Il racconto del Pellegrino

Fino all’età di ventisei anni, fu uomo dedito alle vanità del mondo e si dilettava soprattutto nell’esercizio delle armi con un grande e vano desiderio di acquistarsi onore. E così, trovandosi in una fortezza attaccata dai Francesi, ed essendo tutti dell’avviso di arrendersi, a condizione di aver salva la vita, perché vedevano chiaramente non esservi modo di difendersi, egli portò al governatore tante buone ragioni da persuaderlo a difendersi ancora, nonostante il parere contrario di tutti i cavalieri, i quali riprendevano animo per il suo coraggio e il suo ardore.

irdpÈ il racconto della vita di sant’Ignazio di Loyola, il suo viaggio da “pellegrino” come lo definisce lui stesso nel raccontare la sua vita.
La prima tappa è nel paese di Manresa, vicino a Barcellona, dove vivrà un’intensa esperienza spirituale.
Il cammino da pellegrino lo porterà a Gerusalemme, dove gli proibiscono di fermarsi, come Ignazio avrebbe voluto.
Tornato a Barcellona, si dedicherà agli studi per poter aiutare meglio gli altri.
“Dedicava il suo tempo in parte allo scrivere, in parte all’orazione. E la sua più grande consolazione era di contemplare il cielo e le stelle, cosa che faceva molte volte e molto a lungo, perché così sentiva uno slancio molto grande a servire Nostro Signore. Pensava sovente al suo proposito, desiderando essere affatto sano per mettersi in cammino.”
In seguito sarà a Parigi, dove concluderà la propria formazione filosofico-teologica. Qui nascerà attorno a lui un gruppetto di una decina di studenti di diverse nazionalità (i cosiddetti “amici nel Signore”) animati dallo stesso ideale di aiutare gli altri.
Ignazio sarà ordinato sacerdote a Venezia nel 1537 e nello stesso anno si recherà a Roma.

Al Pelegrino toccò andare con Fabro et Laynez a Vicenza. Là trovorno una certa casa fuori della terra, che non haveva nè porte, nè fenestre, nella quale stavano dormendo sopra un poco di paglia che havevano portata. Dui di loro andavano sempre a cercare elemosina alla terra due volte il dì, et portavano tanto poco, che quasi non si potevano sostentare. Ordinariamente mangiavano un poco di pan cotto, quando l’havevano, il quale attendeva a cuocere quello che restava in casa. In questo modo passorno 40 dì, non attendendo ad altro che ad orationi.
Passati li 40 di venne Mro. Gioanne Coduri, et tutti quatro si deliberorono di incominciare a predicare; et andando tutti 4 in diverse piazze, il medesimo dì et la medesima hora cominciorno la sua predica, gridando prima forte, et chiamando la gente con la berretta. Con queste prediche si fece molto rumore nella città, et molte persone si mossero con devotione, et havevano le commodità corporali necessarie con più abundantia. In quel tempo che fu a Vicenza hebbe molte visioni spirituali, et molte quasi ordinarie consolationi; et per il contrario quando fu in Parigi; massime quando si incominciò a preparare per esser sacerdote in Venetia, et quando si preparava per dire la messa, per tutti quelli viaggi hebbe grandi visitationi sopranaturali, di quelle che soleva havere stando in Manressa.
Stando anche in Vicenza seppe che uno delli compagni, che stava a Bassano, stava ammalato a punto di morte, et lui si trovava etiam all’hora ammalato di febre. Nientedimeno si messe in viaggio; et caminava tanto forte, che Fabro, suo compagno, non lo poteva seguitare. Et in quello viaggio hebbe certitudine da Dio, et lo disse a Fabro, che il compagno non morirebbe di quella infirmità. Et arrivando a Bassano, lo ammalato si consolò molto, et sanò presto.
Poi tornorno tutti a Vicenza, et là sono stati alcuno tempo tutti dieci; e andavano alcuni a cercare elemosina per le ville intorno a Vicenza.
Poi, finito l’anno, et non si trovando passaggio, si deliberarono di andare a Roma; et anche il Pelegrino, perché l’altra volta che li compagni erano andati, quelli dui, delli quali lui dubitava, si erano mostrati molto benevoli. Andorono a Roma divisi in tre o quatro parti, et il Pelegrino con Fabro et Laynez; et in questo viaggio fu molto specialmente visitato da Iddio.
Haveva deliberato, dipoi che fosse sacerdote, di stare un anno senza dire messa, preparandosi et pregando la Madonna lo volesse mettere col suo Figliuolo. Et essendo un giorno, alcune miglia prima che arrivasse a Roma, in una chiesa, et facendo oratione, ha sentita tal mutatione nell’anima sua, et ha visto tanto chiaramente che Iddio Padre lo metteva con Cristo, suo Figliuolo, che non gli basterebbe l’animo di dubitare di questo, senonchè Iddio Padre lo metteva col suo Figliuolo.

Lungo questo ultimo tratto di cammino, Ignazio avrà un nuovo incontro forte con il Signore a La Storta, vicino Roma. E proprio a Roma gli “amici nel Signore” si metteranno a disposizione del Papa per essere inviati in missione ovunque. Nasce la Compagnia di Gesù, approvata da papa Paolo III nel 1540.

Sant’Ignazio di Loyola, Il racconto del Pellegrino. Autobiografia di sant’Ignazio di Loyola, a cura di Roberto Calasso, gli Adelphi, Adelphi 2015.

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I falò dell’autunno

ifdaIrène Némirovsky scrisse I falò dell’autunno tra il 1941 e il 1942, ma il romanzo uscì postumo in Francia solo nel 1957 per le Éditions Denoël. È l’ultima opera data alle stampe dalla scrittrice di Kiev prima del lungo silenzio editoriale che finirà nel 2004 quando uscirà Suite francese (sempre per Denoël).
In questo romanzo diviso in tre parti (lo si potrebbe considerare anche una trilogia breve) la Némirovsky affronta con decisione il tema della guerra e dei suoi effetti sui corpi e sulle anime degli esseri umani, concetti forti che le riempiono cuore e mente.
La sua è una scrittura vivace, spigliata, intelligente, ricca di stile. I protagonisti nella pagina sono personaggi della piccola borghesia francese che vivono in un arco di tempo che va dalla Grande Guerra fino agli anni della pace poco prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale.
“Sedute sulle seggioline di ferro, le famiglie contemplavano deliziate i principi stranieri, i milionari, le grandi cortigiane. La signora Humbert schizzava febbrilmente nuove idee per i cappelli su un taccuino che aveva tirato fuori dalla borsetta. I bambini sgranavano gli occhi, ammiravano. Gli adulti si sentivano in pace, soddisfatti, per niente invidiosi ma anzi fieri di sé: «In cambio dei due soldi per le sedie e di un biglietto del métro, noi parigini possiamo vedere tutto ciò e goderne. E siamo non solo spettatori di questa rappresentazione, ma anche attori (se pur umili comparse), con le nostre figlie graziosamente agghindate, i loro freschi cappellini, la nostra parlantina, la nostra leggendaria allegria. Avremmo potuto nascere altrove, dopo tutto,» pensavano i parigini «in paesi dove la gente si emoziona a vedere gli Champs-Élysées anche soltanto su una cartolina».”
Una scrittura magnifica che anima il quotidiano di significati inattesi e affronta dinamiche complesse con notevole capacità di analisi catturando immagini rapide e precise che spalancano interi mondi in una sorta di invisibile incantamento.
“Tiepide raffiche di pioggia investivano Parigi da occidente. Si fermarono sotto un portone per ripararsi. Thérèse non sapeva bene cosa stesse facendo; seguiva Bernard come in sogno, docile e affascinata Immaginava vagamente quello che sarebbe venuto dopo: complimenti, parole d’amore… Mio Dio, lui avrebbe cercato di fare di lei la sua amante… Non le avrebbe dato tregua. Le avrebbe scritto. L’avrebbe aspettata per strada. Ma lei sarebbe stata forte e avrebbe saputo difendersi così bene che un giorno lui si sarebbe arreso e le avrebbe chiesto di sposarlo. Sì, in un lampo, nell’ombra di quel portone, ascoltando il rumore della pioggia nella via, lei immaginò tutta una lunga vita felice…”

Irène Némirovsky, I falò dell’autunno, traduzione di Laura Frausin Guarino, gli Adelphi, Adelphi 2016.

Yoshe Kalb

La grande corte hassidica di Nyesheve in Galizia era in fermento per i preparativi del matrimonio di Serele, la figlia del Rabbi.
Rabbi Melech aveva molta fretta. In verità aveva sempre fretta, poiché nonostante i suoi sessanta e passa anni e la sua pancia, sulla quale le frange rituali facevano la curva come un grembiule sul pancione di una donna incinta, nonostante l’età e la mole, il Rabbi era straordinariamente nervoso. I suoi occhi sporgenti, colore della birra, sembravano sempre sul punto di saltargli fuori dalle orbite per l’impazienza e la curiosità. Dal suo corpo enorme, dal folto della barba arruffata, dai cernecchi, dalla nuca grassa e pelosa irradiava una vitalità furibonda. Uomo rumoroso, eccitabile, con labbra carnose e sensuali che succhiavano senza posa un grosso sigaro, ora acceso ora spento, Rabbi Melech era noto per la sua risolutezza e la sua tenacia. Una volta che si era messo in testa una cosa, si agitava, gridava, minacciava, blandiva e si dava da fare finché non avesse raggiunto il suo scopo.

YKIsrael Joshua Singer (1893-1944) è il fratello maggiore del premio Nobel  Isaac Bashevis Singer (nato nel 1902). Ha scritto due grandi romanzi, due capolavori: I fratelli Ashkenazi e La famiglia Carnovsky.
È uno scrittore yiddish e ha uno stile di scrittura molto diverso da quello del fratello Isaac Bashevis. Si dice, addirittura, che la grande prolificità di Isaac sia sbocciata dopo la morte di Israel (avvenuta nel 1944 a New York , quando aveva solo cinquantun anni), come se prima fosse quasi impossibile per Isaac confrontarsi col talento di Israel.
Israel Joshua Singer è tra i cantori del movimento chassidico, una sorta di esistenzialismo ebraico nato in Polonia ai primi del ‘700, che si diffuse soprattutto nell’area dell’Europa orientale (Polonia, Unione Sovietica, Romania, Ungheria) grazie a Israel ben Eliezer, conosciuto con il nome di Bà’al Shem Tov, che significa Maestro del buon Nome, Maestro del Nome Divino.
Il Chassidismo affonda le sue radici nella Cabala e persegue un rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso. Nessuna sofferenza, nessuna solitudine: questa è la sostanza della vita chassidica nelle sue intenzioni primigenie.
Yoshe Kalb è un romanzo ambientato nella Galizia austriaca, una potente evocazione di un mondo che non c’è più, lo shtetl ebraico dell’Europa orientale, “in quel senso glorioso di trascendenza che la saggezza e i miracoli dei santi rabbi-santi avevano portato nei loro villaggi” (da F. Langer, Le nove porte. I segreti del chassidismo, Adelphi, Milano 1967). Un universo chiuso, claustrofobico e frenetico dai rigidissimi e complicati rituali.
Un mondo di cui IJ Singer ha una conoscenza dettagliata e sottile.
Colpisce molto e conquista il suo modo di rappresentare i costumi, le idee, l’aspetto di quest’epoca attraverso tutto un inconsueto brulicare di personaggi che provocano e affascinano allo stesso tempo.

I.J. Singer, Yoshe Kalb, traduzione di Bruno Fonzi, prefazione di Isaac B. Singer, gli Adelphi, Adelphi 2016.

La storia del mondo in 100 oggetti

lsdmi1oNeil MacGregor ha scelto con attenzione e cura cento oggetti fra le straordinarie collezioni del British museum per provare a illustrare la storia dell’umanità: dal Chopper di Olduvai, utensile rinvenuto nella gola di Olduvai in Tanzania risalente a due milioni di anni fa (uno degli oggetti più antichi prodotti coscientemente dall’uomo), a un’innovativa lampada a energia solare prodotta nel 2010 in Cina.

Il racconto conduce attraverso tutte le svolte della Storia e trasporta in ogni angolo possibile del nostro pianeta.

Ci sono alcuni degli oggetti più rappresentativi della collezione, come la Stele di Rosetta, la Tavoletta del Diluvio, il Papiro matematico Rhind, la Cappa di Mold, il Buddha seduto del Gandhara, l’Elmo di piume hawaiano, la Sfinge di Taharqa e tanti altri più o meno conosciuti. Una storia che appartiene a ognuno di noi, ma che prima d’ora probabilmente non era mai stata scritta. “Se si vuole raccontare la storia del Mondo intero, una storia che non privilegi indebitamente una sola parte dell’umanità – scrive MacGregor – non ci si può servire soltanto dei testi perché una larga fetta della popolazione mondiale, per lungo tempo, non ne ha prodotti”. E la scelta dei cento oggetti nasconde anche un’altra verità: “Come sappiamo la Storia la scrivono i vincitori, specie quando sono gli unici in grado di farlo. I vinti, le società conquistate o distrutte, spesso hanno a disposizione solo gli oggetti per fornire la propria versione”.

Neil MacGregor, La storia del mondo in 100 oggetti, traduzione di Marco Sartori, gli Adelphi, Adelphi 2015.

Le cose che non ho detto

anaUn altro libro di memorie per Azar Nafisi che questa volta si concentra sulla sua infanzia e giovinezza a Teheran, in particolare sull’infelicità dei propri genitori, due persone profondamente incompatibili tra loro.
Colpisce la trasparenza e l’onestà della sua scrittura, l’analisi lucida e brillante vissuta e raccontata dall’interno di un nucleo familiare molto particolare.

Le cose che non ho detto è una storia personale, ma anche sociale e storica. Una storia che alimenta un senso di nostalgia per un passato (forse) rimosso e soffocato dalla storia recente.
“Durante la Rivoluzione avevo capito quanto fosse fragile la nostra esistenza (…) con quanta facilità tutto quello che crediamo casa può esserci portato via. E ho capito che quello che mio padre mi aveva insegnato con l’immaginazione era un modo per costruirmi una casa oltre i confini geografici e le nazionalità, che nessuno potrà mai portarmi via.”.
È bello però anche perdersi nelle lunghe descrizioni che riguardano l’Iran e città splendide come Isfahan con i suoi magnifici ponti che sembrano filigrana. Ma soprattutto  è straordinario capire da Azar come sono tante e varie le forme del silenzio. Quello che una tirannia impone ai propri cittadini, rubando loro i ricordi oppure quello dei testimoni che scelgono di tacere sulla verità. Soprattutto il silenzio che concediamo a noi stessi, “la nostra personale mitologia, le storie che sovrapponiamo alle nostre vite reali”.

Azar Nafisi, Le cose che non ho detto, traduzione di Ombretta Giumelli, Gli Adelphi, Adelphi 2015.

Massa e potere

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto. Vogliamo vedere ciò che si protende dietro di noi: vogliamo conoscerlo o almeno classificarlo. Dovunque, l’uomo evita d’essere toccato da ciò che gli è estraneo. Di notte o in qualsiasi tenebra il timore suscitato dall’essere toccati inaspettatamente può crescere fino al panico. Neppure i vestiti garantiscono sufficiente sicurezza; è talmente facile strapparli, e penetrare fino alla carne nuda, liscia, indifesa dell’aggredito.

mepMassa e potere è il libro ossessione di Elias Canetti. Un libro difficilmente classificabile riconosciuto tra i capolavori letterari del Novecento che è, insieme, testimonianza e narrazione storica, studio sociologico e saggio antropologico.
Canetti inizia a scriverlo a vent’anni, nel 1925, e lo conclude nel 1960.
Vuole afferrare il Novecento alla gola raccontandolo nei suoi eccessi, tentando di capire di quali sono e come si manifestano le costanti del potere sulla vita umana Pensa che scriverne non è solo raccontarne le terribili e assurde violenze e sostituisce la storia con il mito perché per lui la storia è un luogo di morte in cui si esplicitano tutti i rituali del potere.
Massa e potere esprimono un dualismo profondo, lo stesso dualismo che si può trovare tra vita e morte: da una parte la massa, cioè la molteplicità, la metamorfosi, la vita e, dall’altra, il potere, cioè l’unità, l’identità, la morte.
L’analisi di Canetti parte da una descrizione della massa e del potere nel mondo animale. Scrive del mondo animale, ma intende smascherare l’individuo e la sua supposta umanità, vuole privarlo della sua razionalità mettendo in luce similitudini tra uomini e animali.
I totalitarismi per lui sono solo uno degli effetti di quel feroce processo di settorializzazione delle attività e di specializzazione ossessiva che la modernità cerca di raggiungere: quel processo di burocratizzazione che colloca l’uomo in un ruolo freddo e vuoto, riducendolo a una macchina specializzata in un compito. Una macchina formale e abulica rinchiusa in catena di montaggio e (purtroppo) di comando.
Con la sua scrittura rovescerà almeno due secoli della cultura occidentale – volti a valorizzare l’individuo, l’individualità, la sua autonomia – a favore di un aspetto che l’Occidente ha da sempre svalutato come fenomeno involutivo e folle: la massa.

Elias Canetti, Massa e potere, traduzione di Furio Jesi, Gli Adelphi, Adelphi 2015.

Tito di Gormenghast

Tito di Gormenghast copTito di Gormenghast (Titus Groan) è il primo volume di una trilogia e apparve nel 1946. Fu accolto molto bene dalla critica, ma non ebbe quello che si dice oggi un successo commerciale forse perché il modo di scrivere di Mervyn Peake non è di facile classificazione.
La sua prosa, con una certa vena mainstream, possiede le stesse particolarità e qualità di un Thomas Love Peacock o di un Lovecraft.
Il Tito di Gormenghast si può definire un capolavoro gotico, ma anche un’enciclopedia, una biblioteca, un inventario d’oggetti, un campionario di stili. Un groviglio dall’alchimia spettacolare (colmo di descrizioni ricche di dettagli) che impone una lettura multipla…
Insomma, un libro con la L maiuscola che ha come scopo principale l’originalità. Una sorta di piccolo mondo (con personaggi che vivono e respirano il mistero) che, come scrive Anthony Burgess, ha assorbito la nostra cultura e lì si è arrestato rifiutando di muoversi oltre in quanto “trova in se stesso forza vitale e giustificazione, e in sé si isola”.

Mervyn Peake, Tito di Gormenghast, traduzione di Anna Ravano, Gli Adelphi, Adelphi, gennaio 2014.