Concerto di una sera d’estate senza poeta

Un mormorio. Brandelli di sogno. Secchi colpi d’ali. Chi è che parla? Grigi uccelli migratori girano intorno a una torre scura, stridono rochi richiami, canti in lingue incomprensibili. Le loro traiettorie tracciano disegni irregolari, organici, sopra la palude e la landa e lo specchio del fiume e dei canali. Oppure quel sussurrio scaturisce dalla marea dell’aurora che sale inarrestabile, si insinua fin dentro la stanza, incerta se sia già venuto il suo tempo?
Vogeler si alza dal letto, indossa la vestaglia blu notte, per metà kimono giapponese e per metà nobile veste medievale. Ne ha ideato lui stesso il ricamo, una coppia di usignoli che accostano i becchi nel folto dei rovi, così come ha ideata ogni altra cosa che Iì lo circonda, dal grande letto di betulla lucidata alle lampade, i candelabri e le tappezzerie, fino alla commode dipinta in bianco opaco. In tutta la casa, dal colmo del tetto fino alle cantine per i vini, non c’è stanza né quasi oggetto che non abbia elaborato o modellato lui, e a cui non abbia dato forma di persona e sistemato e arrangiato in maniera tale da corrispondere alle sue convinzioni e idee, fantasie e desideri.

cdisTra fine Ottocento e primi anni del Ventesimo secolo. Rainer Maria Rilke gira l’Europa e va a Parigi, a Mosca, a Berlino, a Firenze. Proprio nella città gigliata conosce il pittore Heinrich Vogeler, tra i più importanti rappresentanti dello Jugendstil. Heinrich convincerà Rilke a raggiungerlo a Worpswede, accogliente e particolare località nel nord della Germania dove molti artisti hanno scelto di vivere vicino alla Natura.
Vogeler ospiterà Rilke nella casa delle betulle e il poeta avrà modo di incontrare e conoscere Clara Westhoff che diverrà, poi, sua moglie. Rilke, però, si dedica anima e corpo al suo talento e disprezza in modo particolare l’ozio, “lo rifugge, perché fondamentalmente è lui stesso un ozioso che anche mentre non fa nulla è coartato a fingere di essere gravemente assorto nel lavoro”. Continuerà quindi “a inscenarsi poeta anche quando gli sarà scappata ogni ispirazione, reciterà a beneficio del mondo un copione che ormai è diventato parte inestricabile da sé.”
Modick ricostruisce qui, in modo attento, con dei lenti flashback, la storia di questi incontri tra artisti partendo da un celebrato quadro dello stesso Vogeler in cui siamo proiettati in un continuo “dentrofuori”. Un quadro nato dall’atmosfera della prima estate trascorsa a Worpswede.

Klaus Modick, Concerto di una sera d’estate senza poeta, traduzione di Riccardo Cravero, I narratori delle tavole, Neri Pozza 2015.

La reliquia di Costantinopoli

Venezia. lunedì 15 aprile 1565
«Córi, che i cava su i morti!»
La voce si sparge con la velocità delle moreie che fuggono dalla nave in fiamme. La Serenissima ha deciso. Le ossa dei veneziani, ormai troppe, e troppo strette le une alle altre nei pochi palmi di terra dei broli delle chiese, vengono dissepolte per fare spazio ai morti freschi. Ché quelli non mancano mai.
Ciò che da sempre manca, a Venezia, è Io spazio, anche per chi è ormai passato a miglior vita, e non può godersi la requie eterna promessa il giorno della sepoltura.
«Poco mal» se la ride il pissegamorti che sta cavando nel brolo di San Zaccaria, «i venessiani i ga viazà da vivi, i viazarà anca da morti. Chi che resta sempre pitocco so’ mì, beco de Giuda!»
Il sole è ancora nascosto dietro i palazzi che cingono il piccolo cimitero, ma il cielo, azzurro è terso come una fine seta di Damasco, lascia intendere che la giornata sarà di quelle buone.

lrdcNel 1565 a Venezia la peste semina ancora morte e un vecchio se ne sta in attesa di qualcosa dietro un alto muro. È lì fermo e aspetta che un pizzicamorti riporti alla luce la tomba del chierico Gregorio dentro al brolo di San Zaccaria.
“È stata una fortuna che Demetrio, il mio servo, mi abbia avvisato degli scavi in corso nei camposanti della città. La mia vita, che credevo dovesse ormai limitarsi a una placida attesa della morte, ha dunque ancora uno scopo, una missione. E non so se, a questo punto, questo capitolo sarà l’ultimo. Per me di sicuro: troppe volte ho già giocato con la morte, e a breve mi capiterà la mano sbagliata. Tutto sommato, fino a ieri mi sarebbe anche andata bene: superare i settant’anni, che il Filosofo pone come termine naturale della vita dell’uomo, è cosa rara, e sebbene in molti mi additino come fortunato, a chi me lo chiede non posso nascondere che il viaggio, proprio perché lungo, è stato ricco nelle perdite, prodigo nei dolori, liberale negli errori. Oggi sono solo: dietro di me ho lasciato una lunga fila di tombe, in cui ho sepolto gioia, amore, speranza. La morte, ormai mia amica, non può che essermi di conforto.”
Al vecchio non interessa tanto quello che resta di Gregorio, ma intende recuperare il diario del chierico (nascosto proprio lì, tra le spoglie) che di sicuro nasconde un segreto molto importante sul trafugamento di reliquie durante l’assedio di Costantinopoli (uno degli elementi centrali della Nuova Roma era proprio il culto delle reliquie) avvenuto nel 1453, quando Maometto II spazzò via l’ultima traccia di Occidente cristiano sulle rive del Bosforo.

Un libro poderoso e coinvolgente che, nella cornice di un perfetto racconto storico, passa agilmente da dialoghi intrecciati (con un interessante miscuglio di elementi dotti e lingua parlata, ecc.) a descrizioni davvero ricche e illuminanti.

Paolo Malaguti, La reliquia di Costantinopoli, I narratori delle Tavole, Neri Pozza 2015.

L’ufficiale dei matrimoni

Livia Pertini si innamorò per la prima volta lo stesso giorno in cui Pupetta, la sua bufala preferita, vinse il primo premio. In paese, durante l’annuale Festa delle Albicocche, si svolgeva non solo una gara per il frutto migliore, cui concorrevano centinaia di minuscoli frutteti sulle pendici del Vesuvio, ma anche un concorso per la ragazza più graziosa della zona. La prima era sempre presieduta dal padre di Livia, Nino, perché si riteneva che il proprietario dell’osteria del paese avesse il palato più fino; giudice del secondo era don Bernardo, il prete, perché si pensava che, essendo celibe, potesse garantire una certa obiettività.

udmCon le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) l’intera città è in prima linea, si alzano barricate in tutti i quartieri e ogni napoletano è lì a combattere fino a costringere i tedeschi alla resa.
Poche ore dopo, con l’arrivo degli americani, comincia un lungo e faticoso cammino verso la normalità, tra cumuli di macerie, apocalittiche eruzioni del Vesuvio, mercato nero, prostituzione ed epidemie.
Anthony Capella (autore anche de Il profumo del caffè, di The Food of Love e di Love and Other Dangerous Chemicals), davvero bravo a tradurre in parole aromi e profumi, ambienta qui il suo romanzo (catturando panorami, cibi e odori) e ci narra la seducente bellezza di questi luoghi, la ricchezza della cucina, l’orrore della guerra totale, avvolgendo tutto in una storia d’amore toccante.

La lettura di Capella è sempre scorrevole, la caratterizzazione dei personaggi ottima. Tra i protagonisti principali c’è il capitano dell’esercito britannico James Gould che è assegnato a Napoli come Ufficiale di nozze e il cui dovere è scoraggiare matrimoni tra soldati britannici e ragazze italiane, ma che non immagina nemmeno lontanamente quanto sarà difficile eseguire il suo lavoro.

Anthony Capella, L’ufficiale dei matrimoni, traduzione di Maddalena Togliani, I narratori delle Tavole, Neri Pozza 2015.

Tempo d’estate

Con quell’aria umida sembrava di avere acqua nei polmoni, come se si stesse per affogare. Una debole brezza mosse il bucato steso ad asciugare, ma i panni ricaddero immediatamente, esausti dopo lo sforzo. Nonostante il caldo, rifiutavano di asciugarsi. I temporali quotidiani non servivano ad abbassare le temperature; riuscivano solo a creare un vapore torrido e insopportabile. Era come essere cotti vivi, pensò Missy. Come quei grossi granchi nella vasca di acqua salata, che aspettavano di finire in pentola quella sera. Uscì a fare il bagno al bambino nella bacinella all’ombra del baniano, per lavarlo e rinfrescarlo. Felice, il piccolo schizzò entrambi di acqua saponata. Qualche ora prima quella mattina, mentre dormiva nella cesta nuova, le sue guance rotonde avevano assunto un’allarmante tonalità di rosso, come le fragole troppo mature fuori dalla porta della cucina. A volte arrivavi ad averne abbastanza anche di una cosa gustosa come le fragole. Il raccolto di quell’estate aveva avuto la meglio persino sulle sue formidabili capacità di conservarle, e i frutti erano rimasti a marcire sulle piante.

tdeÈ il luglio del 1932, siamo in piena Grande Depressione, sono in vigore le leggi Jim Crow che hanno creato segregazione razziale e i linciaggi sono pratica comune in tutto il Sud.
A Heron Key, in Florida, il picco di caldo non sembra voler dare tregua. Missy, però, è carica di gioia e attende con ansia il barbecue del 4 Luglio che, col suo spettacolo pirotecnico, è l’evento più atteso del calendario sociale di Heron Key, l’unico a cui sono ammesse le persone di colore, “nella spiaggia a loro riservata, ovviamente”.
Missy è emozionata anche perché sa che Henry Roberts è tornato. Sono passati quasi vent’anni da quando, ragazzo, è partito per la guerra in Europa e da allora non l’ha più visto. Tra loro c’è stato qualcosa di speciale, qualcosa che Missy conserva intatto dentro di sé. Quando erano bambini Henry le raccontava storie bellissime che le hanno, in un certo modo, cambiato la vita. Ora lui è qui, davanti a lei, è passato tanto tempo ed è un veterano ma sembra un vagabondo, ha la barba ispida e grigia, oltre a una cicatrice lunga e curva sul collo.

Vanessa Lafaye, Tempo d’estate, traduzione di Chiara Brovelli, I narratori delle tavole, Neri Pozza 2015.

La collina delle farfalle

Uscì dal bosco e si ritrovò sul fianco della collina dove la vista si apriva di colpo, ma c’era qualcosa di sbagliato, qualcosa di strano. A parte il fatto che gli alberi sopra di lei erano disseminati di quel grumi marroni, l’intera valle aveva un aspetto irreale, come in un film di fantascienza. Da lì, si vedeva bene il versante opposto della montagna e la foresta che lo ammantava era interamente ricoperta da quelle cose irsute. Gli abeti che si scorgevano fra la bruma avevano i rami curvi, tanto ne erano carichi. L’aspetto squamoso e screziato dei tronchi e delle fronde saltava all’occhio, come se fossero imbrattati di cornflakes. Aveva due bambini piccoli, lei, ed era abituata a vedere le cose imbrattate di cornflakes. Quasi tutta la foresta, dalla valle al crinale, appariva sbiadita, il beige pallido delle foglie morte. Ma erano abeti, avrebbero dovuto essere scuri e comunque non si trattava del fogliame: quella roba si muoveva, le fronde brulicavano… D’istinto, fece un passo indietro, sebbene gli alberi fossero lontani da lei, al di là del canalone. Infilò la mano nella borsa in cerca di una sigaretta, ma poi si bloccò.

la collina delle farfalleUno dei doni di questo romanzo è lo splendore della sua prosa. Si sente che Barbara Kingsolver ha piacere di scrivere, di trasmettere con la massima precisione l’esatta sfumatura e intensità del suo pensiero, di creare immagini che lasciano dentro qualcosa di forte facendoci entrare in empatia con la vita reale.
La collina delle farfalle è un romanzo raffinato e complesso sugli effetti del riscaldamento globale, su come i cambiamenti nell’ambiente possono portare a cambiamenti significativi nella vita delle persone… Un libro che fa capire in modo intelligente cosa di questi tempi vale la pena tenere e cosa dovrebbe essere gettato…

Barbara Kingsolver, La collina delle farfalle, traduzione di Massimo Ortelio, I Narratori delle Tavole, Neri Pozza, 2013.

La mappa dei ricordi perduti

In fondo all’appartamento, una serie di imposte si apriva su un balcone affacciato sui tetti incurvati di Shanghai. Al di là dei bassi edifici, allo sbocco di una strada tortuosa, il fiume Huangpu sciabordava contro le banchine. Una greve umidità vellutata premeva sullo scuro nastro d’acqua, e quella tensione incessante provocava una debole brezza, il cui soffio mandava a salire nell’aria densa della notte effluvi di gelsomino e di liquami, di carbone e alghe decomposte.
All’interno, nel piccolo salotto, si affollava una decina di giornalisti e rivoluzionari accalorati. insieme al consueto assortimento di eccentrici che si riunivano alle feste di Shanghai nel 1925: una cantante lirica persiana, una baronessa russa sfuggita alla rivoluzione bolscevica e un contrabbandiere d’armi di nazionalità incerta. C’era un prete con gli occhi accesi dalla cocaina ordinata sul menu del servizio in camera all’Astor House, e Irene Blum riconobbe il fascista italiano che la sera prima aveva visto pavoneggiarsi al Del Monte con una tigre imbrigliata da un guinzaglio di cuoio. Ai residenti di Shanghai non occorreva mai nessuna scusa per ritrovarsi, ma in quell’occasione avevano un pretesto: il ritorno di Roger e Simone Merlin dalla Francia, dove la coppia si era recata per raccogliere fondi destinati al Partito comunista cinese.

La mappa dei ricordi perdutiRaramente si trova un libro che unisce dell’avventura intrisa di azione a prosa di ottima fattura. Il romanzo di Kim Fay (il suo è un esordio davvero brillante) riesce a mettere assieme la bellezza e la complessità di una Marguerite Duras (vedi L’amante) con l’inquietudine andrenalinica di un Indiana Jones e il tempio maledetto.
Il risultato è mozzafiato. Una sorprendente caccia al tesoro ricca fino all’orlo di mistero e suspense, ma soprattutto un viaggio introspettivo alla scoperta della Cina e dell’Indocina (nel periodo di transizione, a metà degli anni ’20, dal colonialismo agli inizi del comunismo) e uno straordinario cammino nei recessi più oscuri della mente e del cuore umano.

Kim Fay, La mappa dei ricordi perduti, traduzione di Federica Oddera,  I narratori delle tavole, Neri Pozza, 2013.