Dalle Porte di Ferro al Monte Athos

A Orşova ritornava il Danubio. In quel punto era largo quasi un chilometro e meno, ma subito a occidente ribolliva fra i mulinelli della stretta gola del Kazan — il «Calderone» —, che misura appena centocinquanta metri. Da quando mi ero lasciato alle spalle Budapest, questo fiume insaziabile si era rimpinzato delle acque della Bava, della Drava, del Tibisco, del Maros, della Morava, e di tutta una serie di tributari meno noti. Poco dopo Orşova, al centro del fiume, la piccola isola di Ada Kaleh divideva la corrente. La fila di tetti di legno dell’isola, impennacchiata di pioppi e gelsi, era rotta all’improvviso da una bassa cupola e da un minareto, e per le strade vagavano curiosi personaggi in costume ottomano; l’isola infatti era rimasta etnicamente turca, unico frammento superstite in Europa centrale, al di fuori delle moderne frontiere della Turchia, di quell’immenso impero che era stato fermato e poi costretto ad arretrare solo davanti alle porte di Vienna. Le montagne basse e scoscese sulla sponda opposta appartenevano alla Iugoslavia.

lsiCerti capolavori incompiuti sono appassionanti, inafferrabili, ti aprono la mente e un po’ ti cambiano.
La strada interrotta è una sorta di libro sospeso e fa parte di una trilogia (con Tempo di regali e Fra i boschi e l’acqua) che è un caso unico fra i libri di viaggio del Novecento.
I primi due libri Fermor li rievoca a distanza di quaranta e cinquant’anni (in com­pleta assenza di diari e tac­cuini) raccontando lo  straordinario viaggio di uno studente diciottenne che nel 1933 parte da Hoek van Holland per raggiungere a piedi Costantinopoli.
Fermor rievoca il suo viaggio in età matura, ma non riuscirà a con­clu­dere la revi­sione del terzo mano­scritto. Arriverà a scrivere fino alle Porte di Ferro del Danubio, vicino al punto in cui converge la frontiera rumeno-bulgara, a ottocento chilometri dall’odierna Istanbul.
Solo nel 2013, due anni dopo la sua morte, è gra­zie a un com­plesso lavoro di siste­ma­zione del mate­riale super­stite che Colin Thu­bron (tra i più importanti, attuali scrittori di viaggio viventi, presidente della Royal Society of Literature) e Arte­mis Coo­per riescono a portarci il tas­sello man­cante della tri­lo­gia.
“I lettori pazienti ne hanno dedotto che l’autore dovesse essere stato vittima di un blocco dello scrittore, causato dai difetti della memoria o dallo sforzo di eguagliare il suo stesso impareggiabile stile. Ma nel 2011, alla sua morte, Fermor ha lasciato un manoscritto della narrazione conclusiva che lo aveva tormentato per così tanti anni con le sue imperfezioni e la sua elusività. Non è mai riuscito a completarla come avrebbe voluto. I motivi sono incerti. Il problema era oscuro persino per lui, e La strada interrotta lo risolve solo parzialmente. Il fascino del libro risiede non solo nella (quasi) conclusione della sua epopea giovanile, ma nella luce che getta sul metodo creativo di quest’uomo brillante e molto riservato.”

Patrick Leigh Fermor, La strada interrotta – Dalle Porte di Ferro al Monte Athos, traduzione di Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

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Fra i boschi e l’acqua

Forse avevo sostato sul ponte troppo a lungo. Sulle rive slovacca e ungherese si addensavano le ombre e il Danubio, pallido e veloce, lambiva le banchine dell’antica città di Esztergom, dove una ripida collina sollevava la Basilica dentro il crepuscolo. Poggiata sul suo anello di colonne, la grande cupola e i due campanili palladian, da cui partiva ora un rintocco più breve, sorvegliavano per molte leghe lo scenario che andava imbrunendo. D’improvviso, la banchina e l’erta che saliva oltre l’Arcivescovado erano deserte. Il posto di frontiera si trovava all’estremità del ponte, perciò mi affrettai a entrare in Ungheria: la gente che il Sabato Santo aveva radunato sulla riva del fiume era salita alla piazza della cattedrale, dove la trovai a passeggio sotto gli alberi, a conversare in piccoli gruppi nell’attesa. Sotto di noi digradavano i tetti, e poi foresta e fiume e palude correvano grigi incontro alle ultime tracce del tramonto.

fermor adelphiPatrick Leigh Fermor racconta la bellezza e l’emozione del viaggiare scrivendo di un periodo di cinque mesi nel 1934, di quando, diciannovenne, intraprende un viaggio (a piedi, a cavallo e in chiatta) fino a Istanbul attraverso l’Ungheria e la Transilvania.
Dorme a volte nei boschi e spesso in case signorili grazie a lettere di presentazione, incontra e osserva luoghi incontaminati in cui il ritmo della vita è cadenzato, armonioso, autentico. Vede cicogne ritte su una zampa tra i ramoscelli di vecchi nidi sui tetti di paglia e sui comignoli, antichi passatoi di pietre, pecore immerse fino al ventre in un mare di margherite, cupole sormontate da cuspidi gotiche, fitti boschi scoscesi, prati ondulati e biblioteche con migliaia di volumi e tutto l’armamentario del collezionista di insetti. I suoi soggiorni “beati e felici” in queste terre tranquille sono piacevoli da leggere come romanzi inglesi o russi del diciannovesimo secolo.

Fermor è uno straordinario compagno di viaggio. Non è legato a calendari o convenzioni e nella sua curiosità è implacabile. Fra i boschi e l’acqua è un piccolo grande classico della letteratura di viaggio.

Patrick Leigh Fermor, Fra i boschi e l’acqua. A piedi fino a Costantinopoli: dal Medio Danubio alle Porte di Ferro, traduzione di Adriana Bottini, Jacopo M. Colucci, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2013.