Istruzioni per rendersi felici

A vivere felici, mio lettore, tutti, proprio tutti aspirano ma, come direbbe il saggio Lucio Anneo Seneca, quando c’è da distinguere con esattezza quale è la cosa, l’ingrediente, il segreto che rende felice la vita, d’improvviso tutti  hanno la vista annebbiata». «E a tal punto non è facile riuscire ad avere una vita felice, che tanto più uno si allontana da essa quanto più si affanna a raggiungerla, se ha sbagliato strada.»

Armando Massarenti, Istruzioni per rendersi feliciPer i filosofi antichi la filosofia era soprattutto una scelta di vita, un modus vivendi. Al filosofo non importava vivere in modo astratto una teoria filosofica rispetto a un’altra, ma era fondamentale seguire un metodo rigoroso per vivere bene e quindi per essere felice.
La filosofia è semplice e sconcertante perché spunta quando meno te l’aspetti e cambia l’aspetto esteriore delle cose.
Saggio è chi sa spogliarsi intelligentemente di tutto ciò che non è necessario.
«Sfronda ed esamina te stesso. Togli ciò che è superfluo […] Non smettere di scolpire la tua propria statua», diceva Plotino.
Una vita buona e felice la si può costruire con un percorso fatto di prove ed errori, di molto esercizio e di pratica di sé, sviluppando ognuno forze proprie e abilità spiccate. Coltivando ciascuno le proprie virtù.
Tutto fluisce e passa nelle nostre vite, o per dirla con Otto Neurath, filosofo della scienza del XX secolo, «siamo come marinai che riparano la barca mentre stanno in mare».

Armando Massarenti, Istruzioni per rendersi felici, Guanda 2014.

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Le affascinanti manie degli altri

«Sabato sera» sottolineò Isabel Dalhousie. «Fischiano le orecchie».
Guy Peploe, seduto di fronte a lei in un angolino sul retro della caffetteria Glass and Thompson, le rivolse uno sguardo confuso. Isabel aveva la tendenza a pronunciare frasi enigmatiche — lui lo sapeva, e non ci faceva più caso — ma questa gli parve più sibillina del solito.
Mescolò il caffè. «Non ti seguo, Isabel. Lasciatelo dire. Orecchie che fischiano?»
Isabel sorrise. Non intendeva fare la misteriosa ed era stato Guy, del resto, a introdurre l’argomento «sabato sera»; lei aveva solo raccolto lo spunto. L’amico aveva parlato di un’inaugurazione a cui aveva partecipato il sabato precedente, una mostra dedicata a un pittore realista scozzese, ignorato in vita e ora acclamato come un genio. C’erano tutti: o meglio, tutti quelli che andavano alle inaugurazioni del sabato sera nelle gallerie, aveva rimarcato Guy ridacchiando. I restanti quattrocentottantamila abitanti di Edimburgo e dintorni con ogni probabilità stavano facendo altro.

Alexander McCall Smith, Le affascinanti manie degli altri,Isabel Dalhousie è una filosofa riflessiva, ma tutt’altro che prudente. Ha fiducia nella vita che evolve (e muta) e ci fa scoprire il lato di filosofia applicata alla nostra vita di tutti i giorni.
La realtà più abituale ha molto di che sorprenderci. L’altro, che crediamo di conoscere, è un infinito che fugge a se stesso… Il quotidiano è così come lo creiamo e di quotidiano in quotidiano la vita passa, si trasforma. Per questo aprire gli occhi tutte le mattine significa essere vivi e Isabel Dalhousie sa che per amare il quotidiano è sufficiente questa semplice constatazione. Lei pone sempre domande alla vita mantenendo per tutta la giornata la chiarezza del mattino. Aprire gli occhi anche quando nessuno ci spinge a farlo, significa scegliere lo stupore come posizione esistenziale. Lei non è una detective tradizionale, però non ha mai rifiutato una richiesta diretta di aiuto e sa vivere una vita piena, sa rallentare e sbagliare. Sa andare incontro alle situazioni più diverse per cogliere il nuovo nascosto dietro al vecchio, il cambiamento che si agita sotto l’apparente ripetizione dell’identico.
“Il sole è nuovo ogni giorno!”, diceva Eraclito.

Alexander McCall Smith, Le affascinanti manie degli altri, traduzione di Giovanni Garbellini, Guanda 2014.

Storie del dormiveglia

phsddPeter Handke scrive tutti i suoi testi rigorosamente a penna o a matita ed è tra gli scrittori di lingua tedesca più originali della seconda metà del ventesimo secolo.
Maestro di suono e sperimentatore linguistico, prova, scrivendo, a rifondare il mondo con i mezzi del linguaggio.
Il suo stile è inconfondibile e in questi testi descrive con la forza della parola gli orrori dello sfruttamento e della distruzione. Lo fa in un modo solenne e leggero al tempo al tempo stesso.
La sua scrittura, così densa e lirica, è un movimento che si ramifica lentamente, ma anche un gioco a confondersi. Un gioco lento, fascinoso ed elettrizzante, che sonda a fondo l’irrazionalità del linguaggio ordinario e la realtà di tutti i giorni, stimolandoci a notare sempre nuovi sentieri che invitano a essere percorsi.

Peter Handke, Storie del dormiveglia, traduzione di Roberto Menin, Collana Prosa contemporanea, Guanda 2014.