, che più tardi ha infatti cercato di attutirne e addomesticarne l’ eccezionale e distruttiva forza d’ urto: Auto da fé, il romanzo uscito nel 1935, una gelida e inesorabile parabola della malattia mortale contemporanea, del delirio che sconvolge la ragione del secolo o meglio della ragione divenuta essa stessa delirio. Auto da fé è la grottesca odissea dell’ intelligenza che, per paura della vita, si trincera contro di essa, si costruisce una corazza e infine si distrugge perché si è trasformata tutta in una corazza, che schiaccia l’ esistenza. Il romanzo ritrae, con perfetta coerenza stilistica e straordinaria potenza poetica, un mondo follemente caotico e prosciugato di ogni desiderio, in cui la paranoia impedisce agli uomini di proiettare i loro affetti sulle cose. L’ io, l’ autore scompare; è come se nessuno guardasse e ordinasse le cose, che assumono una stravolta disumanità, in una disperata mancanza d’ amore che fa sentire, per contrasto, la necessità dell’ amore. La fine o abolizione del soggetto, tante volte proclamata dalle avanguardie letterarie, raramente è stata realizzata con altrettanta radicalità come in quest’ opera, da cui irradia il gelo della follia o meglio di una realtà non più contemplata e percepita dall’ uomo, nella quale l’ umano è quasi sparito. Vienna, la Vienna quale basso ventre della storia e la Vienna dei furori morali di Karl Kraus, è stata per Canetti il teatro del mondo di quell’ apocalisse. Auto da fé ha la sgradevolezza dei grandi libri, che non concedono nulla, non ammorbidiscono l’ angoscia e la morte, non smussano alcuno spigolo e colpiscono come un pugno; è uno dei più grandi libri scritti sulla demonia del Novecento e della vita, da un autore che deve essersi trovato sul ciglio di quell’ abisso, prossimo al gorgo di quel delirio. Un autore di cui l’ autobiografia non dice quasi nulla e che non riusciamo a immaginare né forse a collegare con l’ uomo gentile e pacato che ho avuto la fortuna di frequentare personalmente, a Trieste e a Zurigo insieme alla mia famiglia, e che una volta, insieme a Nora Baldi, l’ autrice del Paradiso di Saba, abbiamo portato – non senza una sua certa preoccupazione – in barca nel golfo triestino. Un autore che mi ha aiutato a fare chiarezza in me stesso in certi miei momenti di oscurità e ha avuto per me parole di indimenticabile generosità, che mi hanno aiutato a crescere. Un autore che incantava tanti anni fa i miei studenti a Trieste, rimasti ancora oggi legati in un «gruppo Canetti» triestino ormai mitico e che in tanti scritti successivi ad Auto da fé, specialmente nei saggi e negli aforismi, è divenuto maestro e simbolo di umanità. Apprezzato da Mann e da Musil, Auto da fé, riscoperto decenni dopo, era pressoché scomparso dalla scena letteraria, come due testi letterari, Nozze eLa commedia della vanità, cui si aggiungerà più tardi un altro, Vite a scadenza, anch’ esso interessante ma tutto sommato trascurabile. Per molti anni Canetti ha rinunciato alla letteratura d’ invenzione per dedicarsi a quello che egli considerava l’ opera principale della sua vita, alla quale egli e la moglie Veza hanno sacrificato tutto e alla quale egli ha sacrificato pure le esigenze dell’ amatissima Veza: Massa e potere, analisi di questi due fenomeni antropologici e storici che si avvale di uno sterminato materiale soprattutto mitico. Non si tratta, come egli voleva credere, di un libro che esprima una verità oggettiva e scientifica, ma di una grandiosa metafora, la cui verità è poetica; è un’ abnorme parabola della morte, del potere, della massa, del delirio, cui doveva seguire una seconda e impossibile (e infatti mai uscita) parte, quella che doveva, dopo la diagnosi del male, indicare i rimedi; forse addirittura l’ inconfessata donchisciottesca utopia di sconfiggere la morte e disarmare il potere in ogni sua forma, grandiosa e umanissima monomania. Da quel libro sono in certo modo nate pure le sue raccolte di fulminei aforismi e i saggi che riprendono e variano il tema della morte, della resistenza ad essa e al suo falso splendore, del potere e della metamorfosi quale strategia per sfuggirgli, del tirannico impulso a sopravvivere a spese degli altri. Canetti ha avuto la forza di sopportare l’ oscurità e di non pubblicare per tanti anni. Non è forse un buon servizio pubblicare ora tutte le sue carte postume, come i recenti ricordi intitolati Parties inglesi, usciti in Germania e in Francia, che non aggiungono nulla al suo ritratto e talora mettono in imbarazzo il suo entusiasta e accanito lettore, con quelle immagini di grandi personalità – Bertrand Russell, Henry Moore, Herbert Read e tanti altri – non narrate bensì solo descritte, sia pure in un’ esemplare prosa classica, e destinate a restare isolate e senza vita come busti in un parco e come i personaggi illustri di quei parties di cui lo scrittore denuncia la sostanziale futilità. Generiche critiche all’ Inghilterra, tanto più deboli in quei terribili anni di guerra, peraltro quasi assenti nel libro, si alternano a intense durissime pagine contro i governi Thatcher e a sfoghi penosi, come quello sulla sua liaison con Iris Murdoch. Ma anche un genio ha il diritto, come tutti, di essere talvolta banale e di scrivere quello che gli pare, perfino meschinità, e di lasciarle nel suo cassetto. Canetti ha insegnato a rispettare ogni vita e a proteggerla contro la morte. Sven Hanuschek gli ha dedicato una mirabile biografia, esaustiva e umanissima, la quale aiuta più di ogni altro testo a comprendere l’ uomo e lo scrittore, il quale guardava con sospetto e diffidenza chi si metteva sulle sue tracce, che egli cercava invece di celare, per stemperare la sua immagine e per nascondere il volto estremo dell’ autore di Auto da fé dietro una figura rassicurante e positiva. Quando, con la libertà che si può e si deve avere con i grandi scrittori, dissi a Canetti che la sua autobiografia stava ad Auto da fé come un bellissimo saggio su Kafka sta al Processo, si adombrò e scrisse che il tempo della nostra amicizia si era concluso. Dopo averlo letto e conosciuto guardo il mondo diversamente; da lui ho imparato, come da pochi altri, che – come egli ha scritto – ognuno, ma veramente ognuno è il centro del mondo Nato a Rustschuk, nell’ attuale Bulgaria, Canetti ha vissuto in diverse città europee. Si è laureato a Londra nel 1929, in chimica, ma il suo vero interesse è sempre stato la letteratura: è autore di saggi, testi teatrali e autobiografici e del romanzo «Auto da fé» (foto Rolf Adelcreutz/Corbis) Vita e opere Elias Canetti nasce il 25 luglio 1905 a Rustschuk, in Bulgaria. Nel 1935 pubblica il romanzo «Die Blendung» (in italiano «Auto da fé»). Nel 1938, emigra a Londra. Lì lavora a «Massa e potere», che vedrà la luce nel 1960. Premiato nel 1981 con il Nobel per la letteratura, muore a Zurigo il 14 agosto del 1994 In Italia i suo libri sono pubblicati da Adelphi. In occasione del centenario della nascita, è in uscita da Bollati Boringhieri la biografia «Elias Canetti, metamorfosi e identità» di Youssef Ishaghpour, in libreria dal primo settembre (pp. 240, euro 32) Testimoni La scrittrice Iris Murdoch (Dublino 1919 – Oxford 1999), ebbe una relazione con Elias Canetti durante gli «anni inglesi» del Nobel bulgaro

(19 luglio 2005) – Corriere della Sera

Ryszard Kapuściński, sulle tracce di Erodoto

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“Benché l’aeroporto di Algeri fosse chiuso e deserto, il nostro aereo, appartenente alle linee nazionali, venne comunque fatto atterrare. Fummo subito circondati da soldati in giubbotto grigioverde che ci scortarono fino a un edificio vetrato. Il controllo, eseguito da militari cortesi ma laconici, non fu particolarmente fastidioso. Ci comunicarono che durante la notte c’era stato un colpo di stato, che il “tiranno” era stato spodestato e il potere assunto dal Comando generale. “Il tiranno?” mi trattenni dal chiedere. “Ma quale tiranno?” Avevo incontrato Ben Bella due anni prima ad Addis Abeba: mi era parso una persona cortese, addirittura simpatica. La città è grande, piena di sole, distesa ad anfiteatro nel vasto golfo. È tutto un salire e uno scendere. Ci sono strade eleganti alla moda francese e affollate alla moda araba. Vi regna una mescolanza di architetture, abbigliamenti e usanze mediterranei. Tutto abbaglia, odora, inebria, affatica. Tutto incuriosisce, attira, affascina e suscita inquietudine. Quando si è stanchi ci si può sedere in uno degli innumerevoli caffè arabi o francesi o mangiare in uno degli innumerevoli bar o ristoranti. Con il mare così vicino, i locali traboccano di pesce d’ogni genere: frutti di mare, crostacei, cozze, polpi, seppie, ostriche. Ma Algeri è innanzitutto il luogo di incontro e di convivenza di due culture: l’araba e la cristiana. La storia di questa convivenza è anche la storia della città (che comunque ha una lunga preistoria fenicia, greca e romana). Chi vive tra l’ombra di una chiesa e quella di una moschea avverte in continuazione il confine tra queste due zone. Prendiamo ad esempio il centro. La sua parte araba si chiama Casbah. Per entrarvi bisogna salire decine di larghe scalinate in pietra, ma non è questo il problema. Il problema è la diversità, sempre più tangibile a mano a mano che ci addentriamo nei vicoli. Ci addentriamo, oppure cerchiamo di svignarcela il più in fretta possibile per sottrarci al fastidio e al disagio delle decine di sguardi immobili che ci fissano con insistenza da ogni parte? Forse è solo una nostra impressione, forse siamo troppo sensibili: ma come mai tutta questa ipersensibilità ci viene proprio nella Casbah, mentre se qualcuno ci guarda in una strada francese la cosa non ce ne importa niente? Come mai in una strada francese non ci fa né caldo né freddo, mentre nella Casbah ci mette tanto a disagio? Gli occhi della gente sono dappertutto gli stessi, il vizio di fissare, pure: e tuttavia reagiamo alle due situazioni in modo completamente diverso. Non voglio dire che, una volta fuori dalla Casbah e rientrati nel quartiere francese, tiriamo addirittura un sospirone di sollievo. Però ci sentiamo più a nostro agio, più liberi e naturali. Come mai, in tante migliaia di anni e in nessuna parte del mondo, non siamo riusciti a eliminare questi stati d’animo nascosti e addirittura inconsapevoli? Uno straniero qualsiasi, che fosse stato sul mio stesso volo per Algeri, non si sarebbe accorto che la notte prima era successo un fatto importante come un colpo di stato e che Ben Bella, il leader popolare nel mondo intero, era stato deposto e sostituito dallo sconosciuto e – come presto si sarebbe visto – riservato e laconico capo dell’esercito Houari Boumedienne. L’azione era stata condotta di notte, lontano dal centro città, in una parte dell’esclusivo quartiere residenziale Hydra riservato al governo e ai generali e inaccessibile alla gente comune. In città non si erano sentite esplosioni o sparatorie, non si erano visti soldati e carri armati. La mattina dopo la gente si era recata al lavoro come al solito, i negozianti avevano aperto le botteghe, i venditori ambulanti le bancarelle e i baristi avevano preparato il caffè per i clienti. Gli spazzini avevano spruzzato d’acqua le strade per rinfrescare l’aria prima della consueta meridiana. I motori degli autobus arrancanti sulle salite avevano emesso il solito ringhio disperato. Camminavo per la città, depresso e furioso contro Judi. Perché mi aveva indotto a partire? Che cosa ero venuto a fare ad Algeri? Che cosa avrei scritto, come avrei giustificato il mio arrivo? Ad un tratto, vidi formarsi un capannello in Avenue Mohammed V. Corsi a vedere. Ma si trattava solo di oziosi attratti dalla lite tra due autisti scontratisi all’incrocio. In fondo alla strada intravidi un altro piccolo assembramento. Corsi a vedere. Era una fila di gente che aspettava pazientemente l’apertura dell’ufficio postale. Il mio taccuino era intonso: niente da registrare. E invece proprio da quel soggiorno ad Algeri avrei imparato che, malgrado gli anni di esperienza giornalistica, stavo sbagliando tutto. Cercavo le immagini spettacolari, convinto che l’immagine potesse sostituire una comprensione più approfondita della realtà, che il mondo si potesse interpretare solo attraverso ciò che ci mostrava nell’ora della convulsione spasmodica, quando era scosso da spari ed esplosioni, avvolto dal fumo, dalle fiamme, dalla polvere e dal puzzo di bruciato; quando crollava in rovina e la gente disperata piangeva sulle spoglie dei propri cari. Ma come si arrivava a drammi del genere? Che cosa ci dicevano quelle scene di distruzione piene di grida e di sangue? Quali forze, sotterranee e invisibili ma nello stesso tempo possenti e irrefrenabili, le avevano causate? Rappresentavano le fine del processo o non ne erano che l’inizio, il preannuncio di ulteriori sviluppi, generatori di conflitti e tensioni? E chi li avrebbe seguiti, questi ulteriori sviluppi? Non certo noi, corrispondenti e reporter: appena sulla scena degli eventi si seppellivano i morti, si sgombravano le strade dalle carcasse delle macchine incendiate e dalle vetrine rotte, noi giornalisti facevamo fagotto e proseguivamo verso luoghi dove si incendiavano macchine, si spaccavano le vetrine dei negozi e si scavavano fosse per i caduti. Possibile che non si potesse superare quello stereotipo, uscire da quella catena di immagini e provare ad andare un po’ più a fondo? Non potendo descrivere i carri armati, le auto incendiate e le vetrine infrante che non avevo visto, e volendo giustificare il fatto di essere venuto ad Algeri, decisi di ricercare i retroscena e le molle segrete del colpo di stato per scoprire che cosa vi si nascondesse dietro e che cosa volesse dire. Il che significava parlare, osservare la gente e il luogo, leggere. In poche parole, cercare di capirci qualcosa. Di colpo Algeri mi apparve uno dei luoghi più affascinanti e drammatici del mondo. Nello spazio ristretto di quella splendida ma affollata città si incrociavano due grandi conflitti del mondo contemporaneo: quello tra il cristianesimo e l’islam (espresso dallo scontro tra la Francia colonizzatrice e l’Algeria colonizzata) e quello, inaspritosi subito dopo la partenza dei francesi e la conquista dell’indipendenza, tra la corrente aperta, dialogica e, diciamo così, mediterranea dell’islam, e la sua corrente chiusa, originata dell’insicurezza e dallo smarrimento causato dal mondo contemporaneo: la corrente dei fondamentalisti che, pur approfittando della tecnica e dell’organizzazione moderna, consideravano la difesa della fede e dei costumi come la condizione indispensabile per sopravvivere e mantenere la propria identità. Algeri, nata ai tempi di Erodoto come villaggio di pescatori e in seguito sviluppatasi come porto di navi fenicie e greche, si affaccia da un lato sul mare, ma dall’altro si apre sulla grande provincia desertica che qui chiamano bled e che è il dominio di popolazioni osservanti le leggi dell’antico islam chiuso. Ad Algeri si parla addirittura di due islam diversi: uno, l’islam del deserto e l’altro, l’islam del fiume (o del mare). Il primo è la religione delle tribù nomadi combattenti che, in un ambiente ostile quale il Sahara, lottano per sopravvivere; il secondo – è la fede dei mercanti, dei venditori ambulanti, della gente della strada e dei bazar, per la quale l’apertura, il compromesso e lo scambio non sono solo una questione di vantaggio economico, ma condizione stessa dell’esistenza. Finché è durato il colonialismo, le due correnti hanno fatto fronte comune contro il nemico. Poi si è giunti allo scontro. Ben Bella era un uomo mediterraneo, educato secondo la cultura francese, dalla mentalità aperta e il carattere conciliante: i francesi del luogo lo consideravano un musulmano del fiume e del mare. Boumedienne invece comandava un esercito che aveva combattuto per anni nel deserto, che nel deserto aveva le sue basi e i suoi accampamenti e nel deserto reclutava i suoi uomini. Inoltre godeva dell’appoggio e dell’aiuto dei nomadi, gente delle oasi e dei monti desertici. Erano opposti perfino nell’aspetto. Ben Bella sempre curato, elegante, raffinato, cortese e sorridente. Quando Boumedienne, qualche giorno dopo il colpo di stato, era apparso per la prima volta in pubblico, sembrava un carrista appena emerso da un blindato coperto di sabbia del Sahara. Si era perfino sforzato di sorridere, ma si vedeva che non gli riusciva, non era nel suo stile. Al Algeri vedevo per la prima volta il Mediterraneo da vicino, potevo immergerci la mano, sentirne il contatto. Per trovarlo non occorreva informarsi: bastava continuare a seguire le vie in discesa. Lo si intravedeva anche da lontano: era dappertutto, luccicava tra le case, spuntava in fondo alle strade che scendevano a rotta di collo verso il basso. In fondo si stendeva il quartiere del porto con la sua fila di semplici bar in legno, odorosi di pesce, vino e caffè. Ma le folate di vento portavano soprattutto il sentore acre del mare e il suo fresco alito ristoratore. Non avevo mai visto un luogo dove la natura fosse così benevola nei confronti dell’uomo. C’era tutto: il sole, il vento fresco, l’aria chiara, l’argento del mare. Avevo letto talmente tanto su di esso, che mi sembrava di conoscerlo. Nelle sue onde piatte c’era il bel tempo, la pace e l’invito a viaggiare e a conoscere. Veniva voglia di unirsi ai pescatori che salpavano da riva in quel momento. Quando rientrai a Dar-es-Salaam, Judi non c’era più. Mi dissero che era stato richiamato in Algeria: probabilmente per un avanzamento di grado, visto che aveva partecipato alla congiura vittoriosa. Comunque non ritornò più e non potei ringraziarlo per avermi consigliato quel viaggio. Il colpo di stato militare in Algeria sarebbe stato il primo di una catena di analoghe rivoluzioni che, nel successivo quarto di secolo, avrebbe decimato i giovani stati postcolonialisti del continente. Deboli fin dalla nascita, molti di essi lo sono rimasti fino a oggi. Inoltre era stato grazie a quel viaggio che avevo sostato per la prima volta sulla sponda del Mediterraneo. Da quel momento mi era apparso di capire meglio Erodoto. Il suo pensiero, la sua curiosità, il suo modo di vedere il mondo.”

Ryszard Kapuściński

John Updike – Corri, coniglio.

Harry Angstrom ha solo 26 anni, una moglie, un figlio piccolo e un secondo in arrivo. Commesso viaggiatore, con un passato da stella del basket dei campionati studenteschi, Harry guarda intorno e davanti a sé, gli occhi puntati al fondo del vicolo cieco in cui si è sorpreso a camminare. Sua moglie è un’inetta dalla personalità infantile che con lui condivide ormai solo l’amarezza di una quotidianità priva di scopi e di valore. Una casa angusta, sempre in disordine e quei stucchevoli programmi tv a corollario della sciocca dedizione di sua moglie ai super-alcolici.

Harry è in fondo alla sua strada.
Un muro di fronte e una vita da lasciarsi alle spalle.

Non rimane che correre, in fondo è ancora giovane e atletico come ai tempi del liceo, correre e scavalcare quel muro, incontro alla libertà, verso una nuova vita.
Conoscerà le strade che lo porteranno lontano, fin oltre i confini di un altro Stato, in un’America in cui si sente estraneo, da cui sente di essere respinto. E quelle stesse strade lo riporteranno alla sua città, nell’arco di una sola notte. La remota provincia del benessere americano anni ’50. Ma ancora fuori di casa, ancora alla ricerca di un giardino di libertà da coltivare per sé.

Conoscerà Ruth, una donna “libera”, come forse solo le prostitute potevano essere in quegli anni, in un contesto così piccolo, così provinciale, così borghese. Proverà a convincersi di amarla, vivendo con lei. Lascerà il lavoro per dedicarsi al giardino dell’anziana signora Smith, come fosse il suo giardino, metafora della sua libertà. Del suo ritrovato Eden.

Ma il paradiso agognato non è facile preda dell’uomo che cerca un altrove senza sapere come e soprattutto dove andarlo a cercare.
Harry è ancora una volta l’uomo senza qualità, il prodotto di una modernità raggiunta da chi è venuto prima, il prototipo dell’uomo occidentale del secondo Novecento, in cerca di una felicità che non è in grado di saper conquistare.