Cianfrusaglie del passato

Wislawa Szymborska non amava l’invadenza, neppure postuma. Non ha mai voluto avere una biografia esteriore: ha sempre pensato che tutto quello che aveva da dire sul proprio conto fosse contenuto nelle sue poesie. Quando le fu assegnato il Nobel, i giornalisti che la attorniavano si sentirono dire che la vincitrice non rispondeva volentieri a domande riguardanti la sua vita e non capiva le persone che dispensano confidenze su tutto. Quali riserve interiori restano loro? Riteneva infatti, e lo ha ribadito in più occasioni, che parlare di sé comporti un impoverimento interiore. «Confidarsi in pubblico è come perdere l’anima. Qualcosa bisogna pur tenere per sé»

cianfrusagliePrima di vincere il Nobel, a settantatré anni, Wislawa Szymborska non aveva rilasciato che una decina di interviste perlopiù brevi. È chiaro quindi che il suo profilo biografico ufficiale nei vari dizionari enciclopedici sia ancora oggi piuttosto scarno.
Grazie a Anna Bikont e Joanna Szczęsna ora sappiamo come Wislawa ammirasse la pittura di Vermeer e come non sopportasse il gioco del Monopoli, ma anche come non amasse la confusione e non disdegnasse la visione di film dell’orrore, che visitasse con piacere i musei archeologici e non riuscisse a immaginare come qualcuno potesse non avere nella propria biblioteca domestica Il Circolo Pickwick di Dickens. Veniamo inoltre a sapere del suo grande amore per Michel de Montaigne, ma anche della poca simpatia per Napoleone e di quanto apprezzasse la pignoleria. Ci dicono anche le sue due biografe che la Szymborska scriveva in posizione semidistesa e che era un’appassionata di indici, note, citazioni, rimandi, sommari e bibliografie, che di tanto in tanto andava all’Opera e che nutriva simpatia per uccelli, cani, gatti e per la natura in genere. E poi che un tempo era stata innamorata di Sherlock Holmes e che tra i suoi registi preferiti annoverava Federico Fellini, ma anche che era un’ammiratrice di Ella Fitzgerald, su cui avrebbe voluto comporre una poesia, ma ne era venuto fuori solo un elzeviro.

Anna Bikont-Joanna Szczęsna, Cianfrusaglie del passato, La vita di Wisława Szymborska, a cura di Andrea Ceccherelli, La collana dei casi, Adelphi 2015.

Diario di Oaxaca

Eccomi dunque in viaggio per Oaxaca, dove insieme ad altri appassionati di botanica trascorrerò una settimana alla ricerca di rare specie di felci, felice di lasciarmi alle spalle il freddo inverno newyorkese. Già sull’aereo (un volo dell’AeroMéxico) si respira un’atmosfera completamente diversa. Appena decollati tutti si alzano, incuranti delle spie luminose ancora accese: c’è chi chiacchiera nei corridoi, chi comincia ad aprire le borse con le cibarie, qualche mamma allatta il suo bebè, dando improvvisamente vita a scene tipiche di un mercato o di un caffè messicani. Appena messo piede sull’aereo ci si sente già in Messico. E la stessa sensazione che ho provato qualche volta sui voli italiani o spagnoli, ma in questo caso è più intensa, con quell’atmosfera di fiesta e allegria che mi circonda.

II mio vicino mi chiede il motivo del mio viaggio in Messico. Gli spiego che faccio parte di un gruppo di appassionati di botanica diretti a Oaxaca, nel Sud del paese. Siamo in parecchi su questo volo da New York, e ci ritroveremo con gli altri a Città del Messico. Quando gli dico che si tratta del mio primo viaggio in Messico, incomincia a parlare con toni entusiastici del paese e mi presta la sua guida. Devo assolutamente andare a vedere, mi dice, l’enorme albero di Oaxaca, vecchio di migliaia di anni, un vero fenomeno della natura. Gli confesso di conoscerlo già in fotografia, fin da bambino, e che è una delle attrazioni che mi hanno spinto a questo viaggio a Oaxaca.

Diario di OaxacaOliver Sacks ha sempre avuto un debole per certi diari di storia naturale del diciannovesimo secolo come L’arcipelago malese di Wallace, The Naturalist on the River Amazons di Bates, Notes of a Botanist di Spruce o Viaggio alle regioni equinoziali del Nuovo Continente di Humboldt. Quello che lo ha da sempre affascinato è l’idea che i percorsi di questi tre straordinari divulgatori della scienza si siano incrociati e che tutti e tre hanno trascorso un periodo nella stessa zona della foresta amazzonica.
Sacks è colpito da come, in un certo senso, tutti e tre erano dei dilettanti, degli autodidatti entusiasti e puri, spinti dalla semplice passione e non appartenenti a nessuna istituzione.
È stata “quest’atmosfera professionale discreta, incontaminata, governata dal piacere dell’avventura e della conoscenza, piuttosto che dall’egoismo e dall’ambizione sfrenata”, che ha attirato Sacks per la prima volta verso l’American Fern Society e lo ha spinto, all’inizio del 2000, a condividere l’esperienza di un viaggio di ricerca nell’affascinante regione di Oaxaca, in Messico.
“Ed è stato il desiderio di esplorare quell’atmosfera che mi ha spronato a tenere questo diario.”

Oliver Sacks, Diario di Oaxaca, traduzione di Maurizio Migliaccio, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.