Parliamo di filosofia, di filosofi

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Cammino con Sandro lungo il sentiero dedicato ad Albino Celi detto El Vù, leggendaria figura di recuperante a cui si è ispirato Ermanno Olmi nel film I recuperanti e Mario Rigoni Stern nel racconto Le stagioni di Giacomo.
Siamo ancora in Canal di Brenta e percorriamo la linea di postazioni approntate durante la prima guerra mondiale denominata “linea di sbarramento delle stelle e dei terrazzi”. Camminiamo e parliamo, ma non parliamo di guerre passate. Parliamo di filosofia, di filosofi. E Sandro mi racconta di come nell’antichità i filosofi venivano considerati personaggi bizzarri, fuori dagli schemi, un po’ come El Vù ai suoi tempi.
Erano gente a parte, questo è poco ma sicuro. Gente strana che disprezzava il denaro. Gente ἄτοπος, inclassificabile, come lo era Socrate, come è stato più volte definito (anche dai suoi “colleghi”).
E ciò che li rendeva ἄτοπος era proprio il fatto di essere “filo-sofi” nel senso etimologico della parola, cioè amavano la σοφία, la sapienza. Poiché la sapienza, come dice Diotima nel Convito di Platone, non è uno stato umano, è uno stato di perfezione nell’essere e nella conoscenza che può essere solo divino. Ed è l’amore per questa sapienza, estranea al mondo, che rende il filosofo estraneo al mondo.

Fonte di gioiosi smarrimenti

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È un modo di dire: si vive alla giornata come in un bosco, dove crescono alla rinfusa varietà diverse di alberi, sempreverdi e no, creando fantasiose macchie di colore.
Nell’annosa penombra di oggi, qui sull’Altipiano, tutto continua a essere frondoso e fonte di gioiosi smarrimenti fornendoci un’idea grandiosa della promiscuità che regna nella moltitudine di tutte le cose viventi.
Insomma, alla fin fine, come scriveva Mario Rigoni Stern, “a mano a mano che crediamo di scoprire la natura ci si accorge invece che stiamo rovinandola: nei nostri boschi il calpestio di tanti piedi rovina il suolo generatore e di conseguenza il rinnovo del sottobosco e della foresta.”

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Il larice. Albero cosmico lungo il quale scendono il sole e la luna

mariorsasiagoDa sempre l’albero ha esercitato sugli uomini sensazioni di mistero e di sacro e il bosco è stato il primo luogo di preghiera. Dice Plinio il Vecchio nella sua “Naturalis historia” che «… non meno degli Dei, non meno dei simulacri d’oro e d’argento, si adoravano gli alberi maestosi delle foreste». Agli alberi come specie o anche come singole creature sono legati miti e leggende, favole e fiabe ma anche storie vere. Gli antichi poeti raccontano di Egido, mostro spargitore di fuoco, che distrusse le foreste dalla Frigia alle Indie e dal Libano alla Libia; infine fu vinto e venne ucciso dalla dea Atena nella pianura dell’Epiro.
Forse questo mostro sacro era stato ideato per esprimere le violenze devastanti dei conquistatori o, anche, il bisogno delle società in crescita di aumentare i terreni coltivabili. Ma il risultato fu anche che questi grandi e disordinati diboscamenti portarono diminuzione delle piogge, inaridimento delle sorgenti e l’inizio del deserto. Fu da allora, come scrive Adolfo di Bérenger nel suo bel saggio “Dell’antica storia e giurisprudenza forestale” (Venezia, 1863) che gli uomini al fine di dover proteggere gli alberi e i boschi decisero leggi per la conservazione: «… e l’afforzarono col mistero della religione, perché fossero meglio rispettate ovunque e da tutti».
Oggi, dopo migliaia d’anni, il fenomeno della distruzione forestale si va ripetendo in altri luoghi della Terra; e se poco valgono gli allarmi degli scienziati, se leggi non vengono emanate o rispettate, quali miti, quale forza di religione si dovrebbero ideare, quale nuova dea Atena dovrebbe intervenire per fermare il novello Egido ignivomo che devasta la grande foresta dell’Amazzonia?
Con queste rievocazioni, amici lettori, vorrei raccontarvi di quanto sugli alberi sono venuto a sapere nel corso dei miei anni, di quanto ho appreso camminando e lavorando per boschi, da testi anche antichi, da poeti e boscaioli, da dottori forestali, e spero, come vado dicendo da un po’ di tempo, che la carta che uso per questo mio scrivere valga almeno l’albero che l’ha data Incomincerò dagli alberi del mio brolo e poi dirò di quelli della mia terra, perché di tutti sarebbe impossibile scrivere e se, alla fine, qualcosa sono riuscito a comunicarvi, mi sentirò lieto nel cuore. Prossimi alla mia casa sono due larici, me li vedo davanti agli occhi ogni mattino e con loro seguo le stagioni; i loro rami quando il vento li muove, come ora, accarezzano il tetto.
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