Il campo di battaglia è il cuore degli uomini

Il campo di battaglia è il cuore degli uominiEtienne e Raymond frequentano l’École militare di Bordeaux. Sono tra gli allievi più promettenti della scuola e tra loro sono grandi amici. A Bordeaux trascorrono giorni intensi e immaginano la loro vita futura ricca di ideali.
Nell’Aprile del 1796 si ritroveranno nella piana di Albenga con l’Armata d’Italia di Napoleone Bonaparte. Etienne è un ufficiale medico abituato a vivere ogni giorno la brutalità della guerra e Raymond un ufficiale inquieto dalla grande nobiltà d’animo con un incarico di spionaggio particolarmente delicato che gli cambierà la vita: andare a Milano a raccogliere informazioni da inviare a Parigi sullo stato e la consistenza della guarnigione austriaca.
Il campo di battaglia è il cuore degli uomini è uno straordinario libro di ambientazione storica che appassiona con la parola e ci fa capire come la bellezza sia uno spettacolo bellissimo, ma anche la più perversa delle creature.

Carlo Patriarca, Il campo di battaglia è il cuore degli uomini, I Narratori della Fenice, Neri Pozza, 2013.

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La vita in città

Herko Mueller passeggia fra foglie d’oro e d’argento, che nei mesi estivi vengono assegnate a chi ha prodotto la satira migliore delle proprie emozioni. Sorride perché non ha vinto nessuno di quel premi, che gli abitanti del Paraguay si sforzano di evitare. E’ alto, moro, ha una strana barbetta e ama le tute a cerniera lampo di colori sgargianti: giallo, verde, viola. Di mestiere fa l’arbitro della commedia. «Una specie di critico teatrale?» «Voi lo chiamereste piuttosto un guardalinee. Ai membri del pubblico viene dato un insieme di regole e le regole costituiscono la commedia. Le nostre commedie mirano a raggiungere l’immaginazione. Quando guardi una cosa, non la puoi immaginare». Di sera ho a mia disposizione della sabbia umida su cui camminare – lunghi tratti di spiaggia assaggiati, sul bordo, dal mare. Rivestendomi dopo una nuotata scopro qualcosa di strano: una specie di cetriolo di mare piatto sotto la camicia. E strano perché la sabbia viene setacciata due volte al giorno per eliminarne le impurità e preservarne la bianchezza. E il mare, il Nuovo Mare, non è programmato per gli echinodermi.

barthelme LVICLe storie concettuali di Barthelme sono lineari, pulite, rigorose, sobrie e nascondono un’analisi spietata e implacabile di una società non molto diversa da quella attuale.
Forse solo pochi scrittori innovativi sono leggibili e realizzano qualcosa che vale la pena leggere e Donald Barthelme è tra quelli (oltre ad essere di categoria “super”).
Le innovazioni formali ne La vita in città sono sorprendenti e riescono a trasmettere emozioni spiegando in un modo impensato e stravagante la funzione dell’arte o il ruolo dell’artista nella società, le complicazioni della sessualità, la fragilità e la caducità nei rapporti umani e la natura frammentaria della realtà.
La scrittura di Barthelme è caratterizzata dall’assenza di trama e dallo sviluppo ossessivo del personaggio, da sintassi disarticolate e dialoghi, da parodie fuori del comune di mass media, gerghi intellettuali e luoghi comuni.
Insomma, da leggere per scoprire mondi nuovi e farsi sorprendere.

Donald Barthelme, La vita in città, traduzione di Vincenzo Latronico, Minimum Fax, 2013.

Vita e morte della montagna

Giacomo a scuola aveva tanti compagni e anche femmine. Aveva imparato che tutti hanno il migliore amico e Giacomo aveva deciso che il suo poteva essere Fabio. Suo padre era il nuovo segretario comunale e veniva da Belluno. Era una persona importante, e si capiva subito, perché aveva la camicia e la cravatta anche se non c’era da andare a un matrimonio. Fabio abitava vicino a Giacomo, proprio a filo muretto, faceva la sua stessa classe e poi aveva la televisione Mivar. Prima di accenderla era un vetro scuro, poi veniva la luce, dal centro verso i lati, ed era come guardare da una finestra, anche meglio di una finestra, e si udiva la voce, la musica, gli spari e le sciabolate come fossero vicino alle orecchie. La televisione di Fabio faceva dimenticare tutto, anche Curva Casàl. E perfino nonno Iaco che stava lassù da solo e quando Giacomo spuntava dal camminamento si toglieva la sigaretta dall’angolo della bocca e faceva un sorriso bello, quasi senza denti. Nella televisione di Fabio, alle cinque del pomeriggio, c’era Zorro. Zorro era meglio di mamma, papà, nonno, meglio dello zucchero filato, meglio di tutto. Prima di andare a guardare la Tivù dei ragazzi Giacomo doveva aver fatto i compiti, messo in ordine la camera, giocato con Margherita. A giorni alterni doveva andare a piedi fino a Curva Casàl perché il nonno stava lassù tutta l’estate con le vacche e Giacomo andava a portargli il pane, la biancheria, le sigarette. Alle volte doveva aiutarlo a portare fuori il letame dalla stalla con la carriola, a falciare l’erba per le bestie, a rastrellare le foglie degli alberi. E perdeva un sacco di tempo. Allora correva giù in paese, passando davanti all’osteria, al panificio, alla scuola elementare, via di traverso i muretti delle recinzioni e finalmente da Fabio, davanti alla televisione. La sigla era già un film. C’era il temporale e Zorro arrivava sulla collina con il cavallo. Una saetta scriveva il suo nome e poi era tutta una cavalcata nella notte buia, poi un duello, un pugnale piantato sulla porta, la zeta sulle braghe del sergente. Zorro era uno che aveva la doppia vita. Di giorno era normale e di notte si vendicava.

BortoluzziNel piccolo mondo di Curva Casàl raccontato da Antonio G. Bortoluzzi in Vita e morte della montagna c’è (e si sente) il movimento del tempo e la bellezza di ogni vita, ma ci sono anche tante mani gelate – magari avvolte da un forte odore di gasolio – e grandi carichi di letame da trasportare sul carro della motofalciatrice. C’è la tragedia dell’alluvione e ci sono ginocchia sbucciate, per via dei giochi di piazza. C’è la ricca Cortina coi villeggianti che non vogliono saperne di rumore e polvere durante le loro vacanze e c’è il nonno Iaco che fuma le Nazionali e dice che se una disgrazia te la manda il Signore è brutta, ma quando viene da sola è peggio. C’è la neve che in una sola notte cala dalle montagne imbiancando tutto e ci sono fucili ad aria compressa, orsi di pezza, giostre a catene, zucchero filato e Zorro…
Antonio G. Bortoluzzi contempla in primo luogo gli eventi minimi e – si capisce – nutre un’illimitata passione per il narrare. Guarda l’intrico delle cose, sa che ogni evento è fasciato indelebilmente da quello che gli accade intorno. Perché l’anima e il pathos sono nascosti in tutti gli oggetti della memoria. Una memoria che ha il senso della continuità e quello della lacerazione, due aspetti importanti che formano il tessuto divergente e instabile della nostra vita.

Antonio G. Bortoluzzi, Vita e morte della montagna, Biblioteca dell’Immagine, 2013.

Danza delle ombre felici

Dopo cena mio padre fa: – Scendiamo a vedere se c’è ancora il lago? – Lasciamo mia madre a cucire sotto la lampada in sala da pranzo; mi fa dei vestiti per l’inizio della scuola. A questo scopo ha disfatto un vecchio completo e un vestito scozzese che erano suoi, e ora le tocca ingegnarsi per tagliare e ricucire oltre a farmi stare in piedi a girare su me stessa per interminabili prove mentre io, ingrata, sudo e mi lamento perché la lana prude e mi viene caldo. Lasciamo mio fratello a letto nel piccolo portico chiuso al fondo della veranda, e certe volte lui si inginocchia sul lettino, preme la faccia contro la zanzariera e frigna: «Portatemi il gelato!», ma io gli rispondo: «Tanto dormirai già», e non giro neanche la testa.

MUNRO libroI quindici racconti di Danza delle ombre felici sono la prima raccolta di racconti di Alice Munro uscita nel 1968.
La scrittura della Munro sorprende ogni volta per il modo in cui riesce a imporsi con disinvoltura. Il suo tocco delicato porta con sé una sorta di libertà gioiosa, garbata, ma anche qualcosa che mai avremmo ritenuto possibile.
Alice Munro scrive di paesi diversi e di persiane verdi abbassate, di porte che si aprono sul vuoto e di fienili grigi, capannoni sbilenchi e mulini fermi in lontananza. Di teiere tutte dorate e decorate di rose, di chiazze di latte e di porridge sul tavolo di cucina, di deliziosi slanci di compiaciuto buon cuore, di palestre che odorano di pino e di cedro e di case immerse nel buio o di strade nere e cortili imbiancati dell’ultima neve rimasta.
Con la sua impareggiabile maestria nella scrittura di racconti, Alice Munro ci racconta la dignità del dolore e di certi misteriosi e opprimenti imperativi che spesso ci gravano addosso senza che lo sappiamo.
Ci avverte che qualcosa di torbido e inesprimibile è emerso alla superficie e cerca di arrivare a noi, di afferrare qualcosa.
Se rileggiamo ogni storia possiamo osservare quanta abilità riveli la sua narrazione, come ogni frase sia tesa e ogni immagine piena. Tuttavia qualcosa rimane non spiegato e avvolto dal mistero… perché tra le pagine di Alice Munro, come scrive Pietro Citati, “l’inatteso si nasconde in ogni riga: oppure si scatena la più romanzesca e melodrammatica inverosimiglianza”.

Alice Munro, Danza delle ombre felici, traduzione di Susanna Basso, Einaudi, 2013.

Quella solitudine immensa di amarti solo io

Quella solitudineQuella solitudine immensa di amarti solo io, il nuovo romanzo di Paolo Pizzato, concentra nel titolo felice, cooptato da un verso di Solinas,  il significato di una tensione che avviluppa tutta la vicenda: niente è più furioso e lacerante che ritrovarsi immersi in una normalità assoluta, fino al limite della banalità quotidiana, e contemporaneamente sentirsi interiormente distanti, inadeguati, impauriti persino da ciò che ci dovrebbe soccorrere, sorretti soltanto dalla fiducia in un amore totale per il proprio, la propria partner. “Il ragazzo” (non ha neppure diritto ad un nome proprio, per marcare l’impersonalità di un’esistenza in bilico) ed Emma sono i protagonisti di questa storia attualissima e a suo modo paradigmatica: cosa ci può essere che va storto in una coppia che si ama teneramente, che ha una casa dignitosa, un lavoro dignitoso, eccetera? La nascita di un figlio desiderato può essere causa scatenante di un dissidio interiore? L’intuizione di Pizzato è proprio questa e la risposta imprevedibile è: sì!

Per questa coppia giovane che si ama davvero – come si direbbe – alla follia,  dopo il parto del piccolo Cristiano inizia una tragedia sommessa, in cui l’urlo di paura risulta attutito come dalle pareti imbottite nello studio di uno psichiatra. Il ragazzo, in apparenza simpatico e disinvolto, è atterrito da un senso cosmico di inadeguatezza, dall’incapacità di sentirsi pronto ad affrontare qualsiasi futuro e non tanto o non solo per le insidie malevole che potranno venire, ma per ciò che quotidianamente accade: non si sente neppure pronto e vive con malcelato terrore il nuovo ruolo di  padre. La sua disponibilità e l’affetto nei confronti della sua compagna e del piccolo sono massimi, ma nei momenti che contano Emma avverte l’assenza di un vero uomo che la possa sostenere: al fianco ha appunto un ragazzo che l’adora ricambiato, che fa tutto per bene comprese le piccole incombenze domestiche, ma in cui riconosce una fragilità esasperante. Lui è addirittura sfuggente, vorrebbe riavvolgere il tempo per non affrontare responsabilità troppo pesanti per la sua anima delicatamente patologica.

Stupisce in questa narrazione volutamente rallentata, che a tratti assume la meticolosa descrizione quasi ottocentesca dei particolari, del paesaggio, degli oggetti, dei gesti, l’improvviso irrompere dell’angoscia che è fatta di niente, di fantasmi impalpabili e perciò più spaventosi. Emma risulta un personaggio estremamente credibile e volitivo: lei soffre fisicamente nel suo ruolo caparbio di madre, prima nel dolore del parto, poi nel momento dell’allattamento; anche l’atto sublime e naturale di alimentare il proprio piccolo è reso eroico dalla sofferenza per un seno escoriato che sanguina.

Emma ed il suo ragazzo sarebbero destinati irrimediabilmente a veder franare una relazione così problematica, se non fosse che un amore potentissimo e lirico si pone come anestetico a sanare, almeno provvisoriamente, qualsiasi riconosciuta debolezza reciproca. Questa giovane coppia borghese rappresenta molto bene la liquidità delle relazioni in un mondo iperprotettivo, dove le contraddizioni qui esplodono malgrado la mancanza di problemi materiali (per capirci quelli delle generazioni passate dove si stava concentrati a trovare soluzioni utili a sbarcare il lunario),  e dunque l’irrequietezza e l’inquietudine si scaricano dal subconscio sulla componente psicologica e proprio per questo espone la coppia, come spesso accade di questi tempi, al rischio di altrettanto temibili fallimenti personali.

A volute lente si rivela una competizione difficile: Emma soffre della presenza di una madre invadente, la bonaria inconsistenza di un padre con essa schierato, che la fanno sentire costantemente immatura. Emma cerca in tutti i modi di affrancarsi dalla affettuosa, ma ingombrante tutela. Invece Il  ragazzo, nella sua estrema solitudine incompresa, evoca il bisogno di una madre, purtroppo morta, forse altrettanto possessiva, ma che lui sente ancora presente come un’ancora spirituale e con cui, nei momenti difficili si relaziona in una sorta di dialogo impossibile.

Questa prova artisticamente riuscita di Pizzato ha il merito notevole di aver rappresentato nella normalità l’imprevedibile irrompere dell’angoscia esistenziale, e proprio nel contesto dove meno te lo aspetteresti: la gioia per una nuova nascita. Con mano leggera ha tratteggiato i personaggi, riuscendo ad evitare che assumessero, nel paradosso continuo del proprio vivere, atteggiamenti caricaturali magari involontari. Usa con capacità una lingua per nulla scarna, ad arricchire di piacevolezza la storia che avvince, senza trucchi e colpi di scena, con rigorosa coerenza e momenti esaltanti dove l’amore è davvero, finalmente, amore allo stato puro.

(Roberto Masiero)

Paolo Pizzato, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, Priamo-Meligrana, 2013.

Il patto col serpente

Un’età si giudica non soltanto da ciò che produce, ma anche, forse anche più, da ciò che valuta, e soprattutto da ciò che rivaluta nel passato. Poiché ci sono geni supremi e anche maestri minori che, grazie al loro vasto appello umano, godono una certa popolarità in ogni tempo: non questi sono gl’indici del gusto, quanto quegli eccentrici le cui quotazioni, per esprimerci in termini di borsa, subiscono oscillazioni violente. Costoro sembrano passare come comete nell’età in cui vissero, con un bagliore che ha del prodigioso, poi scompaiono, pare, dal firmamento; nessuno parla più di essi se non come di fenomeni transitori e assurdi, finché viene l’età che li apprezza e li ama più delle stelle fisse. t stato il caso del poeta secentesco John Donne in Inghilterra, che, celebrato ai tempi suoi come monarca dell’arguzia, citato poi come esempio vitando di stravaganza e ignorato dai più, è stato riscoperto quarant’anni or sono, e indi ha pervaso di sé la poesia inglese moderna fino ad oggi. I casi del marchese di Sade e dell’artista svizzero Johann Heinrich Füssli sono altrettanto istruttivi. Ignorato, veramente, il marchese di Sade non lo è stato mai se non in apparenza, ché ha sempre avuto una circolazione clandestina limitata e inconfessabile, ma a riesumarlo dagl’inferni delle biblioteche e dalle chiaviche della letteratura han pensato i moderni, i surrealisti in specie che l’hanno esaltato come pensatore, filosofo, e perfino (per incredibile che sembri) come stilista. Non dico che il gusto per Sade sia molto diffuso, ché i suoi testi per forza di cose rimarranno sempre piuttosto inaccessibili, ma da quale altra generazione aveva incontrato simili riconoscimenti? Il Füssli non è il Sade, ma da quel che ha di comune e di affine con lui può trarsi la conclusione circa il gusto di coloro che han rivalutato entrambi.

mario praz patto serpenteMario Praz è un prosatore ingegnoso che cerca la bellezza di continuo. Nelle sue pagine si trovano maree di aneddoti, citazioni e personaggi secondari che sembrano vivere solo nella sua stravagante biblioteca-labirinto. Pietro Citati ha scritto che Praz ha la stessa forma mentis di Borges e in effetti, leggendolo, si ha l’impressione di come tutte le finzioni raccontate siano tutte vere e le verità tutte finte…
E’ noto come Praz sia stato un critico letterario alquanto singolare e fuori del comune. Di lui colpisce, nel testo (sbalorditivo ne Il patto col serpente), il complesso intreccio e intarsio di associazioni e analogie, di accostamenti e spunti apparentemente superficiali. E’ straordinario come di un’opera ci riveli i lineamenti più segreti e imprevisti (e, magari, bizzarri).
“Una sola cosa è veramente necessaria”, scriveva. “Bisogna conoscere moltissimi libri. Tutta la letteratura inglese, francese, russa, italiana, spagnola e tedesca, in primo luogo: anche quei minori, senza i quali non si apprezza il profumo di un’ epoca. Ma come si possono ignorare i greci e i latini? Senza Omero e Pindaro, Virgilio e Ovidio, Apuleio e Agostino, non si capisce assolutamente nulla della letteratura occidentale. E la Bibbia? E il Corano e le Mille e una notte e gli storici arabi? E la letteratura persiana, che insegna a ciascuno di noi l’ arte della mistica e quella della metafora? E il Tao, i romanzi taoisti e la Murasaki, che ci apprendono il dono supremo, quello del Vuoto? Una strana amicizia I libri hanno una strana amicizia l’uno per l’ altro. Se li chiudiamo nella mente di una persona bene educata (un critico è soltanto questo), lì al chiuso, al caldo, serrati, provano un’ allegria, una felicità come noi, esseri umani, non abbiamo mai conosciuto. Scoprono di assomigliarsi l’uno l’ altro. E ognuno di loro lancia frecce, bagliori di gioia verso gli altri libri che sembrano (e sono e non sono) simili. Così la mente che li raccoglie è gremita di lampi, di analogie, di rapporti, di corti circuiti, che finiscono per traboccare. La buona critica letteraria non è altro che questo: la scoperta della gioia dei libri che si assomigliano”.

Mario Praz, Il patto col serpente, Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.

La collina delle farfalle

Uscì dal bosco e si ritrovò sul fianco della collina dove la vista si apriva di colpo, ma c’era qualcosa di sbagliato, qualcosa di strano. A parte il fatto che gli alberi sopra di lei erano disseminati di quel grumi marroni, l’intera valle aveva un aspetto irreale, come in un film di fantascienza. Da lì, si vedeva bene il versante opposto della montagna e la foresta che lo ammantava era interamente ricoperta da quelle cose irsute. Gli abeti che si scorgevano fra la bruma avevano i rami curvi, tanto ne erano carichi. L’aspetto squamoso e screziato dei tronchi e delle fronde saltava all’occhio, come se fossero imbrattati di cornflakes. Aveva due bambini piccoli, lei, ed era abituata a vedere le cose imbrattate di cornflakes. Quasi tutta la foresta, dalla valle al crinale, appariva sbiadita, il beige pallido delle foglie morte. Ma erano abeti, avrebbero dovuto essere scuri e comunque non si trattava del fogliame: quella roba si muoveva, le fronde brulicavano… D’istinto, fece un passo indietro, sebbene gli alberi fossero lontani da lei, al di là del canalone. Infilò la mano nella borsa in cerca di una sigaretta, ma poi si bloccò.

la collina delle farfalleUno dei doni di questo romanzo è lo splendore della sua prosa. Si sente che Barbara Kingsolver ha piacere di scrivere, di trasmettere con la massima precisione l’esatta sfumatura e intensità del suo pensiero, di creare immagini che lasciano dentro qualcosa di forte facendoci entrare in empatia con la vita reale.
La collina delle farfalle è un romanzo raffinato e complesso sugli effetti del riscaldamento globale, su come i cambiamenti nell’ambiente possono portare a cambiamenti significativi nella vita delle persone… Un libro che fa capire in modo intelligente cosa di questi tempi vale la pena tenere e cosa dovrebbe essere gettato…

Barbara Kingsolver, La collina delle farfalle, traduzione di Massimo Ortelio, I Narratori delle Tavole, Neri Pozza, 2013.