Notturno cileno

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel giovane invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea. A mio presunto discredito. Bisogna essere responsabili. È tutta la vita che lo dico. Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi. Io sono responsabile di tutto. I miei silenzi sono immacolati. Che sia chiaro.

 

ncbTra le migliaia di pagine che gli scrittori latinoamericani hanno scritto sulle diverse dittature militari che hanno governato le loro terre, pochi sono stati così efficaci come Roberto Bolaño, che nel suo Notturno cileno ci offre un’immagine allegorica del Cile di Pinochet così pieno di fantasmi, torturatori e coprifuoco.
In questo breve romanzo — una sorta di rovesciamento della storia ufficiale cilena del XX secolo — Bolaño ci presenta un personaggio difficile da dimenticare, tale Sebastián Urrutia Lacroix, sacerdote dell’Opus Dei e critico letterario di punta del quotidiano cileno El Mercurio.
“Mi chiamo Sebastian Urrutia Lacroix. Sono cileno. I miei antenati, da parte di padre, erano originari della Biscaglia o dei Paesi Baschi o di Euskadi, come si dice oggi. Da parte di madre provengo dalle dolci terre di Francia, da un villaggio il cui nome significa Uomo in terra o Uomo a piedi, il mio francese, in queste ore finali, non è più buono come un tempo. Ma ho ancora la forza di ricordare e di rispondere alle offese di quel giovane invecchiato che all’improvviso si è presentato alla porta di casa mia e senza la minima provocazione e del tutto inopinatamente mi ha coperto di insulti. Questo sia chiaro. Io non cerco lo scontro, non l’ho mai cercato, io cerco la pace, la responsabilità delle azioni e delle parole e dei silenzi. Sono un uomo ragionevole. Sono sempre stato un uomo ragionevole. A tredici anni sentii la chiamata del Signore e decisi di entrare in seminario. Mio padre si oppose. Non con eccessiva determinazione, ma si oppose. Ricordo ancora la sua ombra che scivolava nelle stanze di casa, come se si trattasse dell’ombra di una donnola o di un’anguilla. E ricordo, non so come eppure lo ricordo, il mio sorriso in mezzo al buio, il sorriso del ragazzino che ero.”
Bolaño ci ricorda che il romanzo può arrivare a farci sentire il senso poetico del mondo ed è come una casa in cui non regna l’imitazione servile della vita, ma solo l’esperienza viva della letteratura. Ci parla, attraverso il monologo di Lacroix, del rapporto tra letteratura e critica, del silenzio colpevole sulla repressione cilena, ma anche dell’ipocrisia di acconsentire il silenzio e del ruolo chiave avuto dagli scrittori cattolici.
Per Bolaño scrivere è fondamentale. E vivere senza sensi di colpa è come abolire la memoria, perpetuare la codardia.
“Farewell mi domandò che impressione avessi avuto di Neruda. Cosa vuole che le dica, risposi, è il più grande. Per un po’ restammo entrambi in silenzio. Poi Farewell fece due passi nella mia direzione e vidi comparire la sua faccia di vecchio dio greco svelato dalla luna. Arrossii dolentemente. La mano di Farewell si posò per un secondo sul mio fianco. Mi parlò della notte dei poeti italiani, la notte di Jacopone da Todi. La notte dei Disciplinanti. Li ha letti? Mi misi a balbettare. Dissi che in seminario avevo letto di sfuggita Giacomino da Verona e Pietro da Bescapè e anche Bonvesin de la Riva. Allora la mano di Farewell si contorse come un verme tagliato in due dalla zappa e si ritirò dal mio fianco, ma il sorriso non si ritirò dal suo volto. E Sordello?, disse. Quale Sordello? Il trovatore, disse Farewell, Sordel, o Sordello. No, dissi io. Guardi la luna, disse Farewell. Le lanciai un’occhiata. No, non così, disse Farewell. Si volti a guardarla. Mi voltai. Sentii che Farewell, alle mie spalle, mormorava: Sordello, quale Sordello?, quello che bevve con Riccardo di San Bonifacio a Verona e con Ezzelino da Romano a Treviso, quale Sordello? (e allora la mano di Farewell premette di nuovo sul mio fianco!), quello che cavalcò con Raimondo Berengario e con Carlo I d’Angiò, il Sordello che non ebbe paura, non ebbe paura, non ebbe paura. E ricordo che in quel momento presi coscienza della mia paura, anche se preferii continuare a guardare la luna.”

Roberto Bolaño, Notturno cileno, traduzione di Ilide Carmignani, Fabula, Adelphi 2016.

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Un’unica grande ossessione: la letteratura

MATEO AGUIRRE BENGOECHEA
Buenos Aires, 1880 – Comodoro Rivadavia, 1940

Proprietario di un’enorme estancia nella provincia del Chubut, che amministrò personalmente e alla quale pochi amici ebbero accesso, la sua vita fu un enigma oscillante tra il bucolico-contemplativo e la personificazione del titano. Collezionista di pistole e di coltelli, amava la pittura fiorentina e detestava, invece, quella veneziana; fu un eccellente conoscitore della letteratura in lingua inglese, ma la sua biblioteca, nonostante i regolari ordinativi a diversi librai di Buenos Aires e d’Europa, non superò mai i mille volumi; coltivò il celibato, la passione per Wagner, per alcuni poeti francesi (Corbière, Catulle Mendès, Laforgue, Banville) e per alcuni filosofi tedeschi (Fichte, August Wilhelm Schlegel, Friedrich Schlegel, Schelling, Schleiermacher); nella stanza dove scriveva e sbrigava l’amministrazione delle sue terre abbondavano le mappe e gli arnesi agricoli; su muri e scaffali coesistevano armoniosamente i dizionari e i manuali pratici insieme alle fotografie sbiadite dei primi Aguirre e a quelle lucenti dei capi di bestiame premiati alle fiere.
Scrisse quattro romanzi felici e distanziati nel tempo (La tempesta e i giovani, 19 11; Il fiume del diavolo, 1918; Ana e i guerrieri, 1928, e L’anima della cascata, 1936) e una breve raccolta di versi nei quali si rammarica di essere nato troppo presto e in un paese troppo giovane.
La sua corrispondenza è molteplice e precisa; suoi corrispondenti, letterati americani ed europei delle più varie tendenze che lesse con attenzione e ai quali non giunse mai a dare del tu.
Odiò Alfonso Reyes con un accanimento degno di miglior causa.
Poco prima di morire, in una lettera inviata a un amico di Buenos Aires, auspica un periodo fulgido per l’umanità, il trionfale ingresso in una nuova età dell’oro, e si domanda se gli argentini sapranno essere all’altezza delle circostanze.

lett nazista bolano adelphiLa letteratura nazista in America si presenta come un dizionario biografico che raccoglie trenta brevi racconti di poeti, scrittori e redattori (tutti inventati) che sposano idee politiche fasciste o di estrema destra.
Diversi fra loro mantengono un atteggiamento estremista e violento nei confronti del mondo, ma, in fondo, la maggior parte sono semplicemente dei sentimentali illusi o dei letterati frustrati. Provengono da tutti i paesi latino-americani, ma almeno una mezza dozzina sono cittadini degli Stati Uniti, tra cui il predicatore fanatico Rory Lungo, il poeta e il giocatore di football Jim O’Bannon, lo scrittore di fantascienza JMS Hill e il fondatore della Fratellanza Ariana, Thomas R. Murchison, alias il texano.
Sono tutti più o meno legati, in modi diversi, fra loro. Ci sono mondani, avventurieri, psicopatici, delinquenti, tanti sognatori. Tutti uniti da un’unica grande ossessione: la letteratura.
Ciò che colpisce di questi ritratti non è tanto la loro plausibilità (in un certo modo esile e intermittente), ma la loro abbondanza e la notevole varietà.
Bolaño, con La letteratura nazista in America, testimonia la potenza pura della letteratura e prova a giocare un gioco complicato bilanciando in modo accurato derisione e umorismo nero. Solo di tanto in tanto ricorda gli orrori del Reich di Hitler e della Spagna di Franco o le atrocità perpetrate dai generalissimos.
Vero punto satirico di Bolaño sembra essere quello di mettere in evidenza come tutti questi immaginari fanatici, con le loro meschine rivalità e i loro movimenti ridicoli, non sono poi tanto diversi dai veri scrittori e dagli editori della scena letteraria contemporanea. In fondo vogliono quello che ogni artista vuole: che l’integrità estetica sia riconosciuta e soprattutto premiata.

Roberto Bolaño, La letteratura nazista in America, traduzione di Maria Nicola, Fabula, Adelphi, 2013.