Viaggio nei Balcani

vnbElisabetta Tiveron ha occhi curiosi, è una viaggiatrice sensibile e attenta. Sa cogliere la profondità e l’essenza dei luoghi che visita e ha capito quanto il cibo sia intriso di significati simbolici, tanto che unisce persone e culture anche quando le frontiere separano.
I Balcani sono un miscuglio di etnie molto complesso. Una sorta di crocevia in cui culture e storie si sono intrecciate e sovrapposte tra loro per secoli dando luogo a una cucina straordinariamente varia, crogiolo di culture alimentari mediterranee e slave, eccellente mix fra Occidente e Oriente.
Il cibo nei Balcani è amalgama, punto d’incontro, un modo per dare il benvenuto e far sentire a proprio agio l’ospite.

“… pensiamo a tutti quei piccoli produttori che abbiamo incontrato nei mercati, o lungo le strade, che non avevano mai lasciato la terra, o ci sono ritornati perché da lì potevano ripartire, piantando alberi da frutta, coltivando ortaggi, dedicandosi all’apicoltura o alla pastorizia, riscoprendo e rivalutando prodotti e metodi di lavorazione.”

Nutrirsi viaggiando è un po’ introiettare il mondo altrui, tentare di capirlo, di comprenderlo. Ma il momento più importante è l’arrivo in un altrove, l’incontro con l’altro.

“Io e mia sorella Caterina continuiamo a guardarci intorno con aria incantata, facendo domande al signor Aljović (con il solito linguaggio fatto di parole in varie lingue e ricorrendo alla proverbiale gestualità italiana, di cui siamo spontaneamente dotate…) sulla produzione del somun.
Lo vediamo orgoglioso del nostro interesse, che capisce essere sincero e reale. E orgoglioso del proprio lavoro. È una bella persona, emana serenità e pacatezza. Con me e Caterina ha un atteggiamento quasi paterno, come se ci conoscesse da tanto tempo, e non da pochi minuti. Ci regala dei pani che cominciamo a mangiare subito, sono bollenti ma non sappiamo resistere… Ci piacerebbe rimanere lì per l’intero pomeriggio: l’atmosfera ci affascina, il profumo è inebriante, il sapore di quel pane assolutamente meraviglioso… ma non vogliamo rubare altro tempo prezioso ai panettieri. E poi, abbiamo l’intero quartiere ancora da esplorare… Ringraziamo, salutiamo, torniamo in strada sotto la pioggia leggera (che di Iì a breve diventerà intensa) e ricominciamo la nostra passeggiata, continuando a mangiare somun, finché non sparisce anche l’ultima briciola…”

I Balcani hanno un fascino discreto che Elisabetta Tiveron ha saputo cogliere ed esprimere parlando di incontri, di conoscenze, di confronti.

“Impossibile camminare per le strade di Sarajevo senza essere attratti dall’arcobaleno cromatico dei dolcissimi lokum (con conseguente voglia di provarli tutti), dal profumo del pane e della carne grigliata, senza essere tentati dalle morbide poltrone fuori dai caffè, che invitano a fermarsi e dedicarsi a quello che viene comunemente (e talvolta spregiativamente) chiamato “ozio” e che invece dovremmo definire “riappropriazione del tempo”…”

Il viaggio è un percorso per farci ritrovare con noi stessi e forse per metterci alla prova. Quindi niente pacchetti all-inclusive, niente smania di arrivare, solo il desiderio di potersi gustare il cammino.
Perché in questo taccuino tutto speciale è possibile sentire profumi, sapori, vedere colori e luci diverse da quelle a cui siamo abituati. Ma anche incontrare la solidarietà autentica e la dimensione umana della vita.

“Della Bosnia non è facile parlare, perché la gente si porta dentro ferire così grandi, e i segni della guerra sono ancora così visibili da spostare facilmente l’attenzione su questioni diverse dal cibo.
Città come Sarajevo e Mostar destabilizzano. A un certo punto senti irrefrenabile il bisogno di avere una visione d’insieme, come se questo ti permettesse di capire meglio passato, presente e futuro… e l’unico modo per farlo, fisicamente, è inerpicarsi sulle colline intorno e guardare dall’alto.”

Perché viaggiare è vagare, osservare, parlare, stupirsi. Preparare un bagaglio il più possibile leggero e riempirlo strada facendo. E poi conoscere, capire, confrontarsi.
(MC)

Elisabetta Tiveron, Viaggio nei Balcani, Kellerman 2014.

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Ricordati dei fiori

Ricordati dei fiori COPERTINA 2Già l’idea di scrivere un libro che parla della morte è un rischio letterario. Il tema solletica quanto l’amore, nelle forme più disparate e la banalità è sempre in agguato, a meno che non si tratti di un romanzo giallo, dove per convenzione la nera signora entra per diritto prepotente, anche quando non aggiunge una lettera, che sia una, a tutto ciò che è già stato detto e per omnia saecula saeculorum amen, nel suo genere.
Lo strano libro di Giuseppe Braga Ricordati dei fiori, uscito a maggio 2015 per l’editore Priamo, percorre una strada per quanto possibile veramente originale.
L’autore, provvisto di tenerezza e di spirito di osservazione autentici, scrive un curioso e piacevole livre de chevet, dove la narrazione procede per racconti essenziali con descrizioni spesso lapidarie (mi si perdoni l’accostamento cimiteriale), o per baluginanti considerazioni o anche per citazioni: ognuna di esse progressivamente numerate e su cui è possibile ritornare a riflettere. L’evento da cui muove è la morte prematura del padre. Fin qui siamo nella dolorosa normalità. Ma l’intenzione letteraria si dipana in una forma dall’espressività, quasi toccante, di colta ingenuità: nel testo non entrano le ardite speculazioni filosofiche sul Mistero, se prima non sono state rese potabili attraverso un’operazione di sapiente traduzione. Risaltano soltanto da aneddoti, dalla singolare minuziosa osservazione della vita che scorre accanto alle sepolture, giacché sono sempre i vivi, cioè chi resta, a definire il senso dei gesti comuni, delle piccole manie, degli atti di pietà e a farne scaturire emozioni o atteggiamenti di discutibile significato, dove i sentimenti si mescolano con il kitsch degli arredi funebri. E dove l’involontaria comicità delle situazioni si fonde, per le regole che dominano la realtà quotidiana, al dolore profondo. Braga teme, con grande pudore, che la pesantezza di un racconto così toccante, le conseguenze della perdita del caro papà, possano trasformarsi in un esito lacrimevole. Così alterna ai passaggi di una cronaca familiare davvero commuovente altrettanti stacchi dove entrano con pari dignità definizioni da humor inglese che stemperano, ma senza mai sporcarla, l’atmosfera sconvolgente che fa immediato seguito al lutto.
L’autore fa avvertire al lettore la potente implosione che scatena la percezione dell’assenza inesorabile, ma quasi mai riferendosi, come misura del dolore, a se stesso. Piuttosto si serve discretamente degli altri che sono coinvolti nell’identico dramma e soprattutto della madre: sono quelli suoi gli occhi che luccicano e i tremori. Oppure, quasi a esorcizzare la ferita, scarica sul fratello la propria tensione, facendolo apparire quasi inopportuno e invadente, nella sua capacità di sognare spesso il padre e di farne partecipe appunto la mamma, rinnovandone così il dolore. L’autore usa figure emblematiche, come l’amico Pietro, quando traccia percorsi che portano a indagare in astratto sul nostro destino, anche se l’operazione è facilitata, ma solo in apparenza, da una dose troppo abbondante di birra che invece aggiunge ulteriore confusione all’enigma insolubile.
Gli appartengono direttamente le descrizioni attraverso gli oggetti, come l’auto da vendere che quasi assume un valore personificato, la ruspa, le statuine, i fiori e tanti altri simboli. Tutti questi rendono al lutto la dimensione malinconica, ma umanissima che gli compete: non conosciamo la morte e forse non è neppure il caso di pronunciare questo nome terribile. Ci appartiene il regno della vita che pure scorre quotidiana intorno ad essa e da essa ricava paradossalmente un motivo per esistere, corazzati da una garbata, ma non impudente ironia. È un bel libro da consigliare per la lettura, questo di Braga: assolutamente scorrevole, scritto sempre facendo attenzione alla lezione di Calvino che impone leggerezza, sorriso, anche se malgrado tutto potranno, maledizione alla debolezza, comparire delle lacrime specie a chi riconosce nel testo il percorso di una propria esperienza vissuta.

(di Roberto Masiero)