Viaggio in Urewera

kmuKatherine Mansfield riempie un taccuino durante un viaggio fra i Maori. Ha diciannove anni e si nota già che per lei la scrittura è un mezzo salvifico per fermare il tempo
.
La sua avventura comincerà nel novembre del 1907 quando lei e Millie Parker partono da Wellington (Millie ha invitato Katherine a unirsi a un viaggio organizzato dai suoi parenti di Hastings, gli Ebbett).
Katherine incontrerà l’Urewera e la sua gente. Ne rimarrà piacevolmente sorpresa, ma anche turbata, sconcertata. Sente che tutto intorno al lei contiene una sorta di segreto antico che non riesce e forse non può penetrare. Apprezza e riconosce la bellezza di quei “luoghi selvaggi”, ma ne teme il “veleno”. È affascinata dalla terra sconosciuta, ma resiste alla sua straordinaria seduzione. La tocca, ma in un certo modo indietreggia da lei.
Scrive quando può, ma sono tanti gli spazi vuoti del non detto. È chiaro come usi le tecniche apprese dai simbolisti e dal suo amato Wilde per aggiungere complessità al testo e forse proprio per questo si sofferma spesso a scrivere del paesaggio coloniale e delle sue ambiguità. I suoi stati d’animo mutano continuamente a seconda dal paesaggio attraverso cui si muove. La sua è (in tempi diversi) una coscienza incerta, curiosa ed euforica. Una voce già modernista che presenta il suo intimo in modo inesorabile, in tutta la sua complessità.

Katherine Mansfield, Viaggio in Urewera, a cura di Nadia Fusini, Biblioteca minima, Adelphi 2015.

Una vita per strada

Quello che amo davvero è gironzolare senza meta per la città, camminare giorno e notte per le strade. È più di un piacere, di un semplice piacere — è un’aberrazione. Di tanto in tanto, quando esco dalla metropolitana intorno alle nove del mattino per dirigermi verso il palazzo di uffici al centro di Manhattan nel quale lavoro, accade che qualcosa cambi dentro di me — di fatto perdo ogni senso di responsabilità. Raggiungo l’entrata e passo oltre, come se non avessi mai visto quell’edificio. E continuo a camminare, a volte per un paio d’ore, a volte invece fin nel pomeriggio, e spesso mi ritrovo a una notevole distanza dall’ufficio — magari al Bronx Terminal Market, o su una diroccata banchina di scarico del lungofiume di Brooklyn, o nell’angolo più trascurato di un vecchio cimitero del Queens invaso dalle erbacce. Non mi è mai molto difficile inventare una scusa che giustifichi il mio comportamento (ho una grande esperienza nel giustificarmi di fronte a me stesso).

JMJoseph Mitchell ha fatto parte della redazione del New Yorker dal 1938 fino alla morte, nel 1996.  Mitchell nacque nel 1908 in una famiglia benestante del North Carolina e giunse a New York quando aveva ventun anni, ai tempi della Grande depressione, perché voleva fare lo scrittore. Seguì alla lettera il consiglio del suo primo direttore all’Herald Tribune (cammina per la città, indaga su ogni stradina, su ogni avvenimento insolito e su ogni personaggio eccentrico) e continuò a farlo per tutta la vita, un marciapiede dopo l’altro, soffermandosi ai margini, a cercare tra i territori inesplorati della vita urbana.
Una vita per strada è il capitolo iniziale di un annunciato libro di memorie che Mitchell, poeta del quotidiano, cominciò tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, ma (come altri scritti successivi al 1964) non completò e lasciò così com’è.

Fin dal mio arrivo in città sono stato affascinato dalle decorazioni degli edifici più antichi Mi affascina la loro varietà, ma anche la loro ubiquità, la loro soverchiante ubiquità, la loro quasi comica ubiquità. Eccole lì, nelle migliaia e migliaia di isolati, in quasi tutti gli edifici, a volte nel più inatteso e fuori mano. Eccole lì, a volte nascoste da strati di intonaco che si accumulano di generazione in generazione, a volte disfatte e danneggiate e mutilate. L’occhio che le cerca riesce quasi sempre a trovarle. Non mi stanco mai di guardare dai sedili posteriori degli autobus le aquile di pietra e i gufi di pietra e i delfini di pietra e le teste di leone di pietra e le teste di toro di pietra e le teste di ariete di pietra e le urne di pietra e le nappe di pietra e le corone d’alloro di pietra e le conchiglie di pietra e tutte le cose in ferro battuto: le stelle, i rosoni, i medaglioni, i cespi di foglie d’acanto sui capitelli corinzi e le ghirlande di fiori e i festoni di frutta e i supporti in zinco a forma di foglie di quercia che reggono i cornicioni di zinco e il legno traforato che adorna abbaini cadenti e putti di terracotta e ninfe e satiri e sibille e sfingi e Atlanti e Diane e Meduse che fanno da chiavi di volta negli archi sulle porte e sulle finestre degli edifici popolari.

Joseph Mitchell, Una vita per strada, traduzione di Stefano Valenti, Biblioteca Minima, Adelphi 2014.