La musica segreta

jb2All’inizio non aveva nome. Era quello, quella cosa vivida. Era suo amico. Nei giorni di vento danzava, impazzito, agitando braccia in delirio, oppure nel silenzio della sera sonnecchia. va trasognato, oscillando nell’azzurro, nell’aria dorata. Non se ne andava neppure di notte. Nel suo lettino con le rotelle, tutto infagottato, lo sentiva muoversi oscuramente là fuori, al buio, per l’intero corso della lunga notte. C’erano altri più vicini, più vividi ancora, che andavano e venivano parlando, ma questi gli erano familiari in tutto e per tutto, erano quasi parte di lui, mentre quello, fisso e distante, apparteneva all’esterno misterioso, al vento, alle intemperie e all’aria azzurra e dorata. Era parte del mondo, eppure era suo amico.
Guarda, Nicolaus, guarda! Guarda il grande albero!
Albero. Era questo il suo nome. E anche: tiglio. Che belle parole. Le sapeva già molto prima di conoscerne il significato. Non significavano se stesse, di per sé non erano nulla, significavano la cosa che fuori cantava e danzava. Nel vento, in silenzio, di notte, mutava nell’aria mutevole pur essendo immutabile, l’albero, il tiglio. Era strano.

jblmsJohn Banville indaga sulla vita di Niccolò Copernico, ma non si ferma ai fatti, vuole andare oltre. Cerca di comprendere a fondo la sua mente inquieta e lo fa attraverso una ricerca critica, persistente.
Nicolaus vive la sua infanzia a Toruń, nella Prussia Reale, allora provincia del Regno di Polonia. Il padre muore quando è ancora piccolo e lui verrà cresciuto dal fratello di sua madre, un vescovo della Chiesa Cattolica. Studia matematica e astronomia all’Università di Cracovia e grazie all’influenza dello zio, sarà presto nominato canonico. Usa il compenso che gli deriva da questo incarico per pagarsi ulteriori studi.
Studierà legge e medicina in Italia.

Imparava con facilità, forse persino troppa: gli studi lo annoiavano. Solo di quando in quando, nella fredda musica austera della matematica, nell’incedere solenne di un verso latino, nelle dure certezze luminose, lucide e un po’ allarmanti della logica coglieva i vaghi contorni dí qualcosa di affascinante e scintillante, costituito di blocchi di aria vitrea che si assemblavano in un terso cielo soprannaturale, e allora dentro di lui risuonava la corda di rame della beatitudine perfetta.

Dopo il suo ritorno in Polonia, vivrà nel palazzo vescovile dello zio, compiendo i servizi sacerdotali, praticando la medicina e soprattutto studiando astronomia. Al suo tempo la maggioranza degli astronomi sostiene la teoria che l’astronomo greco Tolomeo ha sviluppato oltre mille anni prima. Secondo Tolomeo, però, la Terra si trova al centro dell’Universo e non si muove, mentre gli altri corpi celesti si muovono in modo complicato attorno ad essa. Nicolaus è convinto che la teoria di Tolomeo sia sbagliata e, dopo il 1515, comincia a parlare della teoria eliocentrica dell’universo.

Voi avete l’idea che Koppernigk abbia posto il Sole al centro dell’universo, giusto? Non è così. Il centro dell’universo secondo la sua teoria non è il Sole, ma il centro dell’orbita terrestre, il quale, stando al grande, all’imponente, all’onnirisolutivo «Libro delle rivoluzioni», si situa in un punto dello spazio che dista tre volte il diametro del Sole dal Sole! Tutte le ipotesi, tutti i calcoli, le tavole astrali, i grafici e i diagrammi, l’intero guazzabuglio di menzogne e mezze verità e autoinganni che è il De revolutionibus orbium mundi (o coelestium, come immagino lo si debba chiamare adesso) è stato messo insieme unicamente al fine di dimostrare che al centro di tutto non c’è niente, che il mondo ruota sul caos.

John Banville, La musica segreta, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Narratori della Fenice, Guanda 2016.

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False piste

Davy Clancy non era un uomo di mare, anzi, sotto sotto il mare gli metteva paura, eppure eccolo lì, in quella bella mattina d’estate, in procinto di prendere il largo su una barca che a lui pareva un grosso giocattolo complicato. Dicevano tutti che era il giorno perfetto per stare in acqua. Non dicevano che era il giorno perfetto per uscire in barca o per spiegare le vele. No: il giorno perfetto per stare in acqua, come fosse il loro motto o qualcosa del genere. Ed erano tutti così allegri e dinamici; i loro sorrisi compiaciuti gli mettevano i brividi. Diversamente da lui, quegli uomini raggrinziti dal vento con i berretti a visiera, i calzoncini beige e i pullover informi giocavano ai vecchi lupi di mare con cognizione di causa, per non dire delle mogli cotte dal sole con le loro voci squillanti: lupe d’alto bordo, pensò, con un guizzo di cupo sarcasmo. Si sentiva fuori posto, tra quei velisti provetti e il loro aplomb; lui lo sapeva e lo sapevano anche loro, il che li costringeva a essere ancor più cordiali nei suoi confronti, per quanto Davy cogliesse benissimo i loro sguardi, l’allegro disprezzo che balenava nelle loro espressioni.

BFPConosciuto e apprezzato per lo stile virtuosistico, l’ironia barocca e l’occhio pittorico, John Banville scrive in modo splendido creando personaggi di notevole profondità che vanno oltre il “genere”.
La qualità della sua scrittura infatti è superiore a qualsiasi altro romanzo poliziesco e in questo testo ne abbiamo un esempio formidabile.

Qui in False piste tra i protagonisti c’è Victor Delahaye, un importante imprenditore irlandese (e uno dei cittadini più in vista del paese) che decide di fare una gita in mare con Davy Clancy, giovane figlio del suo socio. Una volta al largo, secondo quanto racconterà il ragazzo, Victor prende una pistola e si spara.
Tra le varie indagini nell’alta società londinese e la morte altrettanto misteriosa (pochi giorni dopo) del padre di Victor, Jack, non sarà facile per l’ispettore Hackett e per il medico legale Quirke sbrogliare l’intricata matassa gremita di false piste (appunto!).

John Banville, False piste, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Narratori della Fenice, Guanda 2015.