Forse Esther

La sensazione della perdita si affacciava senza preavviso nel mio mondo peraltro sereno, aleggiava su di me, stendeva le sue ali, e io mi sentivo priva di aria e di luce, per una mancanza che forse non esisteva affatto Talvolta si manifestava come un lampo, subitaneo, come un malore, quasi che tutto d’un tratto mi sfuggisse il terreno sotto i piedi, remavo affannosamente con le braccia per salvarmi, per riprendere l’equilibrio, colpita da un proiettile che non era mai stato sparato, nessuno aveva detto Mani in alto! Questa ginnastica esistenziale nella lotta per mantenere l’equilibrio mi sembrava parte dell’eredità famigliare, un riflesso congenito. A scuola, durante l’ora di inglese ripetevamo l’esercizio: hands up, to the sides, forward, down. Allora pensavo che la parola ginnastica derivasse dalla parola inno, in russo cominciano entrambe con la g, gimnastika e gimn, e io tendevo con fervore le mani verso l’alto sforzandomi di toccare l’invisibile volta celeste.

FECostruire un albero genealogico è un po’ come fare un albero di Natale, con addobbi tirati fuori da vecchie scatole che sembrano avere cent’anni. Spesso in quei frangenti diverse palle di vetro se ne vanno in frantumi e alcuni angeli sono brutti, ma resistono sopravvivendo ai vari traslochi.
Nella mia famiglia, ricorda Katja Petrowskaja, c’era di tutto: un contadino, diversi insegnanti, un agente provocatore, un fisico e un poeta, ma c’erano soprattutto leggende.
Però, sottolinea Katja, “eravamo felici, e tutto in me si ribellava al detto di Tolstoj che ci è stato tramandato, secondo il quale, nella loro felicità, le famiglie felici si assomigliano tutte, mentre uniche nel loro genere sono solo quelle infelici, un detto che, adescandoci nella sua trappola, suscitava in noi la propensione all’infelicità, come se soltanto dell’infelicità valesse la pena parlare, mentre la felicità era vuota.”

Forse Esther
(che ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 2013) è un libro profondo e potente, ma anche delicato e ironico. Un libro speciale in movimento da cui emergono in modo straordinario certe ombre della realtà che vengono descritte con un’empatia non comune e con un linguaggio meraviglioso in grado di far vibrare.

Katja Petrowskaja, Forse Esther, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2014.

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Il cucchiaino scomparso

Come molte altre caratteristiche delle società moderne (tra cui ad esempio la democrazia, la filosofia e il teatro), anche la guerra chimica ha le sue origini nell’antica Grecia. Durante l’assedio di Atene, nel V secolo a.C., gli Spartani si ingegnarono a far capitolare gli ostinati rivali con la tecnologia chimica più avanzata dell’epoca: il fumo. Alcuni soldati avanzarono di soppiatto fin sotto le mura portando fascine di legna immerse nella pece e in un fetido composto solforoso; appiccarono il fuoco e poi attesero che gli Ateniesi fuggissero in preda a una tosse tormentosa, lasciando loro campo libero. Una tattica apparentemente brillante e innocua quanto quella del cavallo di Troia, ma non funzionò. Il fumo avvolse sì Atene, ma la città non si piegò di fronte a quella bomba puzzolente e alla fine vinse la guerra.

samSe gli alieni atterreranno un giorno sulla Terra, scrive Sam Kean, una delle poche cose che potrebbero effettivamente comprendere è la tavola periodica degli elementi…
Questa breve osservazione può far capire la sagacia di questo libro eccentrico e riflessivo che fa innanzitutto pensare.
La tavola periodica degli elementi, infatti, è uno dei capolavori della scienza e una sorta di catalogo dei vari tipi di materia di cui è fatto l’universo.
Per ogni suo elemento c’è una piccola grande storia da raccontare. Il campo è vasto, universale.
Sam Kean non manca mai di essere interessante e affascinante. Il suo entusiasmo per l’argomento è davvero contagioso e il risultato è un libro che è un vero piacere da leggere (dall’inizio alla fine).
Kean, giornalista e divulgatore scientifico, fa un lavoro magistrale spiegando fatti e storie in un modo facile da capire e divertente da leggere (soprattutto per persone come me che amano imparare…).
I vari elementi della tavola non sembrano il soggetto più interessante per un libro, ma Kean ci sa davvero fare in fatto di intrattenimento e ha aneddoti divertenti e concetti intriganti anche sul più (apparentemente) noioso degli elementi. La sua scrittura è perfetta per questo genere e riesce ad essere semplice e complessa al punto giusto.
Spero davvero che Kean stia lavorando al suo secondo libro perché non vedo l’ora di leggerlo.

Sam Kean, Il cucchiaino scomparso, traduzione di Luigi Civalleri, Adelphi, 2014.

Un’estate con Montaigne

essaymLeggere Montaigne e i suoi Essays trasgredendo è la sfida ardua che si pone Antoine Compagnon.
Montaigne, “filosofo involontario e fortuito”, dubita sempre, è molto sensibile all’ambiguità dei testi (“Il nostro linguaggio, come ogni altra cosa, ha le sue debolezze e i suoi difetti. Le ragioni dei disordini che turbano il mondo sono perlopiù di natura grammaticale…”) e diffida dei medici e di un’educazione troppo scolastica.
Compagnon ci fa scoprire un Montaigne interessato agli aneddoti, ai tic, ai gesti più che ai fatti memorabili della storia, ma anche un Montaigne scettico che non parla degli altri se non per parlare di se stesso e conoscersi meglio (“la frequentazione dell’altro permette di andare incontro a se stessi e la conoscenza di sé di andare verso l’altro”). Un Montaigne animato da un’entusiastica fede umanistica che crede nella superiorità della penna sulla spada, ma che diffida delle parole e della retorica.

Antoine Compagnon, Un’estate con Montaigne, traduzione di Giuseppe Girimonti Greco e Lorenza Di Lella, Adelphi, 2014.

L’istinto di narrare

Come Tom Sawyer quando deve imbiancare lo steccato, gli autori ingannano i lettori inducendoli a compiere la maggior parte del lavoro di immaginazione. La lettura è spesso considerata un atto passivo: ci sprofondiamo in poltrona e lasciamo che la musica dello scrittore suoni nel nostro cervello. Ma non e affatto così Quando entriamo a contatto con una storia, la nostra mente macina a getto continuo.
Talvolta gli scrittori paragonano la propria opera alla pittura. Ogni parola è un tratto di colore. Parola dopo parola – pennellata dopo pennellata – lo scrittore crea immagini che hanno tutta la profondità e la vivezza dell’esistenza reale.

Quando leggiamo delle storie, questo corposo sforzo creativo è continuamente in atto, procede instancabile al di fuori della nostra consapevolezza. Ci imbattiamo in un personaggio che è «di bell’aspetto» con «uno sguardo fiero» e zigomi «affilati come lame». E da questi piccoli indizi noi costruiamo un essere umano che non solo possiede quegli occhi (scuri o chiari?) o quegli zigomi (rubizzi o pallidi?), ma anche un certo tipo di naso e di bocca.

stNarrare può sorprendere, divertire ed educare.  Le storie ci possono rendere più profondi, possono darci piacere.
La mente umana capitola impotente al risucchio di una storia forse perché il gioco di immedesimazione è in realtà un divertimento serio da morire.
Narrare è trovare qualcosa di nuovo, è chiudere gli occhi e lasciare che il particolare risalga da solo alla coscienza affettiva. E’ fermare il tempo, lasciare che qualche altro veda con i tuoi occhi…

Jonathan Gottschall, L’istinto di narrare, traduzione di Giuliana Olivero, Bollati Boringhieri, 2014.

Libro

Il libro ci appariva perfetto. Non migliorabile, concluso, definitivo. Naturale, come qualcosa che non può essere altrimenti da com’è. Come un oggetto antico e familiare, semplice e levigato dal tempo. Come un cucchiaio, è stato autorevolmente detto. Una forma compiuta.
Credevamo che il libro – il nostro libro, quello che maneggiavamo tutti i giorni – fosse qualcosa di permanente, forse di perenne. Destinato a durare per sempre. Non ci sembrava immaginabile né una vita senza libri né una forma diversa del libro. E d’altra parte il fatto che qualcosa che aveva assunto la forma di libro duemila e cinquecento anni fa continuasse a esistere, e non solo nel senso puramente passivo di un reperto museale, ma in quello ben più vitale di un oggetto di compravendita, ci pareva una prova inconfutabile e una garanzia di sopravvivenza. Ma nel libro vedevamo anche una sorta di talismano, una promessa (o un’illusione) di durata, forse di eternità. Ed è stata questa, probabilmente, la ragione profonda che ha spinto personaggi i più disparati – cui la vita non aveva certo negato ogni genere di soddisfazioni – a voler comunque scrivere un libro. Per restare, per durare.

librookI libri hanno sempre attraversato il tempo. Sono vivi, vitali, parlano con noi, ci insegnano, ci consolano. Sono pieni di parole e sono destinati a durare nel tempo.
La stampa sembra venire da un altro mondo. E’ fatta di due procedimenti diversi fra loro come il trasferimento e l’impressione…
“La stampa che conosciamo noi è figlia dell’industria, non dei torchi di Gutenberg. Ma riconosciute tutte le buone ragioni dei continuisti e deposto quel tanto di retorica che può esserci negli entusiasmi baconiani, resta il fatto – primario, essenziale, irriducibile – che la stampa è una cesura netta nella vita del libro, interrompe una tradizione e ne inaugura un’altra. Insomma, la stampa non è una trascrizione, è un cambiamento di stato. Il libro diventa un’altra cosa, nasce – o rinasce, se già esisteva in forma manoscritta – nel momento e nel luogo in cui viene stampato. E questo momento non è un’espressione generica, un modo di dire, ma è una data precisa, una data di nascita. Giorno, mese e anno di cui l’anno, insieme con il luogo viene indicato su ogni copia del libro stampato.”
Il libro stampato… Un oggetto a sé stante, un utensile versatile che risponde a un bisogno di conoscenza, un emblema glorioso, una ricca felicità.
“C’è qualcosa di intrinsecamente innaturale, quasi magico e per questo così attraente nella stampa tipografica, come sarà poi per molte altre grandi innovazioni tecnologiche. La copiatura a mano è nell’ordine naturale delle cose, in sequenza lineare alla stesura originaria, un suo prolungamento. La stampa è una cesura, un mutamento di stato. Nessun prolungamento naturale, ma un arresto, per una fase di preparazione lunga, complessa e poco comprensibile. Che si conclude per dar luogo in brevissimo tempo a una sorta di miracolo, un gran numero di copie tutte insieme e tutte perfettamente uguali (o quasi…).”

Gian Arturo Ferrari, Libro, Bollati Boringhieri, 2014.

K.

All’inizio c’è un ponte di legno coperto dalla neve. Nebbia spessa. K. alza gli occhi «verso quello che in apparenza era il vuoto», in die scheinbare Leere. Alla lettera: «verso il vuoto apparente». K. sa che in quel vuoto c’è qualcosa: il Castello. Non l’ha mai visto prima, forse non vi metterà mai piede.

kafkaK. è un’intrigante e suggestiva interpretazione dell’opera di Franz Kafka, ma anche un’esplorazione ricca e senza precedenti nel mistero della sua scrittura. Una scrittura asciutta e fredda dal significato nascosto e perturbante che evoca il dramma dell’uomo contemporaneo.
La questione Kafka suscita ancora oggi sentimenti incerti e difficili da definire. Molte soluzioni sono state proposte, ma il mistero nella sua essenza resta tale.
Calasso cerca di entrare nel flusso e nel movimento tortuoso delle sue parole, nelle atmosfere sospese e nelle sue metafore. Forse per questo K. è un libro di notevole importanza letteraria. Non un libro qualsiasi.

Roberto Calasso, K., Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2014.

La realtà non è come ci appare

anassimandroMileto è stata una città greca ricca e fiorente, forse la principale città del mondo greco prima del secolo d’oro di Atene e Sparta. E’ stata ed è un grande centro commerciale molto attivo e domina una rete di quasi un centinaio di colonie e scali commerciali che si estendono dal Mar Nero all’Egitto.
A Mileto arrivano carovane dalla Mesopotamia e navi provenienti da mezzo Mediterraneo, e soprattutto circolavano le idee.
Durante il secolo precedente a Mileto si compì una rivoluzione di pensiero fondamentale per l’umanità. Un gruppo di pensatori rifondò il modo di porre domande sul mondo e di cercare risposte. Il più grande fra loro fu Anassimandro…
Diversi dei problemi posti al tempo di Anassimandro sono tuttora centrali per la comprensione del mondo e alcune delle idee più recenti sulla struttura dello spazio fanno riferimento a concetti e questioni introdotte allora.
Carlo Rovelli parte da lontano per arrivare alla gravità quantistica. Per lui è più facile far capire certe idee partendo dalle radici che le hanno fatte nascere. Ripercorrere brevemente la nascita delle idee aiuta a comprenderle meglio e i passi che verranno dopo diventeranno così semplici e naturali.

Carlo Rovelli, La realtà non è come ci appare, Raffaello Cortina editore, Collana Scienza e Idee, 2014.