Una seconda natura

mpIl mio primo giardino era un luogo di cui nessun adulto seppe mai nulla, anche se si trovava in una proprietà suburbana di un migliaio di metri quadrati soltanto, a Farmingdale, Long Island, nel terreno dietro la nostra casa, dove per nascondere la palizzata di legno del vicino era stata piantata una siepe irregolare di lillà e forsizie. Il mio giardino, che condividevo con mia sorella e i nostri amici, consisteva nella striscia di terreno non piantumato tra la siepe e la palizzata. Dico che nessun adulto ne seppe mai nulla perché, nell’immagine che un adulto si fa di questo paesaggio, la siepe corre proprio a ridosso della recinzione. Per un bambino di quattro anni, invece, lo spazio creato dai rami a volta della forsizia è vasto come l’interno di una cattedrale, e tra un lillà e una parete c’è posto sufficiente per un intero mondo. Ogni volta che avevo bisogno di sottrarmi al radar degli adulti, strisciavo sotto gli archi della forsizia, mi stringevo tra due cespugli di lillà e mi ritrovavo da solo e al sicuro nel mio personale spazio verde.

usnUn manifesto, non solo per i giardinieri, ma per gli ambientalisti di tutto il mondo, per ripensare “sulla carta” e attraverso le parole il nostro rapporto con la natura.
Un libro importante e profondamente originale che si legge come un’opera senza tempo. Un intrattenimento brillante e una lettura colta e contemplativa.
È la storia di un’educazione in due giardini: uno è più o meno immaginario, l’altro assolutamente reale, terreno. Uno è il giardino dei libri e dei ricordi. La classica utopia all’aria aperta, in un mondo libero e felice, in un “luogo senza moscerini e sempre in fiore”. Il luogo ideale in cui “la natura risponde ai nostri desideri e noi immaginiamo di sentirci perfettamente a nostro agio”. Un altro giardino è un luogo reale, terricolo, a Cornwall, nel Connecticut: più o meno due ettari di terreno collinare roccioso alquanto difficile da curare.
“Molto separa questi due giardini, tuttavia ogni anno li porto un po’ più vicini a coincidere. Entrambi hanno avuto moltissimo da insegnarmi, e non solo sul giardinaggio. Ho capito subito, infatti, che non avrei imparato a occuparmi molto bene della mia terra se non avessi appreso anche qualche altra cosa: sul ruolo che mi spetta in natura (rientrava nei miei diritti uccidere la marmotta che mi aveva saccheggiato l’orto durante tutta la primavera?); su certi atteggiamenti alquanto peculiari nei confronti della terra, innati negli americani (com’è che i miei vicini nutrono un interesse tanto profondo per le condizioni del mio prato?); sui tormentati confini tra natura e cultura; e sulla nostra esperienza dei luoghi, sulle implicazioni morali della progettazione del paesaggio e su diversi altri temi che il desiderio di raccogliere qualche onesto pomodoro non mi aveva preparato ad affrontare.”
Mettendo a confronto due correnti di pensiero: l’etica del mercato, in cui la manipolazione e la chimica sono utilizzati indipendentemente dalle conseguenze e l’etica del deserto in cui all’ambiente è consentito di riprendersi la sua parte “naturale”, Pollan sviluppa un’alternativa: l’etica del giardiniere. E lo fa, “secondo natura”, mettendo a confronto i metodi di giardinaggio del nonno (etica del mercato) con quelli di suo padre (etica del deserto).

Michael Pollan, Una seconda natura. Educazione di un giardiniere, traduzione di Isabella C. Blum, La Collana dei Casi, Adelphi edizioni 2016.

La prigione della fede, Scientology a Hollywood

London, nell’Ontario, è una città industriale di medie dimensioni a metà strada fra Toronto e Detroit, un tempo famosa per i suoi sigari e i suoi birrifici. In omaggio alla sua celebre omonima, ha anch’essa il suo Covent Garden, una Piccadilly Street e persino un fiume Tamigi, che si biforca attorno al modesto ma economicamente operoso centro urbano.
La città, situata sul fondo di una conca umida, è nota più che altro per la sgradevolezza del clima. Le estati sono eccezionalmente calde, gli inverni brutalmente freddi, la primavera e l’autunno belli ma fugaci. Il più illustre figlio del luogo è stato il direttore d’orchestra Guy Lombardo, celebrato da un museo locale, almeno finché questo non ha chiuso per mancanza di visitatori. London era un posto difficile per un artista in cerca di se stesso.
Nel 1975 Paul Haggis aveva ventun anni. Era diretto a un negozio di dischi in centro quando, all’angolo tra Dundas e Waterloo Street, si imbatté in un giovane dai capelli lunghi, con la parlantina facile e gli occhi penetranti. C’era un che di entusiasta e stranamente risoluto nei suoi modi. Si chiamava Jim Logan. Cacciò in mano a Haggis un libro e disse: «Hai una mente. Questo è il manuale di istruzioni». Poi aggiunse: «Dammi due dollari».
Il libro era Dianetics: la scienza moderna della salute mentale di L. Ron Hubbard, pubblicato nel 1950.

sahLawrence Wright racconta la storia del regista Paul Haggis e della sua fuga da Scientology. Dopo una prima intervista, Wright conduce una vera e propria inchiesta che poi confluirà in un intenso reportage che tocca una vasta gamma di aspetti della chiesa, dalla sua origine ai modi di reclutamento, dalle pratiche giornaliere dei funzionari fino al ruolo delle celebrità che ne fanno parte.
Come ogni scientologo, Haggis muove i suoi primi passi nel pensiero di L. Ron Hubbard, legge della sua vita avventurosa (di come avesse girato il mondo, guidato spedizioni e di come si fosse curato da solo invalidanti ferite di guerra attraverso le tecniche dalle quali avrebbe avuto origine Dianetics) e resta affascinato dal fatto che non è un profeta come Maometto o una divinità come Gesù.
Gli scientologi, sottolinea Wright, credono che Hubbard abbia scoperto le verità esistenziali alla base della loro dottrina attraverso un’approfondita ricerca. Forse è stato questo apparente razionalismo ad attrarre Haggis e altri come lui. Racconta, il giornalista vincitore del Pulitzer, che alla base della filosofia di Scientology c’è l’intenzione di liberare gli individui dai loro traumi psichici attraverso particolari sedute in cui il paziente rivela a un consulente tutti i dettagli più intimi e privati della sua esistenza, mentre viene collegato a una macchina che dovrebbe servire a misurare le variazioni di energia mentale. Scopo principale di queste sedute (alla base del reclutamento di Scientology) è portare l’individuo, attraverso una serie di livelli, a uno stato di completa liberazione dai ricordi dolorosi del loro passato.
“Hubbard era particolarmente interessato a quelle star non più sulla cresta dell’onda, ma dotate ancora di lustro a sufficienza da poter essere recuperate e trasformate in icone di Scientology. Il prototipo era Gloria Swanson, una delle più grandi dive dell’epoca del muto, e incarnazione del fascino sfarzoso di quell’era. Anche se non aveva più riacquistato la fama internazionale di prima del sonoro, continuava a recitare per la televisione e ad apparire sporadicamente al cinema – degna di nota soprattutto la sua interpretazione di Norma Desmond nel classico Viale del tramonto del 1950. Una top auditor di Hubbard, l’artista sudafricana Peggy Conway, coltivò fervidamente l’amicizia con la Swanson, che nelle sue numerose lettere chiamava «Mia adorabile Gloria», risparmiando comunque le lodi più sperticate per Hubbard, che era anche il suo auditor. «Il Maestro ha dato tutto per me» scrisse a Gloria Swanson nel 1956. «Non è mai andato a dormire, abbiamo parlato ventiquattr’ore su ventiquattro, giorno dopo giorno, notte dopo notte… Ero seimila anni luce sopra Arturo. Che genio è il nostro Grande Padre Rosso!».”
Concepita inizialmente come teoria psicoanalitica, Scientology diventa in breve tempo una sorta di struttura ecclesiastica dando vita a un intenso rapporto con Hollywood attraverso una forma di insistente reclutamento di fedeli. Un’organizzazione no profit che unifica e allinea una moltitudine di differenti attività religiose con un patrimonio immobiliare di circa tre miliardi di dollari.
Il reportage di Wright raccoglie, fin dalla storia di Hubbard, tutte le contraddizioni dell’organizzazione dimostrando come Scientology operi una profonda manipolazione sulle persone che vi si rivolgono, rendendole mentalmente dipendenti e non ha nessuna remora nel tormentarle mettendole a tacere qualora comincino ad avere qualche dubbio in proposito. In questo libro bumerosi ex credenti testimoniano in prima persona queste violenze e raccontano di abusi, persecuzioni, deliranti professioni di fede.
Da leggere con grande attenzione.

Lawrence Wright, La prigione della fede, Scientology a Hollywood, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra, La collana dei casi, Adelphi edizioni 2015.

A pranzo con Orson

HJ: I francesi conoscevano Quarto potere?
OW: Credevo che a Parigi fosse stato un successone, e invece una volta là scoprii tutto il contrario. Non sapevano chi fossi. Non sapevano cosa fosse il Mercury Theatre, la mia compagnia, e io pensavo di sì, visto che io conoscevo il loro teatro. Mi hanno proprio snobbato. Quarto potere diventò famoso solo più tardi, e molti lo detestarono. Negli Stati Uniti fu capito; in Europa, no. La prima volta che ne sentirono parlare fu quando Jean-Paul Sartre lo demolì. Ci scrisse sopra un papiro di quarantamila parole.
HJ: Be’, magari lo trovò politicamente offensivo; non so.
OW: No. Secondo me lo fece fuori perché fondamentalmente è una commedia.
OW: Lo è. Nel senso classico del termine. Non perché faccia sbellicare dal ridere, ma perché gli elementi tragici sono caricaturali.
HJ: Non ho mai pensato a Quarto potere come a una commedia. È profondamente emozionante.
OW: Certo, ma anche le commedie possono emozionare. La grande epopea di Xanadu ha un lato satirico. E Sartre, che non ha il senso dell’umorismo, non poteva apprezzare.

 

APCOA pranzo con Orson è un libro diviso in due parti: una tratta del 1983 — l’anno in cui si svolse la maggior parte dei dialoghi — e l’altra degli anni 1984-1985. Rispetta una cronologia di massima e non è rigida.
È il risultato dello sbobinamento di quaranta nastri rimasti chiusi in una scatola da scarpe per decenni. Registrazioni di conversazioni che settimanalmente, per circa tre anni, Henry Jaglom, attore, regista e sceneggiatore, ebbe con Welles al tavolo di un ristorante mitico, il Ma Maison di Los Angeles.
A leggerle ci si sente come se si ascoltasse di nascosto Welles raccontare e far battute (senza filtri) sui vari personaggi che costellano il mondo del cinema. Da Marlon Brando, definito “un salsiccione, una scarpa fatta di carne”, a Woody Allen, “fisicamente ripugnante”, ad Humprey Bogart, bollato come “un vigliacco”. Il meglio del gigionismo wellesiano applicato al conformismo del tempo. Welles è stato soprattutto un grande intrattenitore: un affabulatore che aveva imparato a raccontare per vivere.
“Non ho mai avuto nessun problema con gli estremisti di destra. Li ho sempre trovati simpaticissimi sotto ogni aspetto, a parte la politica. Di solito sono meglio di quelli di sinistra”. E ancora: “Non mi interessa l’artista, mi interessa la sua opera. E più rivela, meno mi piace. Mettiamola così: non mi dà fastidio vedere l’artista nudo, ma detesto vederlo mentre si spoglia.

Andiamoci, allora, a pranzo con Orson…

A pranzo con Orson, Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles, traduzione di Mariagrazia Gini, La collana dei casi, Adelphi 2015.

Cianfrusaglie del passato

Wislawa Szymborska non amava l’invadenza, neppure postuma. Non ha mai voluto avere una biografia esteriore: ha sempre pensato che tutto quello che aveva da dire sul proprio conto fosse contenuto nelle sue poesie. Quando le fu assegnato il Nobel, i giornalisti che la attorniavano si sentirono dire che la vincitrice non rispondeva volentieri a domande riguardanti la sua vita e non capiva le persone che dispensano confidenze su tutto. Quali riserve interiori restano loro? Riteneva infatti, e lo ha ribadito in più occasioni, che parlare di sé comporti un impoverimento interiore. «Confidarsi in pubblico è come perdere l’anima. Qualcosa bisogna pur tenere per sé»

cianfrusagliePrima di vincere il Nobel, a settantatré anni, Wislawa Szymborska non aveva rilasciato che una decina di interviste perlopiù brevi. È chiaro quindi che il suo profilo biografico ufficiale nei vari dizionari enciclopedici sia ancora oggi piuttosto scarno.
Grazie a Anna Bikont e Joanna Szczęsna ora sappiamo come Wislawa ammirasse la pittura di Vermeer e come non sopportasse il gioco del Monopoli, ma anche come non amasse la confusione e non disdegnasse la visione di film dell’orrore, che visitasse con piacere i musei archeologici e non riuscisse a immaginare come qualcuno potesse non avere nella propria biblioteca domestica Il Circolo Pickwick di Dickens. Veniamo inoltre a sapere del suo grande amore per Michel de Montaigne, ma anche della poca simpatia per Napoleone e di quanto apprezzasse la pignoleria. Ci dicono anche le sue due biografe che la Szymborska scriveva in posizione semidistesa e che era un’appassionata di indici, note, citazioni, rimandi, sommari e bibliografie, che di tanto in tanto andava all’Opera e che nutriva simpatia per uccelli, cani, gatti e per la natura in genere. E poi che un tempo era stata innamorata di Sherlock Holmes e che tra i suoi registi preferiti annoverava Federico Fellini, ma anche che era un’ammiratrice di Ella Fitzgerald, su cui avrebbe voluto comporre una poesia, ma ne era venuto fuori solo un elzeviro.

Anna Bikont-Joanna Szczęsna, Cianfrusaglie del passato, La vita di Wisława Szymborska, a cura di Andrea Ceccherelli, La collana dei casi, Adelphi 2015.