Sulle donne

rw2Oggi feci un’inezia di passeggiatina, amabile, breve e di modesta durata, entrai in una rivendita di generi alimentari, dove scorsi una fanciulla, amabile altresì ed ella pure in un certo qual senso di statura modesta, in posa visibilmente schiva. Durante la passeggiata riflettei un poco sulle parole con cui avrei potuto principiare l’opera alla quale do ora inizio e la cui stesura mi terrà occupato presumibilmente una ventina di giorni. In questo lasso di tempo sarò dunque piuttosto solerte, non senza concedermi di quando in quando una pausa, intendendo con ciò dire che questa «effemeride» non mi sovraffaticherà in alcun modo. Va da sé che, in luogo di «effemeride», avrei potuto dire benissimo «diario».

rwsdRobert Walser aveva un’unica grande passione: camminare.
Non ebbe mai storie sentimentali, non riusciva a farsi coinvolgere dall’amore. Aveva però meraviglia delle donne ed era convinto che l’incanto dell’amore dipendesse dalle qualità dell’anima (per mezzo delle quali è giustificabile e completo) perché popola di iridescenze il mondo circostante, lo addobba e lo ricama. Un incanto tutto speciale che rifiorisce e si dispiega all’interno di una realtà fiabesca, trasfigurata. Un po’ come nel Cantico dei Cantici: la leggiadria e la tenerezza di sguardo della gazzella simboleggiano la freschezza e la dolcezza. Una dolcezz che trasforma in stupende anche le cose più brutte.
La sua scrittura non è per tutti forse per le tante divagazioni, gli accostamenti difficili, le espressioni inconsuete, strane. Ora costante e varia di luci, ora spenta e incerta, ora lieve e filante… È tutto un insieme di visioni, ricordi, sogni, paesaggi. Un modo di esprimersi che si riesce a capire solo se stabiliamo una certa sintonia col “cuore” di chi scrive.
Walter Benjamin dice che “ogni frase di Walser si propone di far dimenticare quella precedente” e questo, se ci pensiamo, è lo spirito profondo di chi cammina e non lascia tracce che il vento non possa cancellare.

Giusto per parlare d’altro: io scrissi — in seno a una famiglia, nella soffittina messami a disposizione da coloro presso i quali ero venuto ad abitare — una sorta di romanzo, a proposito del quale avrò da dirne di ogni specie. Cosa che — per rincuorare in anticipo i lettori — farò in modo assai stringato.

Robert Walser
, Sulle donne, traduzione di Margherita Belardetti, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2016.

I falò dell’autunno

ifdaIrène Némirovsky scrisse I falò dell’autunno tra il 1941 e il 1942, ma il romanzo uscì postumo in Francia solo nel 1957 per le Éditions Denoël. È l’ultima opera data alle stampe dalla scrittrice di Kiev prima del lungo silenzio editoriale che finirà nel 2004 quando uscirà Suite francese (sempre per Denoël).
In questo romanzo diviso in tre parti (lo si potrebbe considerare anche una trilogia breve) la Némirovsky affronta con decisione il tema della guerra e dei suoi effetti sui corpi e sulle anime degli esseri umani, concetti forti che le riempiono cuore e mente.
La sua è una scrittura vivace, spigliata, intelligente, ricca di stile. I protagonisti nella pagina sono personaggi della piccola borghesia francese che vivono in un arco di tempo che va dalla Grande Guerra fino agli anni della pace poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
“Sedute sulle seggioline di ferro, le famiglie contemplavano deliziate i principi stranieri, i milionari, le grandi cortigiane. La signora Humbert schizzava febbrilmente nuove idee per i cappelli su un taccuino che aveva tirato fuori dalla borsetta. I bambini sgranavano gli occhi, ammiravano. Gli adulti si sentivano in pace, soddisfatti, per niente invidiosi ma anzi fieri di sé: «In cambio dei due soldi per le sedie e di un biglietto del métro, noi parigini possiamo vedere tutto ciò e goderne. E siamo non solo spettatori di questa rappresentazione, ma anche attori (se pur umili comparse), con le nostre figlie graziosamente agghindate, i loro freschi cappellini, la nostra parlantina, la nostra leggendaria allegria. Avremmo potuto nascere altrove, dopo tutto,» pensavano i parigini «in paesi dove la gente si emoziona a vedere gli Champs-Élysées anche soltanto su una cartolina».”
Una scrittura magnifica che anima il quotidiano di significati inattesi e affronta dinamiche complesse con notevole capacità di analisi catturando immagini rapide e precise che spalancano interi mondi in una sorta di invisibile incantamento.
“Tiepide raffiche di pioggia investivano Parigi da occidente. Si fermarono sotto un portone per ripararsi. Thérèse non sapeva bene cosa stesse facendo; seguiva Bernard come in sogno, docile e affascinata Immaginava vagamente quello che sarebbe venuto dopo: complimenti, parole d’amore… Mio Dio, lui avrebbe cercato di fare di lei la sua amante… Non le avrebbe dato tregua. Le avrebbe scritto. L’avrebbe aspettata per strada. Ma lei sarebbe stata forte e avrebbe saputo difendersi così bene che un giorno lui si sarebbe arreso e le avrebbe chiesto di sposarlo. Sì, in un lampo, nell’ombra di quel portone, ascoltando il rumore della pioggia nella via, lei immaginò tutta una lunga vita felice…”

Irène Némirovsky, I falò dell’autunno, traduzione di Laura Frausin Guarino, gli Adelphi, Adelphi 2016.

Yoshe Kalb

La grande corte hassidica di Nyesheve in Galizia era in fermento per i preparativi del matrimonio di Serele, la figlia del Rabbi.
Rabbi Melech aveva molta fretta. In verità aveva sempre fretta, poiché nonostante i suoi sessanta e passa anni e la sua pancia, sulla quale le frange rituali facevano la curva come un grembiule sul pancione di una donna incinta, nonostante l’età e la mole, il Rabbi era straordinariamente nervoso. I suoi occhi sporgenti, colore della birra, sembravano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradiava una vitalità furibonda. Uomo rumoroso, eccitabile, con labbra carnose e sensuali che succhiavano senza posa un grosso sigaro, ora acceso ora spento, Rabbi Melech era noto per la sua risolutezza e la sua tenacia. Una volta che si era messo in testa una cosa, si agitava, gridava, minacciava, blandiva e si dava da fare finché non avesse raggiunto il suo scopo.

YKIsrael Joshua Singer (1893-1944) è il fratello maggiore del premio Nobel  Isaac Bashevis Singer (nato nel 1902). Ha scritto due grandi romanzi, due capolavori: I fratelli Ashkenazi e La famiglia Carnovsky.
È uno scrittore yiddish e ha uno stile di scrittura molto diverso da quello del fratello Isaac Bashevis. Si dice, addirittura, che la grande prolificità di Isaac sia sbocciata dopo la morte di Israel (avvenuta nel 1944 a New York , quando aveva solo cinquantun anni), come se prima fosse quasi impossibile per Isaac confrontarsi col talento di Israel.
Israel Joshua Singer è tra i cantori del movimento chassidico, una sorta di esistenzialismo ebraico nato in Polonia ai primi del ‘700, che si diffuse soprattutto nell’area dell’Europa orientale (Polonia, Unione Sovietica, Romania, Ungheria) grazie a Israel ben Eliezer, conosciuto con il nome di Bà’al Shem Tov, che significa Maestro del buon Nome, Maestro del Nome Divino.
Il Chassidismo affonda le sue radici nella Cabala e persegue un rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso. Nessuna sofferenza, nessuna solitudine: questa è la sostanza della vita chassidica nelle sue intenzioni primigenie.
Yoshe Kalb è un romanzo ambientato nella Galizia austriaca, una potente evocazione di un mondo che non c’è più, lo shtetl ebraico dell’Europa orientale, “in quel senso glorioso di trascendenza che la saggezza e i miracoli dei santi rabbi-santi avevano portato nei loro villaggi” (da F. Langer, Le nove porte. I segreti del chassidismo, Adelphi, Milano 1967). Un universo chiuso, claustrofobico e frenetico dai rigidissimi e complicati rituali.
Un mondo di cui IJ Singer ha una conoscenza dettagliata e sottile.
Colpisce molto e conquista il suo modo di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto di quest’epoca attraverso tutto un inconsueto brulicare di personaggi che provocano e affascinano allo stesso tempo.

I.J. Singer, Yoshe Kalb, traduzione di Bruno Fonzi, prefazione di Isaac B. Singer, gli Adelphi, Adelphi 2016.

Notturno cileno

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel giovane invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico. Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi. Io sono responsabile di tutto. I miei silenzi sono immacolati. Che sia chiaro.

 

ncbTra le migliaia di pagine che gli scrittori latinoamericani hanno scritto sulle diverse dittature militari che hanno governato le loro terre, pochi sono stati così efficaci come Roberto Bolaño, che nel suo Notturno cileno ci offre un’immagine allegorica del Cile di Pinochet così pieno di fantasmi, torturatori e coprifuoco.
In questo breve romanzo — una sorta di rovesciamento della storia ufficiale cilena del XX secolo — Bolaño ci presenta un personaggio difficile da dimenticare, tale Sebastián Urrutia Lacroix, sacerdote dell’Opus Dei e critico letterario di punta del quotidiano cileno El Mercurio.
“Mi chiamo Sebastian Urrutia Lacroix. Sono cileno. I miei antenati, da parte di padre, erano originari della Biscaglia o dei Paesi Baschi o di Euskadi, come si dice oggi. Da parte di madre provengo dalle dolci terre di Francia, da un villaggio il cui nome significa Uomo in terra o Uomo a piedi, il mio francese, in queste ore finali, non è più buono come un tempo. Ma ho ancora la forza di ricordare e di rispondere alle offese di quel giovane invecchiato che all’improvviso si è presentato alla porta di casa mia e senza la minima provocazione e del tutto inopinatamente mi ha coperto di insulti. Questo sia chiaro. Io non cerco lo scontro, non l’ho mai cercato, io cerco la pace, la responsabilità delle azioni e delle parole e dei silenzi. Sono un uomo ragionevole. Sono sempre stato un uomo ragionevole. A tredici anni sentii la chiamata del Signore e decisi di entrare in seminario. Mio padre si oppose. Non con eccessiva determinazione, ma si oppose. Ricordo ancora la sua ombra che scivolava nelle stanze di casa, come se si trattasse dell’ombra di una donnola o di un’anguilla. E ricordo, non so come eppure lo ricordo, il mio sorriso in mezzo al buio, il sorriso del ragazzino che ero.”
Bolaño ci ricorda che il romanzo può arrivare a farci sentire il senso poetico del mondo ed è come una casa in cui non regna l’imitazione servile della vita, ma solo l’esperienza viva della letteratura. Ci parla, attraverso il monologo di Lacroix, del rapporto tra letteratura e critica, del silenzio colpevole sulla repressione cilena, ma anche dell’ipocrisia di acconsentire il silenzio e del ruolo chiave avuto dagli scrittori cattolici.
Per Bolaño scrivere è fondamentale. E vivere senza sensi di colpa è come abolire la memoria, perpetuare la codardia.
“Farewell mi domandò che impressione avessi avuto di Neruda. Cosa vuole che le dica, risposi, è il più grande. Per un po’ restammo entrambi in silenzio. Poi Farewell fece due passi nella mia direzione e vidi comparire la sua faccia di vecchio dio greco svelato dalla luna. Arrossii dolentemente. La mano di Farewell si posò per un secondo sul mio fianco. Mi parlò della notte dei poeti italiani, la notte di Jacopone da Todi. La notte dei Disciplinanti. Li ha letti? Mi misi a balbettare. Dissi che in seminario avevo letto di sfuggita Giacomino da Verona e Pietro da Bescapè e anche Bonvesin de la Riva. Allora la mano di Farewell si contorse come un verme tagliato in due dalla zappa e si ritirò dal mio fianco, ma il sorriso non si ritirò dal suo volto. E Sordello?, disse. Quale Sordello? Il trovatore, disse Farewell, Sordel, o Sordello. No, dissi io. Guardi la luna, disse Farewell. Le lanciai un’occhiata. No, non così, disse Farewell. Si volti a guardarla. Mi voltai. Sentii che Farewell, alle mie spalle, mormorava: Sordello, quale Sordello?, quello che bevve con Riccardo di San Bonifacio a Verona e con Ezzelino da Romano a Treviso, quale Sordello? (e allora la mano di Farewell premette di nuovo sul mio fianco!), quello che cavalcò con Raimondo Berengario e con Carlo I d’Angiò, il Sordello che non ebbe paura, non ebbe paura, non ebbe paura. E ricordo che in quel momento presi coscienza della mia paura, anche se preferii continuare a guardare la luna.”

Roberto Bolaño, Notturno cileno, traduzione di Ilide Carmignani, Fabula, Adelphi 2016.