Prima del calcio di rigore

Una mattina, presentandosi al lavoro, l’elettroinstallatore Josef Bloch, che era stato un portiere di qualche fama, venne informato del suo licenziamento. Bloch, almeno, interpretò come un’informazione di questo tenore il fatto che, al suo apparire sulla porta della baracca in cui sostavano gli operai, soltanto il capomastro sollevasse gli occhi dalla colazione, e abbandonò il cantiere. Per la strada alzò un braccio, ma — a parte il fatto che Bloch non aveva alzato il braccio per chiamare un taxi — la macchina che gli passò vicino non era un taxi. Alla fine sentì davanti a sé il rumore di una frenata; Bloch si voltò; dietro di lui c’era un taxi, il taxista imprecava; Bloch tomò a voltarsi, montò e si fece portare al mercato gastronomico. Era una bella giornata d’ottobre. Bloch mangiò una salsiccia calda a un chiosco, poi camminò tra i chioschi verso un cinema.

pdcdrLicenziato dal suo lavoro in cantiere, l’ex portiere di calcio Josef Bloch inizia a vagare senza mèta per Vienna. Va al mercato, al cinema, allo stadio e cerca una stanza d’albergo.
L’eccitazione lo pervade da capo a piedi. Tutti i suoi sensi sono allerta. Fiuta l’aria, tende l’orecchio, ha la sensazione che qualcosa non quadri.
Cerca disperatamente un contatto, anche se non sa con chi.
E allora ucciderà, senza motivo, per puro istinto morboso. Sentendosi lontano, svuotato. Come un portiere che si prepara a parare un calcio di rigore.
Tenterà così la fuga verso il confine e avrà anche l’illusione di salvarsi, di farcela. Eppure, insinuante, ossessiva, l’idea di essere spiato da una forza misteriosa, decisa ad annientarlo, resisterà.
«Il portiere si domanda in quale angolo l’altro tirerà» disse Bloch. «Se conosce il tiratore, sa quale angolo si sceglie di solito. Può darsi però che anche l’incaricato del calcio di rigore calcoli che il portiere ci pensa. Quindi il portiere pensa che oggi, per una volta, il pallone arriverà nell’altro angolo. Ma se il tiratore continuasse a pensare insieme al portiere e decidesse quindi di tirare nel solito angolo? E così via, e così via.»
Prima del calcio di rigore è uno dei testi più importanti di Peter Handke, un thriller ricco di suspence, coinvolgente e condotto con un ritmo pieno di fascino.

Peter Handke, Prima del calcio di rigore, Guanda.

Una spola di filo blu

Una sera di luglio del 1994, Red e Abby Whitshank ricevettero una telefonata dal figlio Denny. Era tardi, si stavano preparando per andare a letto. Abby, in sottoveste davanti al comò, sfilava le forcine dalla sua disordinata crocchia color sabbia; Red, un uomo scuro, magro, in pantaloni del pigiama a righe e maglietta bianca, si era appena seduto sul bordo del letto per sfilarsi i calzini. E così, quando il telefono squillò sul suo comodino, fu lui a rispondere. «Casa Whitshank» disse.
E poi: «Oh, sei tu, ciao».
Abby girò le spalle allo specchio con le mani ancora nei capelli.
«Cosa» disse Red senza punto di domanda.
E poi: «Eh? Oh, Denny, ma che cavolo…»
Abby lasciò cadere le braccia.
«Pronto?» disse Red. «Aspetta. Pronto? Pronto?»
Rimase in silenzio per un momento e poi riagganciò.
«Cosa c’è?» gli chiese Abby.
«Dice che è gay.»
«Cosa?»
«Ha detto che doveva dirmi una cosa: che è gay.»
«E tu gli hai sbattuto il telefono in faccia?»
«No, Abby. È stato lui a sbattere il telefono in faccia a me. Io ho solo detto: ‘Ma che cavolo’ e lui ha riattaccato. Clic! Così.»

 

usdfbCon fresca e ariosa leggerezza, per anni, Anne Tyler è stato un’eccellente osservatrice delle idiosincrasie e delle fragilità umane.
In questo delizioso e commovente (e maledettamente realistico) romanzo ci presenta la famiglia Whitshanks con la madre Abby, il padre Red e i loro quattro figli ormai già adulti che, come la maggior parte delle famiglie, non sempre vanno d’accordo e certe volte hanno segreti inconfessabili.
Leggendo queste storie così realistiche siamo in grado sia di ridere che di piangere perché questa famiglia, con tutti suoi componenti, ci ricorda in qualche modo e così tanto le nostre, quelle che conosciamo e amiamo.

C’era qualcosa che non andava in Abby, se non moriva dalla voglia di trascorrere ogni minuto libero con i suoi nipoti? In fondo li amava, no? Li amava così tanto da avvertire una specie di vuoto sulla superficie interna delle braccia tutte le volte che li guardava, il desiderio doloroso di averli vicini e tenerli stretti a sé. I tre ragazzini erano un groviglio inestricabile, sempre definiti collettivamente come un’unica entità, ma Abby sapeva bene quanto fossero diversi uno dall’altro. Petey era il più apprensivo, e dava ordini ai suoi fratelli non per cattiveria, ma per un istinto di protezione, di branco; Tommy aveva la natura solare del padre e le sue capacità diplomatiche, mentre Sammy era il suo piccolino, ancora con il suo profumo di succo d’arancia e pipì, ancora felice di starle in braccio e farsi leggere una storia da lei. E poi c’erano i più grandi: Susan, così seria, affettuosa e bene educata — ma era del tutto a posto? — e Deb, identica a come era Abby alla sua età, curiosa come una bertuccia, e il povero e maldestro Alexander, che ce la metteva tutta e le straziava il cuore, e poi Elise, così diversa da lei, così totalmente altra da farla sentire privilegiata di poterla vedere così da vicino.
Ma era più facile, per qualche motivo, pensare a tutti loro da lontano che trovarsi a stretto contatto, costretta a farsi spazio in mezzo a loro.

Anne Tyler, Una spola di filo blu, traduzione di Laura Pignatti, Guanda 2015.

L’estate in cui tutto cambiò

«Tutto a posto, li dietro?» chiese il padre di Maria.«Ormai non manca molto» disse la madre di Maria.Nessuno dei due si era voltato. La loro nuca avanzava senza scosse tra i panorami che si dispiegavano fuori dai finestrini, a destra e a sinistra; siepi, alberi, campi, case che passavano oltre troppo in fretta per poterli osservare bene. Campi di granturco. Campi con animali. Di tanto in tanto, sulla sinistra, tratti di un mare verde e lattiginoso, bordato da un nastro di sabbia dorata o di ciottoli. Quella è la Manica, disse Maria, nella sua testa, al posacenere sullo schienale del sedile davanti, il mare. Siamo venuti a passarci le vacanze, perché Il e quello che fa la gente. Ogni giorno si va in spiaggia, si corre in giro, si grida e si costruiscono castelli di sabbia, cose così. Ci sono gli animali gonfiabili e i ghiaccioli e di notte ti ritrovi la sabbia nel letto. Lo si fa ad agosto. A quanto ne so, lo fanno tutti, in tutto il mondo….

livelyUna famiglia va a trascorrere una vacanza a Lyme Regis – famosa per le sue scogliere e gli antichi fossili – sulla costa meridionale dell’Inghilterra. Maria, la figlia, ha undici anni e ama stare da solo con i suoi pensieri. Parla con gli oggetti o con gli animali, che in genere preferisce alle persone.
Mentre la famiglia si sta ambientando in quei luoghi pieni di magia, Maria inizia poco alla volta a entrare in sintonia con lo “spirito” della casa. Sente un cane abbaiare, ma non c’è nessun cane. Scopre che qualcuno ha giocato con l’altalena nel cortile di casa, ma non c’è nessuno nel cortile di casa.
Lentamente comincia a sospettare che proprio lì, in quella casa, molti anni prima, forse è successo qualcosa di brutto…

L’estate in cui tutto cambiò è un libro speciale che cattura fin dalla prima pagina e Penelope Lively, con la sua scrittura elegante e nitida, è capace di portare sempre un tocco di luce e una sterminata ricchezza di sensazioni visive, tattili, uditive e sonore tra le righe.

Penelope Lively è cresciuta in Egitto, ma dopo la guerra si è stabilita in Inghilterra. E’ laureata in storia presso il College di St Anne di Oxford. E’ membro della Royal Society of Literature e membro del PEN e della Società degli Autori.

Penelope Lively, L’estate in cui tutto cambiò, traduzione di Elisa Banfi, Narratori della Fenice, Guanda, 2013.

Ingredienti per una vita di formidabili passioni

Per me è particolarmente difficile immaginare una letteratura priva del conflitto fra l’uomo e ciò che gli impedisce di essere felice. Non potrei mai affrontare la letteratura, la scrittura, senza la consapevolezza di essere la memoria del mio paese, del mio continente, di tutta l’umanità. Mi sono trovato a vivere nella seconda parte del Ventesimo secolo, un secolo segnato dal confronto tra due potenze che hanno fatto della guerra e della pace un ricatto per spaventarsi a vicenda, e hanno deciso che nelle rispettive zone d’influenza la libertà, la giustizia sociale e la dignità fossero riservate all’élite.

Sepulv passVita spericolata e avvincente quella di Luis Sepúlveda, che ha mantenuto fin da giovanissimo un atteggiamento di forte impegno politico.
Cresciuto in un quartiere proletario di Santiago del Cile, Sepúlveda voleva diventare un grande calciatore (giocava attaccante nei giovanissimi dell’Unidos Venceremos, la squadra del suo quartiere), ma a un certo punto è distratto da una giovane bellezza che ama la poesia. E’ lei a farlo avvicinare per prima alla letteratura. Grazie a lei diventerà un fervido lettore di poesia. “Da Garcìa Lorca ad Antonio Machado, da Gabriela Mistral a Leon Felipe, da Neruda a de Rokha, e con il passare del tempo l’amore per le parole mi si rivelò come un amore fedele, che non mi avrebbe mai tradito.”
Luis Sepúlveda appartiene alla generazione che ha vissuto intensamente i tempi del presidente Salvador Allende e la successiva dittatura del generale Augusto Pinochet. Un periodo in cui è stato imprigionato per tre anni e poi esiliato.
In questo suo ultimo libro, vero e proprio viaggio circolare nella memoria, ci racconta del suo passato da militante in Cile, dell’esilio e degli amici che ha perso.
Un vero viaggio di scoperta, ce lo ricorda Proust, non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere occhi nuovi. Luis Sepúlveda, quando scrive, con le sue bellissime parole, prende l’impronta dell’anima. Scrive di un passato che torna a scontrarsi con la sua vita, ma lo fa in modo lieve, straniante, si meraviglia delle cose che gli sono accadute. Evoca in modo fresco, leggero e delicato terre lontane, sguardi intensi, silenzi pieni di parole, isole per ripararsi durante un tifone, orme di passi, ferite dolorose, emozioni che fanno brillare gli occhi.

Luis Sepúlveda, Ingredienti per una vita di formidabili passioni, traduzione di Ilide Carmignani, collana Biblioteca della Fenice, Guanda, 2013.

Sei tornato

Qualcuno lo stava spiando.
Mark Fife cominciò a percepirlo in un caffè a tre isolati dalla casa dove abitava con Allison, la sua fidanzata, seduto su una sedia imbottita con la schiena rivolta alla vetrina. Era il mattino presto di un giorno lavorativo; tutto l’Ohio centrale si era svegliato sotto dieci centimetri di neve fresca e Mark e Allie avevano deciso di fare una passeggiata finendo per arrivare lì. Appena prima dell’ora di punta, A Cup O’Joe era pieno, rumoroso, l’aria calda e umida per la neve che si scioglieva sotto la suola di decine di scarponi. Allison aveva lasciato Mark da solo per andare in bagno e lui nell’attesa fingeva di leggere il «Dispatch». E in quel momento ecco il pizzicore al collo, quel fremito improvviso, come il gesto d’intesa di un’amante che ti passa la punta di un dito sulla nuca, tra i capelli corti.
Alzò gli occhi dalla pagina e passò in rassegna il locale, ma nessuno lo guardava. Quindi si girò sulla sedia e rimase nuovamente sbigottito: una donna, sconosciuta, lo scrutava da oltre A vetro.La donna era più vecchia di lui, sui quarantacinque. Aveva il viso rotondo, con un’abbronzatura innaturale per il mese di dicembre, avvolto in una sciarpa color argento; i capelli che ne spuntavano erano ricci e scurissimi. Teneva gli occhi spalancati: sembrava sorpresa di vederlo, un’espressione che Mark riconobbe, e che gli guastò l’appetito.
Avrebbe potuto ignorarla, ma era troppo bizzarra – troppo nervosa e frenetica – per essere ignorata. Aveva la bocca aperta, le mani inguantate strette davanti a sé. Non era soltanto sorpresa di vederlo. Era spaventata.

Sei tornato2Sette anni dopo la morte di suo figlio, Mark Fife è di fronte a una donna convinta che il fantasma del bambino continui a frequentare la sua vecchia casa. Questa rivelazione minaccia di destabilizzare la nuova vita che nel tempo Mark si è costruito e sembra l’inizio di un qualche cosa di inquietante che non si sa dove potrà portare.
La cosa più notevole di questo romanzo è l’architettura sottilissima e il profondo senso di emozione e meraviglia che vi scorre dentro.
Sei tornato è il romanzo d’esordio di uno dei migliori giovani scrittori americani, Christopher Coake, noto finora per i suoi racconti.
Un libro emozionante e intenso, un viaggio straziante nei meandri del cuore umano che si legge come un romanzo di suspense. Una cosa è certa. E’ molto più di una semplice storia di fantasmi.

Christopher Coake, Sei tornato, traduzione di Corrado Piazzetta, Guanda, 2013.

Il pollo di Newton

Massimiano Bucchi, Il pollo di NewtonLa scienza tratta spesso della vita di tutti i giorni e ci spiega per bene i meccanismi che governano le file al supermercato, i segreti fisico-matematici del gioco del calcio, ma anche i motivi per cui la maionese “monta” o “impazzisce”.
La scienza, insomma, entra addirittura in cucina e ha di bello che si mette a fianco del senso comune spesso illuminando anche i cuochi che, come dice Piero Angela, “sono, a modo loro, inventori di reazioni chimiche”.
Utilizzare la cucina e i suoi segreti per presentare e divulgare la scienza è oggi diventato uno sport molto comune. Libri di divulgazione, installazioni negli science centres, programmi alla televisione e alla radio, giochi per ragazzi invitano a scoprire questi segreti, propongono “ricette per divertirsi con la scienza”, “ricette-esperimenti per imparare la scienza e la nutrizione” e persino “laboratori epicurei in cui esplorare la scienza della preparazione dei cibi”.
La presentazione della cucina come scienza non è però qualcosa di nuovo, anzi. Fin dal XVII secolo, la preparazione del cibo e le attività domestiche cominciarono ad essere presentate come abilità tecniche sofisticate e degne di essere conosciute dal punto di vista scientifico. Già Tommaso Garzoni nel 1585 scriveva che i beccari, i macellai, “sono poco differenti dagli Anatomisti, e solamente da loro disgradano in questo, che gli Anatomisti scorticano e smembrano i cadaveri umani e qualche volta tagliano ancora i vivi, ma i beccari sbrannano e disfanno quei delle bestie e animali con molto minor pietà che nell’officina d’Anatomia non si costuma.”
Durante l’Ottocento, l’attenzione alla cucina come scienza diventa un vero e proprio fenomeno e si assisterà, tra la fine del secolo e gli inizi del ‘900, a un fiorire di pubblicazioni che promettono di portare la scienza in cucina (rivoluzionandola scientificamente) rimpiazzando “pratiche obsolete e incongruenti così come la scienza aveva fatto per l’alchimia”.

Massimiano Bucchi è docente di sociologia della scienza e comunicazione della scienza presso l’Università degli Studi di Trento e membro del comitato scientifico di Observa Science in Society, un centro di ricerca no profit che si occupa dei rapporti tra scienza e società.

Massimiano Bucchi, Il pollo di Newton. La scienza in cucina, collana Biblioteca della Fenice, Guanda, 2013.