Nel cuore del romanzo dell’Ottocento

Mentre percorriamo e ripercorriamo le strade di Delitto e castigo, mentre cerchiamo noi stessi in questa «storia fantastica, cupa, in questo caso dei nostri tempi, nei quali il cuore umano si è intorbidato», ci domandiamo chi sia Raskol’nikov. La nostra prima impressione è chiara. Raskol’nikov è un eroe romantico, un idealista alla Schiller, un angelo pallido: «bello, con stupendi occhi scuri, capelli castani, alto, esile e snello». Come ogni eroe romantico, è solitario, orgoglioso e superbo: pare sempre nascondere qualcosa dentro di sé; e gli altri hanno l’impressione che egli li guardi dall’alto in basso, salito sopra un piedistallo fantastico. Una cupa e tetra atmosfera luciferina avvolge la sua figura. Mentre noi tutti ci lasciamo sedurre dalle occasioni della vita, c’è in lui una purezza intangibile, un fondo adamantino e inflessibile, fiero e disperato, che nessuna lusinga riesce a corrompere. La vita non gli basta: l’esistenza sola è troppo poca cosa per lui: aveva sempre voluto di più; era stato «mille volte pronto a dare la sua esistenza per un’idea, per una speranza, perfino per un sogno».

male assolutoRabbia, impetuosità, tormenti, segreti, rimorsi… Il Male costituisce l’antitesi di tutto ciò che viene accettato convenzionalmente come Bene. La letteratura autentica mette sempre in discussione le norme delle convenzioni e i princìpi della prudenza e forse, come scriveva Georges Bataille, avvicinarsi al Male e mettere il discussione il Bene è  innanzitutto condizione di libertà. L’infrazione spaventa, ma allo stesso tempo attrae, come se l’esuberanza comportasse una sorta disprezzo per la morte, che è imprescindibile non appena la regola viene spezzata… La letteratura studia il male da vicino e proprio per questo sa anche essere più severa della legge… Forse solo aprendosi al Male e contestando il Bene l’uomo può davvero considerarsi libero?
Pietro Citati rilegge a suo modo i grandi romanzi dell’Ottocento per cogliere il confine tra il bene e il male e il travaglio del suo superamento. Per scandagliare delle zona d’ombra che ci restituiscono l’affresco di un’intera epoca.

Pietro Citati, Il Male Assoluto. Nel cuore del romanzo dell’Ottocento, gli Adelphi, Adelphi, 2013.

Un’unica grande ossessione: la letteratura

MATEO AGUIRRE BENGOECHEA
Buenos Aires, 1880 – Comodoro Rivadavia, 1940

Proprietario di un’enorme estancia nella provincia del Chubut, che amministrò personalmente e alla quale pochi amici ebbero accesso, la sua vita fu un enigma oscillante tra il bucolico-contemplativo e la personificazione del titano. Collezionista di pistole e di coltelli, amava la pittura fiorentina e detestava, invece, quella veneziana; fu un eccellente conoscitore della letteratura in lingua inglese, ma la sua biblioteca, nonostante i regolari ordinativi a diversi librai di Buenos Aires e d’Europa, non superò mai i mille volumi; coltivò il celibato, la passione per Wagner, per alcuni poeti francesi (Corbière, Catulle Mendès, Laforgue, Banville) e per alcuni filosofi tedeschi (Fichte, August Wilhelm Schlegel, Friedrich Schlegel, Schelling, Schleiermacher); nella stanza dove scriveva e sbrigava l’amministrazione delle sue terre abbondavano le mappe e gli arnesi agricoli; su muri e scaffali coesistevano armoniosamente i dizionari e i manuali pratici insieme alle fotografie sbiadite dei primi Aguirre e a quelle lucenti dei capi di bestiame premiati alle fiere.
Scrisse quattro romanzi felici e distanziati nel tempo (La tempesta e i giovani, 19 11; Il fiume del diavolo, 1918; Ana e i guerrieri, 1928, e L’anima della cascata, 1936) e una breve raccolta di versi nei quali si rammarica di essere nato troppo presto e in un paese troppo giovane.
La sua corrispondenza è molteplice e precisa; suoi corrispondenti, letterati americani ed europei delle più varie tendenze che lesse con attenzione e ai quali non giunse mai a dare del tu.
Odiò Alfonso Reyes con un accanimento degno di miglior causa.
Poco prima di morire, in una lettera inviata a un amico di Buenos Aires, auspica un periodo fulgido per l’umanità, il trionfale ingresso in una nuova età dell’oro, e si domanda se gli argentini sapranno essere all’altezza delle circostanze.

lett nazista bolano adelphiLa letteratura nazista in America si presenta come un dizionario biografico che raccoglie trenta brevi racconti di poeti, scrittori e redattori (tutti inventati) che sposano idee politiche fasciste o di estrema destra.
Diversi fra loro mantengono un atteggiamento estremista e violento nei confronti del mondo, ma, in fondo, la maggior parte sono semplicemente dei sentimentali illusi o dei letterati frustrati. Provengono da tutti i paesi latino-americani, ma almeno una mezza dozzina sono cittadini degli Stati Uniti, tra cui il predicatore fanatico Rory Lungo, il poeta e il giocatore di football Jim O’Bannon, lo scrittore di fantascienza JMS Hill e il fondatore della Fratellanza Ariana, Thomas R. Murchison, alias il texano.
Sono tutti più o meno legati, in modi diversi, fra loro. Ci sono mondani, avventurieri, psicopatici, delinquenti, tanti sognatori. Tutti uniti da un’unica grande ossessione: la letteratura.
Ciò che colpisce di questi ritratti non è tanto la loro plausibilità (in un certo modo esile e intermittente), ma la loro abbondanza e la notevole varietà.
Bolaño, con La letteratura nazista in America, testimonia la potenza pura della letteratura e prova a giocare un gioco complicato bilanciando in modo accurato derisione e umorismo nero. Solo di tanto in tanto ricorda gli orrori del Reich di Hitler e della Spagna di Franco o le atrocità perpetrate dai generalissimos.
Vero punto satirico di Bolaño sembra essere quello di mettere in evidenza come tutti questi immaginari fanatici, con le loro meschine rivalità e i loro movimenti ridicoli, non sono poi tanto diversi dai veri scrittori e dagli editori della scena letteraria contemporanea. In fondo vogliono quello che ogni artista vuole: che l’integrità estetica sia riconosciuta e soprattutto premiata.

Roberto Bolaño, La letteratura nazista in America, traduzione di Maria Nicola, Fabula, Adelphi, 2013.

Il grande massacro dei gatti

Questo libro indaga sui modi di pensare della Francia del Settecento. Tenta di mostrare non solo che cosa pensava la gente, ma come pensava – come interpretava il mondo, gli dava un senso e gli conferiva un significato emotivo. Invece di prendere la strada maestra della storia intellettuale, l’indagine ci conduce nel territorio vergine noto in Francia come histoire des mentalités, un genere storiografico al quale si potrebbe anche dare semplicemente il nome di storia culturale; esso tratta infatti la nostra civiltà nel modo stesso in cui gli antropologi studiano le culture a noi estranee. E’ storia nella sua varietà etnografica.
La maggior parte della gente tende a pensare che la storia culturale riguardi l’alta cultura, la cultura con la c maiuscola. La storia della cultura con la minuscola risale fino a Burckhardt, se non a Erodoto; ma è tuttora poco familiare e ricca di sorprese.

Il grande massacro dei gattiIl grande massacro dei gatti, come libro, nasce da un corso che Robert Darnton tenne presso la Princeton University a partire dal 1972. E’ un’opera indubbiamente “diversa”, policroma, screziata, multicolore. Un’opera che indaga sui modi di pensare della Francia del Settecento e che illustra in modo originale non solo cosa pensava la gente, ma come pensava e interpretava il mondo. Invece di prendere la strada maestra della storia intellettuale, Darnton ci conduce in ambito storico culturale riempiendosi di domande e illuminandoci in modo molto efficace e persuasivo. Lo fa attraverso sei storie-chiave basate su documenti di archivio inediti che sulla carta diventano quasi dei racconti a testimonianza diretta.
Robert Darnton si domanda come si fa a pensare e si mette dalla parte di chi descrive. Lo fa come faceva a suo tempo Claude Lévi-Strauss, quando si accostava ai totem e ai tatuaggi dell’Amazzonia… Perché allora non tentare la stessa cosa per la Francia del Settecento? Forse perché non si possono intervistare i francesi del Settecento, replicherà lo scettico… Certo è che “gli archivi dell’antico regime sono eccezionalmente ricchi, ed è sempre possibile porre domande nuove a materiale vecchio” e “nel fitto della macchia e in biblioteca il sottobosco mentale può essere ugualmente impenetrabile.”

Robert Darnton, Il grande massacro dei gatti, traduzione di Renato Pasta, Adelphi, 2013.

L’angioletto

Un giorno la nonna aveva detto:
«Louis parla appena. Forse è un po’ ritardato».
Qualcuno – non ricordava chi – aveva risposto:
«Non vuol dire che non pensi. Spesso i bambini come lui sono proprio quelli che osservano di più».
Non ci aveva fatto caso, perché gli sfuggiva il senso del discorso, ma per qualche motivo quelle parole gli erano rimaste in mente. Conservava nella memoria anche altre frasi, e soprattutto altre immagini – per quanto in ritardo nello sviluppo, non aveva infatti vissuto fino a quattro anni senza vedere nulla intorno a sé.
Solo che era come se avesse voluto circoscrivere il mondo in uno spazio il più limitato possibile.
«Se fosse per lui, questo bambino non uscirebbe mai di casa».
Era una riflessione che aveva sentito, o gliel’avevano riferita in seguito? Non è facile distinguere fra quel che è accaduto realmente, in un dato momento, e quel che ci è stato raccontato poi.

Soltanto da adulto, molti anni dopo, Louis avrebbe ritrovato altre immagini che aveva registrato senza accorgersene e che, forse perché facevano parte della sua vita quotidiana, sul momento non l’avevano colpito.
La carta da parati che una volta rivestiva i muri della camera era ormai ridotta a brandelli; e tuttavia lasciava ancora intravedere alcuni personaggi abbigliati come ai tempi dei re. Su un lembo di tappezzeria, vicino alla porta, era raffigurata una giovane donna dalle gonne molto ampie che si dondolava su un’altalena.
Il resto era solo gesso: ingiallito, sporco, coperto di iniziali incise con la punta del coltello e di immagini oscene che qualcuno aveva cercato di cancellare. Chi le aveva disegnate? Chi aveva tentato di farle sparire?

langiolettoLouis Cuchas è un pittore famoso, ma è sempre rimasto un bambino dall’occhio trasparente e sereno che riesce a catturare la natura profonda della gente. Regola gli sguardi e i gesti in conformità alla dignità delle persone, distingue la qualità delle cose, riconosce l’essenziale e l’accidentale. Ha un cuore vero, libero da ogni egoismo ed è incuriosito dalla vita che lo circonda e che spesso con lui è infausta e miserevole.
Colpiscono le dense atmosfere e il senso dentro le piccole cose di questo romanzo ben costruito e sviluppato in una brevità semplicemente necessaria.
Ricerca della concisione massima, personaggi veri e credibili, voglia di andare oltre le cose reali e una scrittura semplice e senza orpelli in cui nulla è superfluo…
Ennesima e come sempre azzeccata “scoperta” simenoniana su Adelphi.

Georges Simenon, L’angioletto, traduzione di Marina Di Leo, gli Adelphi, Adelphi, 2013.

Un gomitolo di concause

Quanto alle lodi e alla “campagna di stampa… non so se sia stata interamente promossa da Garzanti, e non credo che tutti gli articoli favorevoli siano stati “imposti da lui”… E’ probabile che ne abbia incoraggiato uno o due, sui “suoi” (per modo di dire) periodici, eventualmente a 1/2 P.B. Il «chiasso» è un fenomeno dell’epoca attuale, determinato soprattutto dalla inderogabile necessità di vincere il chiasso altrui, di superare acusticamente, spazialmente, fotograficamente, la grida eludente le poppe della Loló e lo sguardo sexy della Sophia. lo non posso competere, quanto a culo, né con l’una né con l’altra: ma se il pesciarolo non urla più del pesciarolo concorrente sulla piazza, rimane col merlano in mano. (Merlano, franc. merlan, è vocabolo dei cuochi e trattori per dire il merluzzetto fresco, e intero.) Bisogna che l’Anima Severa si renda conto di questo: l’editore deve cavare le spese, ripagarsi delle spese. E’ legittimo, è giusto. Deve strombettare: non c’è nessuna legge umana o divina che gli ingiunga di dormire sonni fiorentini o romani, e di perdere il suo denaro. lo non posso proibirgli la propaganda, anche se il mio desiderio e il mio gusto, Lei lo sa, è quello della riservatezza; dei 25 lettori.

Un gomitolo di concauseNel 1956 Pietro Citati è consulente di Livio Garzanti ed è lui che tiene i rapporti tra Carlo Emilio Gadda e l’editore milanese. In poco tempo il giovane Citati ne diventa amico e confidente. “Gadda era un po’ mio padre e un po’ mio figlio: mi occupavo di tutto, raccoglievo i suoi saggi, mi occupavo della sua vita privata; lui era questa figura di borghese, di qualche anno più giovane di mio padre, di grande dolcezza, di grande gravità, di grande nobiltà, ma allo stesso tempo di nessuna dolcezza, di nessuna gravità, di nessuna nobiltà, che scoppiava in scatti d’ira improvvisa e furibonda.”
Da assaporare pagina dopo pagina questo sfolgorante carteggio tratto dall’Archivio Liberati che rivela, tra le righe, anche stravaganti saggi, squisiti “poèmes en prose” e ammalianti “bizze” che conquistano e illuminano rivelando molto dei caratteri degli interlocutori.
La scoperta dell’Archivio Liberati (lascito dello scrittore alla governante Giuseppina) ha infoltito gli studi su Gadda, un genio che deroga dagli schemi.
La riflessione sui suoi testi è in continuo aggiornamento e questo stupefacente Archivio è una vena aurifera che sta stupendo e da cui l’editoria non può che trarne vantaggio.

Carlo Emilio Gadda, Un gomitolo di concause – Lettere a Pietro Citati, Adelphi (collana Piccola biblioteca Adelphi), 2013.

Cina e altri Orienti

Nudissime le tombe imperiali: muri bianchi, vasi cerimoniali, altari; poi una piattaforma su cui si collocano i cubi di marmo purpureo dell’imperatore Wanli e di due imperatrici; lateralmente ai corridoi di accesso, due passaggi conducono a due sale dove una grande piattaforma pare attendere altre tombe; ma furono trovate deserte, sempre disponibili alla morte. e ancora se ne ignora la ragione.
«E il Palazzo d’Estate? Non ha forse visto quella deliziosa cineseria?». «Oh il lago, i corridoi di legno dipinto, la pagoda a sette tetti, il Palazzo delle Nuvole… quale perfettissima cineseria! Vi ha lavorato perfino un gesuita. Ma, veramente, certe oloturie, pingui e viscide, dalla digestione travagliata e pensosa, hanno oscurato, se non eclissato, l’elegantissima felicità di quel lago insieme cinese e settecentesco. Ancora lo rimpiango. Luogo assurdo e imperiale. Solo l’acqua del lago era vera».
Qual è l’atteggiamento dei cinesi di fronte a queste opere, e davanti ai documenti del loro passato? Ora, l’archeologia gode di singolari fortune, e ha fatto e fa straordinarie scoperte. Non mi sembra vi sia nazionalismo in questa ripresa di studi dell’antico. Il proposito esplicito è quello di ricostruire la storia della società cinese. Comunque, le fortune dell’archeologia singolarmente si contrappongono a quella che pare l’assenza della letteratura classica. Davanti ai gioielli di una civiltà di suprema sapienza, l’ammirazione si mescola alla cautela: questa bellezza è nata dalla sofferenza degli umili; insieme, si avverte un progetto di conquista e di espropriazione del passato; questi capolavori furono sempre e solo i capolavori degli umili, degli ignoti, degli anonimi morti.

cina e altriCina e altri Orienti è una guida di viaggio e un’avventura vorticosa e frenetica verso la perfezione della forma.
Per Giorgio Manganelli ogni viaggio è un simbolo, una sorta di iniziazione. Quando l’aereo scende nel Catai, atterra a Shanghai e tocca il suolo della Cina qualcosa cambia. E’ un cambiamento che ti segue per il resto del viaggio perché si entra in un’aria che ha un ritmo diverso, è più lenta, distaccata, sommessa. “Il confuso ciarpame umano viene riabilitato, a ciascuno di noi viene assegnata una quota d’aria, di spazio, di silenzio.”
A Pechino si è avvolti nella grande vestaglia d’Oriente e ci si sente affascinati, sedotti, rapiti, estasiati. E’ una città di pochi colori, e “se qualcuno ha in mente una città taciturna e spaziosa, amplissima, popolosa e tuttavia quasi dovunque radamente abitata, nella quale le voci umane si perdono, costui certamente immagina Pechino”.
Manganelli coglie, col suo spirito sottile, lo “stile cinese”, va a curiosare tra i barbieri di Taipei, si innamora della Malesia per puro caso e va a trovare un bizzarro libraio di Karachi. Viaggiando spera di ritrovare se stesso… Perché “è da supporre che viaggiare risponda ad un impulso oscuro e magico dell’uomo, qualcosa che egli non sa contrastare.”

Giorgio Manganelli, Cina e altri Orienti, Adelphi, 2013.

La testimonianza della poesia

E’ un grande onore per me, e un alto privilegio, poter parlare dalla cattedra intitolata a Charles Eliot Norton. Poiché, però è una cattedra di poesia, mi accingo a tenere queste lezioni con una certa apprensione. Sulla poesia nel nostro secolo è stata scritta un’enorme quantità di libri dotti che trovano, almeno nei paesi dell’Occidente, più lettori della poesia stessa. Questo non è un buon segno, ma è spiegabile sia con l’intelligenza dei loro autori sia con lo zelo nell’assimilare le nuove discipline scientifiche, che oggi godono di universale rispetto. Un poeta che volesse competere con tali montagne di erudizione dovrebbe fingere di avere maggiore autocoscienza di quanta gli sia consentita. In realtà sono stato tutta la vita in potere di un daimon e io stesso non so bene come siano nate le poesie che esso mi dettava. E’ questo il motivo per il quale, in tutti gli anni in cui ho insegnato letterature slave a Berkeley, mi sono sempre limitato alla storia della letteratura, cercando di stare alla larga dalla poetica. C’è però qualcosa che mi conforta e che giustifica, credo, la mia presenza qui, a Harvard, per parlare da una cattedra di poesia. Intendo l’angolo d’Europa che mi ha formato e al quale sono rimasto fedele, scrivendo esclusivamente nella lingua della mia infanzia.

milo12Il punto di vista sulla poesia di Czeslaw Milosz è pura vita che si volge e si muove in tutte le direzioni. Va verso l’alto e va verso la luce. Una luce che imbeve e plasma la materia corporea e che vibra attorno a lui.
Milosz era in grado di condensare la tragica esperienza della sua epoca in un punto invisibile, dove nasce la speranza. Era un poeta immerso nei drammi della storia, ma capace di provare ed esprimere grande tenerezza e solenne senso di meraviglia per la quotidianità.
Iosif Brodskij definì Milosz tra i maggiori poeti del Novecento. E la sua influenza fu decisiva: si pensi, per esempio, a Raymond Carver e Wyslawa Szymborska.
Un giorno così felice./ La nebbia si alzò presto, lavoravo in giardino./ I colibrì si posavano sui fiori del quadrifoglio./ Non c’era cosa sulla terra che desiderassi avere./ Non conoscevo nessuno che valesse la pena d’invidiare./ Il male accadutomi, l’avevo dimenticato./ Non mi vergognavo al pensiero di essere stato chi sono./ Nessun dolore nel mio corpo./ Raddrizzandomi, vedevo il mare azzurro e le vele.
Dal minimalismo al massimalismo.
Cos’è la poesia che non salva/ I popoli né le persone?/ Una complicità di menzogne ufficiali,/ Una cantilena di ubriachi, a cui fra un attimo verrà tagliata la gola,/ Una lettura per signorinette. /Che volevo una buona poesia, senza esserne capace,/ Che ho capito, tardi, il suo fine salvifico,/ Questo, e solo questo è salvezza.

Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia, traduzione di Andrea Ceccherelli, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi, 2013.