La prigione della fede, Scientology a Hollywood

London, nell’Ontario, è una città industriale di medie dimensioni a metà strada fra Toronto e Detroit, un tempo famosa per i suoi sigari e i suoi birrifici. In omaggio alla sua celebre omonima, ha anch’essa il suo Covent Garden, una Piccadilly Street e persino un fiume Tamigi, che si biforca attorno al modesto ma economicamente operoso centro urbano.
La città, situata sul fondo di una conca umida, è nota più che altro per la sgradevolezza del clima. Le estati sono eccezionalmente calde, gli inverni brutalmente freddi, la primavera e l’autunno belli ma fugaci. Il più illustre figlio del luogo è stato il direttore d’orchestra Guy Lombardo, celebrato da un museo locale, almeno finché questo non ha chiuso per mancanza di visitatori. London era un posto difficile per un artista in cerca di se stesso.
Nel 1975 Paul Haggis aveva ventun anni. Era diretto a un negozio di dischi in centro quando, all’angolo tra Dundas e Waterloo Street, si imbatté in un giovane dai capelli lunghi, con la parlantina facile e gli occhi penetranti. C’era un che di entusiasta e stranamente risoluto nei suoi modi. Si chiamava Jim Logan. Cacciò in mano a Haggis un libro e disse: «Hai una mente. Questo è il manuale di istruzioni». Poi aggiunse: «Dammi due dollari».
Il libro era Dianetics: la scienza moderna della salute mentale di L. Ron Hubbard, pubblicato nel 1950.

sahLawrence Wright racconta la storia del regista Paul Haggis e della sua fuga da Scientology. Dopo una prima intervista, Wright conduce una vera e propria inchiesta che poi confluirà in un intenso reportage che tocca una vasta gamma di aspetti della chiesa, dalla sua origine ai modi di reclutamento, dalle pratiche giornaliere dei funzionari fino al ruolo delle celebrità che ne fanno parte.
Come ogni scientologo, Haggis muove i suoi primi passi nel pensiero di L. Ron Hubbard, legge della sua vita avventurosa (di come avesse girato il mondo, guidato spedizioni e di come si fosse curato da solo invalidanti ferite di guerra attraverso le tecniche dalle quali avrebbe avuto origine Dianetics) e resta affascinato dal fatto che non è un profeta come Maometto o una divinità come Gesù.
Gli scientologi, sottolinea Wright, credono che Hubbard abbia scoperto le verità esistenziali alla base della loro dottrina attraverso un’approfondita ricerca. Forse è stato questo apparente razionalismo ad attrarre Haggis e altri come lui. Racconta, il giornalista vincitore del Pulitzer, che alla base della filosofia di Scientology c’è l’intenzione di liberare gli individui dai loro traumi psichici attraverso particolari sedute in cui il paziente rivela a un consulente tutti i dettagli più intimi e privati della sua esistenza, mentre viene collegato a una macchina che dovrebbe servire a misurare le variazioni di energia mentale. Scopo principale di queste sedute (alla base del reclutamento di Scientology) è portare l’individuo, attraverso una serie di livelli, a uno stato di completa liberazione dai ricordi dolorosi del loro passato.
“Hubbard era particolarmente interessato a quelle star non più sulla cresta dell’onda, ma dotate ancora di lustro a sufficienza da poter essere recuperate e trasformate in icone di Scientology. Il prototipo era Gloria Swanson, una delle più grandi dive dell’epoca del muto, e incarnazione del fascino sfarzoso di quell’era. Anche se non aveva più riacquistato la fama internazionale di prima del sonoro, continuava a recitare per la televisione e ad apparire sporadicamente al cinema – degna di nota soprattutto la sua interpretazione di Norma Desmond nel classico Viale del tramonto del 1950. Una top auditor di Hubbard, l’artista sudafricana Peggy Conway, coltivò fervidamente l’amicizia con la Swanson, che nelle sue numerose lettere chiamava «Mia adorabile Gloria», risparmiando comunque le lodi più sperticate per Hubbard, che era anche il suo auditor. «Il Maestro ha dato tutto per me» scrisse a Gloria Swanson nel 1956. «Non è mai andato a dormire, abbiamo parlato ventiquattr’ore su ventiquattro, giorno dopo giorno, notte dopo notte… Ero seimila anni luce sopra Arturo. Che genio è il nostro Grande Padre Rosso!».”
Concepita inizialmente come teoria psicoanalitica, Scientology diventa in breve tempo una sorta di struttura ecclesiastica dando vita a un intenso rapporto con Hollywood attraverso una forma di insistente reclutamento di fedeli. Un’organizzazione no profit che unifica e allinea una moltitudine di differenti attività religiose con un patrimonio immobiliare di circa tre miliardi di dollari.
Il reportage di Wright raccoglie, fin dalla storia di Hubbard, tutte le contraddizioni dell’organizzazione dimostrando come Scientology operi una profonda manipolazione sulle persone che vi si rivolgono, rendendole mentalmente dipendenti e non ha nessuna remora nel tormentarle mettendole a tacere qualora comincino ad avere qualche dubbio in proposito. In questo libro bumerosi ex credenti testimoniano in prima persona queste violenze e raccontano di abusi, persecuzioni, deliranti professioni di fede.
Da leggere con grande attenzione.

Lawrence Wright, La prigione della fede, Scientology a Hollywood, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, La collana dei casi, Adelphi edizioni 2015.

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Le statue d’acqua

Il dolore, l’arresto della vita fanno apparire il tempo troppo lungo; ma gli anni se ne vanno sempre con la stessa rapidità. Trascorro intere giornate a osservare la natura, il graduale calmarsi della natura: tutte le mie idee diventano in quei momenti vaghe, indecise, la tristezza selvaggia riposa nei miei occhi senza stancarli, e i miei sguardi errano sulle pietre qui attorno; ogni luogo è un amico che rivedo con piacere. Luoghi che non conosco diventano per me una specie di proprietà; ve ne è uno, lassù, in alto sulla scogliera, dove le gobbe calcaree declinano cerimoniose e letargiche verso l’acqua; e mi pare quasi che una oscura reminiscenza mi dica che io vissi lassù o nell’acqua in tempi lontani, la cui precisa impronta si è in me cancellata.

lsdaIn un’atmosfera quasi irreale all’interno di un sotterraneo un uomo solo si circonda di statue, parla con loro, evoca ricordi, perde il senso del tempo e il controllo della vita. Esce raramente, per lo più di notte, e sua unica attività è una continua, silente cerimonia dedicata agli assenti.
“Viveva nei sotterranei della sua grande casa, gremiti di statue, in gran parte effigi commemorative — uno stile lapidario che dilagava quasi sino al mare. Perché i suoi sotterranei, come le fogne, andavano verso l’acqua. A Beeklam dava un senso di sollievo sapere che bastava una fenditura, una crepa, per avvertire il movimento delle onde: di un mondo sommerso che credeva abitato da altre statue con i piedi, se ancora ne avevano, legati a sassi; e quei sassi o quelle nocche bussavano alle sue pareti. Non vi era nessuno che lo spingesse via, mentre se ne stava con il capo poggiato al muro e aspettava — forse che tornassero o che le statue d’acqua lo richiamassero all’ordine. Il bambino ora desiderava vivere da annegato. Udiva invece dalle fogne il sonno frusciante dei serpenti. Non vi era nessuno che lo spingesse via, poiché era solo.”
Già il titolo allude a una distorsione, a uno snaturamento. Non si sono mai viste statue d’acqua, ovvio, ma si incontra poche volte un punto di vista “diverso” come questo di Fleur Jaeggy. Un punto di vista che parte da un “altrove”, ma non segue alcuna regola temporale o di luogo.
Una scrittura, la sua, essenziale, tagliente, affilata come una lama. Con grande ritmo e grande musicalità.
Uno stile così apparentemente distaccato, ricco di spazi vuoti e zone buie; che risulta perfetto per descrivere storie inquiete e vitali che appaiono racchiuse in un labirinto senza uscita.
“Nei miei sotterranei l’umidità scorre e si direbbe quasi che le statue irrigate passeggino, senza ragione, uccelli di palude, che declinino verso l’oscurità e cadano al di sotto dell’orizzonte; ma è soltanto un effetto di luce bagnata, e forse della mia impazienza. Non invidio la tempra degli avvoltoi e delle stelle, eppure mi è stato in qualche caso difficile voltare le spalle al richiamo naturale delle onde. Da cinquant’anni oscillano i teli alle mie finestre. Amsterdam è la mia città, dove l’acqua continua a scorrere senza una vera fine, e con l’acqua ho avuto sanguinose dispute giudiziarie, ma eviterò di fare incursioni nell’ambito della legge.”
Il dolore e la sofferenza ci rendono infelici e solo la solitudine e il silenzio possono essere le cure per alleviare queste eterne afflizioni. Questo sembra uno dei messaggi in bottiglia che una lettura così forte (che la Jaeggy dedica a Ingeborg Bachmann, che l’ha incoraggiata verso la letteratura) ci offre.

Fleur Jaeggy, Le statue d’acqua, Adelphi edizioni 2015.