Eccentrici

La biblioteca di Basilea ancora concede ai bibliofili pervicaci di consultare Mission de l’Inde en Europe, libro mirabolante, desueto ed estraneo al senso comune, che venne stampato nel 1910 dopo la morte del suo autore. A esso, fatto di pagine che soltanto a sfogliarle si sgretolano, s’affida il primo ricordo del singolare paese descritto dal baffuto marchese Joseph Alexandre Saint-Yves d’Alveydre. Attraverso una foto ingrigita ci rimira con grandi orecchie e sguardo ispirato, accanto al frontespizio. Ospite a suo agio di ogni corte d’Europa, ricco filantropo, costui ardì descrivere i segreti luoghi dell’Agarttha, e anzi spergiurando pretese che quanto pareva un regno di favola, intessuto della tenue materia dei sogni, esistesse invece davvero. Descrisse un regno sotterraneo, ramificato nelle viscere della terra, sotto gli oceani e i continenti. Ne parlò frettolosamente, alla maniera in cui l’avrebbe descritto un viaggiatore di Jules Verne compreso di manie mistiche; dichiarando che questo tanto segreto regno dell’Agarttha era il centro inaccessibile e sacro del mondo.

CART002Geminello Alvi racconta il secolo scorso con quarantadue brevi biografie di figure eccentriche e discordanti, ma assolutamente peculiari, significative.
Si va da Ferdinand von Zeppelin con le sue armature di alluminio rivestite di stoffa a Monsieur Willy con il suo orrore nervoso della pagina bianca. Pittori seguaci dei Rosacroce, capi indiani giocatori d’azzardo, eruditi monaci buddisti, temerari bramosi di applausi, pionieri del volo che sembrano crocifissi su intelaiature di tele e spaghi, gentiluomini ateisti, scrittori incatenati a scrivere, traduttori con cappelli scozzesi, registi intenti a rimirare pacchetti di Marlboro, poeti reazionari e nichilisti…
L’elenco è affascinante e suggestivo: si va da J.R.R. Tolkien a Oliver Hardy, da Cary Grant a Lovecraft, da James Stewart a Buster Keaton, da Greta Garbo a Geronimo, da Pellegrino Artusi a Emilio Salgari, dal barone Von Ungern a Mario Bava.

Geminello Alvi, Eccentrici, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Il racconto del Pellegrino

Fino all’età di ventisei anni, fu uomo dedito alle vanità del mondo e si dilettava soprattutto nell’esercizio delle armi con un grande e vano desiderio di acquistarsi onore. E così, trovandosi in una fortezza attaccata dai Francesi, ed essendo tutti dell’avviso di arrendersi, a condizione di aver salva la vita, perché vedevano chiaramente non esservi modo di difendersi, egli portò al governatore tante buone ragioni da persuaderlo a difendersi ancora, nonostante il parere contrario di tutti i cavalieri, i quali riprendevano animo per il suo coraggio e il suo ardore.

irdpÈ il racconto della vita di sant’Ignazio di Loyola, il suo viaggio da “pellegrino” come lo definisce lui stesso nel raccontare la sua vita.
La prima tappa è nel paese di Manresa, vicino a Barcellona, dove vivrà un’intensa esperienza spirituale.
Il cammino da pellegrino lo porterà a Gerusalemme, dove gli proibiscono di fermarsi, come Ignazio avrebbe voluto.
Tornato a Barcellona, si dedicherà agli studi per poter aiutare meglio gli altri.
“Dedicava il suo tempo in parte allo scrivere, in parte all’orazione. E la sua più grande consolazione era di contemplare il cielo e le stelle, cosa che faceva molte volte e molto a lungo, perché così sentiva uno slancio molto grande a servire Nostro Signore. Pensava sovente al suo proposito, desiderando essere affatto sano per mettersi in cammino.”
In seguito sarà a Parigi, dove concluderà la propria formazione filosofico-teologica. Qui nascerà attorno a lui un gruppetto di una decina di studenti di diverse nazionalità (i cosiddetti “amici nel Signore”) animati dallo stesso ideale di aiutare gli altri.
Ignazio sarà ordinato sacerdote a Venezia nel 1537 e nello stesso anno si recherà a Roma.

Al Pelegrino toccò andare con Fabro et Laynez a Vicenza. Là trovorno una certa casa fuori della terra, che non haveva nè porte, nè fenestre, nella quale stavano dormendo sopra un poco di paglia che havevano portata. Dui di loro andavano sempre a cercare elemosina alla terra due volte il dì, et portavano tanto poco, che quasi non si potevano sostentare. Ordinariamente mangiavano un poco di pan cotto, quando l’havevano, il quale attendeva a cuocere quello che restava in casa. In questo modo passorno 40 dì, non attendendo ad altro che ad orationi.
Passati li 40 di venne Mro. Gioanne Coduri, et tutti quatro si deliberorono di incominciare a predicare; et andando tutti 4 in diverse piazze, il medesimo dì et la medesima hora cominciorno la sua predica, gridando prima forte, et chiamando la gente con la berretta. Con queste prediche si fece molto rumore nella città, et molte persone si mossero con devotione, et havevano le commodità corporali necessarie con più abundantia. In quel tempo che fu a Vicenza hebbe molte visioni spirituali, et molte quasi ordinarie consolationi; et per il contrario quando fu in Parigi; massime quando si incominciò a preparare per esser sacerdote in Venetia, et quando si preparava per dire la messa, per tutti quelli viaggi hebbe grandi visitationi sopranaturali, di quelle che soleva havere stando in Manressa.
Stando anche in Vicenza seppe che uno delli compagni, che stava a Bassano, stava ammalato a punto di morte, et lui si trovava etiam all’hora ammalato di febre. Nientedimeno si messe in viaggio; et caminava tanto forte, che Fabro, suo compagno, non lo poteva seguitare. Et in quello viaggio hebbe certitudine da Dio, et lo disse a Fabro, che il compagno non morirebbe di quella infirmità. Et arrivando a Bassano, lo ammalato si consolò molto, et sanò presto.
Poi tornorno tutti a Vicenza, et là sono stati alcuno tempo tutti dieci; e andavano alcuni a cercare elemosina per le ville intorno a Vicenza.
Poi, finito l’anno, et non si trovando passaggio, si deliberarono di andare a Roma; et anche il Pelegrino, perché l’altra volta che li compagni erano andati, quelli dui, delli quali lui dubitava, si erano mostrati molto benevoli. Andorono a Roma divisi in tre o quatro parti, et il Pelegrino con Fabro et Laynez; et in questo viaggio fu molto specialmente visitato da Iddio.
Haveva deliberato, dipoi che fosse sacerdote, di stare un anno senza dire messa, preparandosi et pregando la Madonna lo volesse mettere col suo Figliuolo. Et essendo un giorno, alcune miglia prima che arrivasse a Roma, in una chiesa, et facendo oratione, ha sentita tal mutatione nell’anima sua, et ha visto tanto chiaramente che Iddio Padre lo metteva con Cristo, suo Figliuolo, che non gli basterebbe l’animo di dubitare di questo, senonchè Iddio Padre lo metteva col suo Figliuolo.

Lungo questo ultimo tratto di cammino, Ignazio avrà un nuovo incontro forte con il Signore a La Storta, vicino Roma. E proprio a Roma gli “amici nel Signore” si metteranno a disposizione del Papa per essere inviati in missione ovunque. Nasce la Compagnia di Gesù, approvata da papa Paolo III nel 1540.

Sant’Ignazio di Loyola, Il racconto del Pellegrino. Autobiografia di sant’Ignazio di Loyola, a cura di Roberto Calasso, gli Adelphi, Adelphi 2015.

Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo

BODONI TACCHI Il fatto è che i russi, il 26 aprile, arrivarono a Lecco, gli austriaci a Cassano d’Adda… Suvarow e Melas…

DONNA QUIRINA Suvarow? il nome non mi riesce nuovo. Il trisnonno materno del mio povero Pino,… mi diceva Pino che i cosacchi lo devono aver trascinato con la corda al collo per tutta via Manzoni… che allora però non si chiamava Manzoni.

DE’ LINGUAGI Permette? (apre un libro) Non è della professoressa Gambini:… lo riconosco.

DONNA QUIRINA E invece è proprio suo. Me lo ha prestato l’altro ieri.

ceg001Ugo Foscolo faceva imbestialire Carlo Emilio Gadda e questa “farsa” a tre voci andata in onda nel 1958 sul Terzo Programma della Radio è stata per lui un’occasione per demolire l’’artista fatuo e salottiero “con una prosopopea insopportabile, e una cialtroneria da intrigante-mandrillo”.
Le tre voci di questo suo unico testo teatrale sono quelle della superficiale e vacua Donna Quirina Frinelli che pende dalle labbra dell’amica dotta professoressa Gambini, dell’enfatico e borioso Manfredo Bodoni Tacchi, grande ammiratore del poeta e dello sfacciato Carlo De’ Linguagi (Gadda notoriamente ha una scrittura lessicalmente e stilisticamente composita, nella quale convergono codici, linguaggi speciali e gerghi diversi, con un effetto voluto di disomogeneità e stravolgimento… il perfetto alter ego, insomma), spietato e irriverente accusatore del Basetta Ugo Foscolo (cui attribuisce scaltrezza, teatralità, opportunismo e ne scopre gli errori grossolani).
In sostanza Foscolo, anzi il Foscolo, (chiamato di volta in volta scimpanzé, roditore, scoiattolo, piteco…) diventerà il simbolo di una cultura inutile e vuota. Una falsa e nefasta cultura che nasconde il proprio volto sotto una maschera seducente ed è pronta a prostituirsi al potere senza dignità.

Carlo Emilio Gadda, Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del Foscolo, a cura di Claudio Vela, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

I russi

Non c’è niente di più azzardato che circoscrivere, isolare un elemento psicologico per attribuirgli un nome, un’etichetta, una «funzione». La psicologia — con la buona pace di molti colleghi — non è una scienza: ogni dato vale in fondo solo per quel tanto di marginale provvisorio approssimativo che può contenere, né può essere assunto come determinatore o indice di una precisa qualità. Il pericolo delle generalizzazioni affrettate, dell’immobilizzazione e del disseccamento anatomico di agenti vivi è in questo terreno più sensibile che altrove. Il tale genere di cose meglio che altrove formulare è astrarre. E se è lecito, anzi degno di incondizionata lode, porre l’uno sull’altro gli addendi, non è affatto lecito tirar le somme. Per la buona ragione che le somme non tornano mai. Due più due, insomma, in psicologia non ha mai fatto quattro. E guai, aggiungerò se facesse quattro.

tlirNel 1928 Tommaso Landolfi si trasferisce per gli studi universitari a Firenze (la “città unica” che segnerà gli anni della sua formazione letteraria vera e propria) dove si laureerà in Lettere (il suo esordio di narratore era avvenuto nel 1926 in «Solaria», e nelle edizioni di «Solatia», nel 1928, aveva pubblicato la sua prima raccolta di racconti).
Frequenterà in modo assiduo l’ambiente letterario fiorentino tra le guerre venendo a contatto con le personalità più vive dell’ermetismo. Incontrerà in uno straordinario  ambiente di dedizione verso la poesia e la traduzione (basato su una vocazione europea nata dallo studio delle letterature straniere) quelli che resteranno i suoi amici più cari, cultori come lui di letterature straniere: il francesista e ispanista Carlo Bo, il germanista Leone Traverso e soprattutto lo slavista Renato Poggioli (“vero protagonista della poesia e della letteratura italiana ingiustamente dimenticato”).
La letteratura russa sarà una delle influenze maggiori nella formazione di Landolfi. Ne La lettura, lui notoriamente così schivo, si lascerà sfuggire di esserne stato “in altri tempi uno specialista bell’e buono”. Il russo lo imparerà a Firenze dal barone Ottokar e condividerà questa passione letteraria con Renato Poggioli, in quella che più tardi ricorderà come “la parte più felice della sua vita”.
“Mi accorgo di esser caduto nel vizio in principio deprecato e di star parlando di tutto fuorché, quasi, di letteratura in senso proprio: che è certo il tranello dell’argomento. Ma gli è anche, per riprender l’accenno e render giustizia a chi di ragione, che una letteratura in senso proprio non esiste probabilmente in Russia. Si è già numerose volte notato che «il legame fra letteratura e vita è laggiù assai più stretto che da noi»: potremmo dire, meglio, che la letteratura russa è un fatto di vita, un fenomeno, una funzione vitale.”

Tommaso Landolfi, I russi,  a cura di Giovanni Maccari, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Viaggio in Urewera

kmuKatherine Mansfield riempie un taccuino durante un viaggio fra i Maori. Ha diciannove anni e si nota già che per lei la scrittura è un mezzo salvifico per fermare il tempo
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La sua avventura comincerà nel novembre del 1907 quando lei e Millie Parker partono da Wellington (Millie ha invitato Katherine a unirsi a un viaggio organizzato dai suoi parenti di Hastings, gli Ebbett).
Katherine incontrerà l’Urewera e la sua gente. Ne rimarrà piacevolmente sorpresa, ma anche turbata, sconcertata. Sente che tutto intorno al lei contiene una sorta di segreto antico che non riesce e forse non può penetrare. Apprezza e riconosce la bellezza di quei “luoghi selvaggi”, ma ne teme il “veleno”. È affascinata dalla terra sconosciuta, ma resiste alla sua straordinaria seduzione. La tocca, ma in un certo modo indietreggia da lei.
Scrive quando può, ma sono tanti gli spazi vuoti del non detto. È chiaro come usi le tecniche apprese dai simbolisti e dal suo amato Wilde per aggiungere complessità al testo e forse proprio per questo si sofferma spesso a scrivere del paesaggio coloniale e delle sue ambiguità. I suoi stati d’animo mutano continuamente a seconda dal paesaggio attraverso cui si muove. La sua è (in tempi diversi) una coscienza incerta, curiosa ed euforica. Una voce già modernista che presenta il suo intimo in modo inesorabile, in tutta la sua complessità.

Katherine Mansfield, Viaggio in Urewera, a cura di Nadia Fusini, Biblioteca minima, Adelphi 2015.

La storia del mondo in 100 oggetti

lsdmi1oNeil MacGregor ha scelto con attenzione e cura cento oggetti fra le straordinarie collezioni del British museum per provare a illustrare la storia dell’umanità: dal Chopper di Olduvai, utensile rinvenuto nella gola di Olduvai in Tanzania risalente a due milioni di anni fa (uno degli oggetti più antichi prodotti coscientemente dall’uomo), a un’innovativa lampada a energia solare prodotta nel 2010 in Cina.

Il racconto conduce attraverso tutte le svolte della Storia e trasporta in ogni angolo possibile del nostro pianeta.

Ci sono alcuni degli oggetti più rappresentativi della collezione, come la Stele di Rosetta, la Tavoletta del Diluvio, il Papiro matematico Rhind, la Cappa di Mold, il Buddha seduto del Gandhara, l’Elmo di piume hawaiano, la Sfinge di Taharqa e tanti altri più o meno conosciuti. Una storia che appartiene a ognuno di noi, ma che prima d’ora probabilmente non era mai stata scritta. “Se si vuole raccontare la storia del Mondo intero, una storia che non privilegi indebitamente una sola parte dell’umanità – scrive MacGregor – non ci si può servire soltanto dei testi perché una larga fetta della popolazione mondiale, per lungo tempo, non ne ha prodotti”. E la scelta dei cento oggetti nasconde anche un’altra verità: “Come sappiamo la Storia la scrivono i vincitori, specie quando sono gli unici in grado di farlo. I vinti, le società conquistate o distrutte, spesso hanno a disposizione solo gli oggetti per fornire la propria versione”.

Neil MacGregor, La storia del mondo in 100 oggetti, traduzione di Marco Sartori, gli Adelphi, Adelphi 2015.

Un mondo perduto e ritrovato

umperAleksandr Romanovic Lurija (Kazan 1902 – Mosca 1977) è considerato a tutt’oggi il massimo esperto russo di neuropsicologia, disciplina che studia i rapporti tra cervello e mente. Negli anni Trenta ha dedicato vari studi a processi psicologici vasti e articolati come il linguaggio e lo sviluppo delle funzioni cognitive. Ha voluto approfondire, in particolare, le relazioni fra linguaggio e pensiero ricavandone molteplici aspetti patologici. Da qui nasce con ogni probabilità il suo notevole interesse per i disturbi psicologici prodotti da traumi cerebrali.

Un mondo perduto e ritrovato, “patografia” straordinaria, racconta la storia di un paziente (seguito da Lurija per venticinque anni) ferito gravemente in guerra (nel 1943) dai frammenti di un proiettile, con danno alla regione occipito-parietale sinistra del cervello.
Zasetski, questo il suo nome, soffre di un caos visivo che varia di continuo. Gli oggetti nel suo campo visivo sono instabili, sfavillano, cambiano di posto, per questo ogni cosa sembra in un perenne stato di flusso.
A Zasetski non è possibile vedere, e nemmeno immaginare, il lato destro del proprio corpo: il senso di lato destro gli è sparito sia in relazione al mondo esterno che a se stesso. “Qualche volta pensa che delle parti del corpo siano cambiate, che la sua testa sia divenuta smoderatamente grande, il suo tronco sia estremamente piccolo, le sue gambe si siano spostate… Ma soprattutto, e infinitamente più serie di tutte queste, sono le devastazioni della memoria, del linguaggio e del pensiero: Nella memoria non c’è nulla, non riesco a ricordare una sola parola…”

Un mondo perduto e ritrovato è la storia di queste fatiche e di queste sofferenze, di questi momenti “forti” in cui paziente e medico diventano quasi un tutt’uno completandosi. Il titolo originario del libro era Io combatto ancora e si capisce, dalla scrittura, quanto Lurija apprezzi Zasetski come un combattente dalle grandi doti.
Un mondo perduto e ritrovato racconta un uomo vivo che si batte con tenacia per il proprio cervello, provando ad ogni passo insuperabili difficoltà, ma che alla fine uscirà vincitore in questa estenuante, impari lotta. E forse qui, per dirla con Oliver Sacks, c’è indubbiamente un concetto generale “che si applica a tutti noi, anche se lo impariamo di nuovo da Zasetskij, la lezione che ci hanno insegnato anche Socrate, Freud, Proust: che una vita, una vita umana, non è una vita fino a quando non è esaminata; che non è una vita fino a quando non è veramente ricordata e assimilata; e che questo ricordo non è qualcosa di passivo, ma attivo, la costruzione attiva e creativa della vita di un individuo, la scoperta e la narrazione della vera vita di un individuo.”

Aleksandr Lurija, Un mondo perduto e ritrovato, traduzione di Mario Alessandro Curletto, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.