Le parole di san Paolo

rsp001Le parole di san Paolo nella Seconda ai Corinti (12, 9-10) ci dicono mirabilmente qualcosa di ancora più essenziale, e di ancora più profondo, sulla ragione d’essere della fragilità umana che, redenta da ogni fatica di vivere, si fa grazia.
Le sue parole: «Ed Egli mi disse: Ti basta la mia grazia, poiché la potenza ha compimento nella debolezza. Tanto più volentieri dunque mi vanterò nelle mie debolezze, affinché la potenza del Cristo si accampi su di me. Per questo mi compiaccio delle mie debolezze, delle prepotenze, delle costrizioni, delle persecuzioni e delle angustie per Cristo, poiché quando sono debole, allora sono potente».
Parole bellissime che sono la premessa trascendente e metafisica, umana e cristiana, alla fragilità e alle sue diverse articolazioni tematiche. Certo, c’è la fragilità di chi si ammala, e talora la fragilità di chi cura, che giunge così a una più profonda comprensione del senso del dolore e della sofferenza, e c’è la fragilità che è il nostro destino. Ma quella che, agli occhi del mondo, appare come fragilità, come insicurezza o come ricerca di un infinito irraggiungibile, è il riverbero della luce ardente della speranza, di una speranza che rinasce dall’angoscia e dalla disperazione, negli orizzonti inconoscibili del mistero che hanno fatto dire a Teresa d’Ávila che, coloro che Dio molto ama, li conduce per sentieri di angoscia: parole non lontane da quelle di san Paolo.
In ogni caso, la fragilità come struttura portante della vita, come matrice delle infinite forme di fragilità umana, è comune alla donna e all’uomo, benché possano in loro cambiare i modi di vivere la fragilità nelle diverse situazioni esistenziali. La fragilità è insomma una condizione di vita che oltrepassa le differenze di genere, e non è possibile non intravedere in essa una forma di vita nella quale le differenze di genere si riconciliano.

Passi da: Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi 2014.

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Il tempo e la vita

Non c’è esperienza psicologica e umana che non si accompagni alla presenza del tempo; ma non c’è solo il tempo dell’orologio, il tempo del mondo, il tempo geometrico, che scandisce le ore in uguale misura per ciascuno di noi, e che non può essere influenzato dalle nostre emozioni. Non c’è solo il tempo della clessidra, insomma, ma c’è anche il tempo interiore, il tempo soggettivo, che è il tempo vissuto, e il tempo che cambia in ciascuno di noi di momento in momento, di situazione in situazione, il tempo che, indipendentemente dalla scansione cronologica delle ore, ci fa vivere in misura diversa una uguale estensione temporale. Quando siamo stanchi, o tristi, o annoiati, abbiamo una percezione soggettiva del tempo diversa da quella che è in noi quando siamo lieti, o sereni, o siamo interessati a qualcosa. Un’ora di tempo diviene lunga e interminabile nel primo caso, e invece breve e fluida nel secondo caso; e questo in relazione con i nostri diversi stati d’animo e le nostre diverse emozioni che si riflettono immediatamente nella percezione che ciascuno di noi ha del tempo. Ciascuno di noi ha un domani dinanzi a sé anche se non ne conosciamo le figure, gli aspetti, le ombre, la luce, le dimensioni liete, o dolorose. Il flusso agostiniano del tempo, che dal passato defluisce nel presente, e dal presente si trascende nel futuro, scorre in noi senza che non sempre si abbia coscienza di questo.

borgna itelvA proposito della distinzione radicale fra tempo dell’orologio e tempo altro, Eugenio Borgna ricorda W.G. Sebald con Austerlitz.
“Un orologio mi è sempre sembrato qualcosa di ridicolo, qualcosa di mendace per antonomasia, forse perché, per un impulso interiore a me stesso incomprensibile, mi sono sempre ribellato al potere del tempo escludendomi dai cosiddetti eventi temporali, nella speranza – come penso oggi, disse Austerlitz – che il tempo non passasse, non fosse passato, che mi si concedesse di risalirne in fretta il corso alle sue spalle, che là fosse come prima o, per meglio dire, che tutti i punti temporali potessero esistere simultaneamente gli uni accanto agli altri, cioè che nulla di quanto racconta la storia sia vero, che quanto è avvenuto non sia ancora avvenuto, ma stia appunto accadendo nell’istante in cui noi ci pensiamo, il che naturalmente dischiude peraltro la desolante prospettiva di una miseria imperitura e di una sofferenza senza fine.”
Poi riprende il famoso discorso del Sant’Agostino delle Confessioni, che parla del tempo e delle sue metamorfosi.
“Cos’è dunque il tempo? Se nessuno m’interroga, lo so; se volessi spiegarlo a chi m’interroga, non lo so. Questo però posso dire con fiducia di sapere: senza nulla che passi, non esisterebbe un tempo passato; senza nulla che venga, non esisterebbe un tempo futuro; senza nulla che esista, non esisterebbe un tempo presente. Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più, il secondo non è ancora? E quanto al presente, se fosse sempre presente, senza tradursi in passato, non sarebbe più tempo, ma eternità. Se dunque il presente, per essere tempo, deve tradursi in passato, come possiamo dire anche di lui che esiste, se la ragione per cui esiste è che non esisterà? Quindi non possiamo parlare con verità di esistenza del tempo, se non in quanto tende a non esistere.”
Borgna cita anche William Shakespeare che si inoltra nella foresta oscura del tempo in uno dei suoi Sonetti, il CXXIII.
“No, Tempo, non potrai vantarti d’avermi fatto cambiare: le tue piramidi, che pure furono edificate con uno sforzo prima d’allora sconosciuto, non rappresentano per me nulla di nuovo e straordinario, e non son che rappresentazioni di una intuizione preesistente.
Il tempo che abbiamo da vivere è breve, e perciò noi guardiamo con meraviglia a quel che ci offri per cosa antica, ed a tanto preferiamo credere come se fosse creato apposta per noi, anziché pensare d’averne già in precedenza avuta notizia.
Io sfido, o Tempo, entrambi: le tue cronache e te stesso, né riesco a provare alcuno stupore per il presente o per il passato, perché le tracce che dietro a te son rimaste e quel che ne vediamo, tutto parla un linguaggio menzognero, essendo creato e quindi andando in rovina a causa della tua eterna fretta.
Tanto giuro, e manterrò sempre il mio voto: e resterò fedele, a dispetto di te e della tua falce”

Eugenio Borgna, Il tempo e la vita, collana “Campi Del Sapere”, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 2015.