Ricordati dei fiori

Ricordati dei fiori COPERTINA 2Già l’idea di scrivere un libro che parla della morte è un rischio letterario. Il tema solletica quanto l’amore, nelle forme più disparate e la banalità è sempre in agguato, a meno che non si tratti di un romanzo giallo, dove per convenzione la nera signora entra per diritto prepotente, anche quando non aggiunge una lettera, che sia una, a tutto ciò che è già stato detto e per omnia saecula saeculorum amen, nel suo genere.
Lo strano libro di Giuseppe Braga Ricordati dei fiori, uscito a maggio 2015 per l’editore Priamo, percorre una strada per quanto possibile veramente originale.
L’autore, provvisto di tenerezza e di spirito di osservazione autentici, scrive un curioso e piacevole livre de chevet, dove la narrazione procede per racconti essenziali con descrizioni spesso lapidarie (mi si perdoni l’accostamento cimiteriale), o per baluginanti considerazioni o anche per citazioni: ognuna di esse progressivamente numerate e su cui è possibile ritornare a riflettere. L’evento da cui muove è la morte prematura del padre. Fin qui siamo nella dolorosa normalità. Ma l’intenzione letteraria si dipana in una forma dall’espressività, quasi toccante, di colta ingenuità: nel testo non entrano le ardite speculazioni filosofiche sul Mistero, se prima non sono state rese potabili attraverso un’operazione di sapiente traduzione. Risaltano soltanto da aneddoti, dalla singolare minuziosa osservazione della vita che scorre accanto alle sepolture, giacché sono sempre i vivi, cioè chi resta, a definire il senso dei gesti comuni, delle piccole manie, degli atti di pietà e a farne scaturire emozioni o atteggiamenti di discutibile significato, dove i sentimenti si mescolano con il kitsch degli arredi funebri. E dove l’involontaria comicità delle situazioni si fonde, per le regole che dominano la realtà quotidiana, al dolore profondo. Braga teme, con grande pudore, che la pesantezza di un racconto così toccante, le conseguenze della perdita del caro papà, possano trasformarsi in un esito lacrimevole. Così alterna ai passaggi di una cronaca familiare davvero commuovente altrettanti stacchi dove entrano con pari dignità definizioni da humor inglese che stemperano, ma senza mai sporcarla, l’atmosfera sconvolgente che fa immediato seguito al lutto.
L’autore fa avvertire al lettore la potente implosione che scatena la percezione dell’assenza inesorabile, ma quasi mai riferendosi, come misura del dolore, a se stesso. Piuttosto si serve discretamente degli altri che sono coinvolti nell’identico dramma e soprattutto della madre: sono quelli suoi gli occhi che luccicano e i tremori. Oppure, quasi a esorcizzare la ferita, scarica sul fratello la propria tensione, facendolo apparire quasi inopportuno e invadente, nella sua capacità di sognare spesso il padre e di farne partecipe appunto la mamma, rinnovandone così il dolore. L’autore usa figure emblematiche, come l’amico Pietro, quando traccia percorsi che portano a indagare in astratto sul nostro destino, anche se l’operazione è facilitata, ma solo in apparenza, da una dose troppo abbondante di birra che invece aggiunge ulteriore confusione all’enigma insolubile.
Gli appartengono direttamente le descrizioni attraverso gli oggetti, come l’auto da vendere che quasi assume un valore personificato, la ruspa, le statuine, i fiori e tanti altri simboli. Tutti questi rendono al lutto la dimensione malinconica, ma umanissima che gli compete: non conosciamo la morte e forse non è neppure il caso di pronunciare questo nome terribile. Ci appartiene il regno della vita che pure scorre quotidiana intorno ad essa e da essa ricava paradossalmente un motivo per esistere, corazzati da una garbata, ma non impudente ironia. È un bel libro da consigliare per la lettura, questo di Braga: assolutamente scorrevole, scritto sempre facendo attenzione alla lezione di Calvino che impone leggerezza, sorriso, anche se malgrado tutto potranno, maledizione alla debolezza, comparire delle lacrime specie a chi riconosce nel testo il percorso di una propria esperienza vissuta.

(di Roberto Masiero)

Quella solitudine immensa di amarti solo io

Quella solitudineQuella solitudine immensa di amarti solo io, il nuovo romanzo di Paolo Pizzato, concentra nel titolo felice, cooptato da un verso di Solinas,  il significato di una tensione che avviluppa tutta la vicenda: niente è più furioso e lacerante che ritrovarsi immersi in una normalità assoluta, fino al limite della banalità quotidiana, e contemporaneamente sentirsi interiormente distanti, inadeguati, impauriti persino da ciò che ci dovrebbe soccorrere, sorretti soltanto dalla fiducia in un amore totale per il proprio, la propria partner. “Il ragazzo” (non ha neppure diritto ad un nome proprio, per marcare l’impersonalità di un’esistenza in bilico) ed Emma sono i protagonisti di questa storia attualissima e a suo modo paradigmatica: cosa ci può essere che va storto in una coppia che si ama teneramente, che ha una casa dignitosa, un lavoro dignitoso, eccetera? La nascita di un figlio desiderato può essere causa scatenante di un dissidio interiore? L’intuizione di Pizzato è proprio questa e la risposta imprevedibile è: sì!

Per questa coppia giovane che si ama davvero – come si direbbe – alla follia,  dopo il parto del piccolo Cristiano inizia una tragedia sommessa, in cui l’urlo di paura risulta attutito come dalle pareti imbottite nello studio di uno psichiatra. Il ragazzo, in apparenza simpatico e disinvolto, è atterrito da un senso cosmico di inadeguatezza, dall’incapacità di sentirsi pronto ad affrontare qualsiasi futuro e non tanto o non solo per le insidie malevole che potranno venire, ma per ciò che quotidianamente accade: non si sente neppure pronto e vive con malcelato terrore il nuovo ruolo di  padre. La sua disponibilità e l’affetto nei confronti della sua compagna e del piccolo sono massimi, ma nei momenti che contano Emma avverte l’assenza di un vero uomo che la possa sostenere: al fianco ha appunto un ragazzo che l’adora ricambiato, che fa tutto per bene comprese le piccole incombenze domestiche, ma in cui riconosce una fragilità esasperante. Lui è addirittura sfuggente, vorrebbe riavvolgere il tempo per non affrontare responsabilità troppo pesanti per la sua anima delicatamente patologica.

Stupisce in questa narrazione volutamente rallentata, che a tratti assume la meticolosa descrizione quasi ottocentesca dei particolari, del paesaggio, degli oggetti, dei gesti, l’improvviso irrompere dell’angoscia che è fatta di niente, di fantasmi impalpabili e perciò più spaventosi. Emma risulta un personaggio estremamente credibile e volitivo: lei soffre fisicamente nel suo ruolo caparbio di madre, prima nel dolore del parto, poi nel momento dell’allattamento; anche l’atto sublime e naturale di alimentare il proprio piccolo è reso eroico dalla sofferenza per un seno escoriato che sanguina.

Emma ed il suo ragazzo sarebbero destinati irrimediabilmente a veder franare una relazione così problematica, se non fosse che un amore potentissimo e lirico si pone come anestetico a sanare, almeno provvisoriamente, qualsiasi riconosciuta debolezza reciproca. Questa giovane coppia borghese rappresenta molto bene la liquidità delle relazioni in un mondo iperprotettivo, dove le contraddizioni qui esplodono malgrado la mancanza di problemi materiali (per capirci quelli delle generazioni passate dove si stava concentrati a trovare soluzioni utili a sbarcare il lunario),  e dunque l’irrequietezza e l’inquietudine si scaricano dal subconscio sulla componente psicologica e proprio per questo espone la coppia, come spesso accade di questi tempi, al rischio di altrettanto temibili fallimenti personali.

A volute lente si rivela una competizione difficile: Emma soffre della presenza di una madre invadente, la bonaria inconsistenza di un padre con essa schierato, che la fanno sentire costantemente immatura. Emma cerca in tutti i modi di affrancarsi dalla affettuosa, ma ingombrante tutela. Invece Il  ragazzo, nella sua estrema solitudine incompresa, evoca il bisogno di una madre, purtroppo morta, forse altrettanto possessiva, ma che lui sente ancora presente come un’ancora spirituale e con cui, nei momenti difficili si relaziona in una sorta di dialogo impossibile.

Questa prova artisticamente riuscita di Pizzato ha il merito notevole di aver rappresentato nella normalità l’imprevedibile irrompere dell’angoscia esistenziale, e proprio nel contesto dove meno te lo aspetteresti: la gioia per una nuova nascita. Con mano leggera ha tratteggiato i personaggi, riuscendo ad evitare che assumessero, nel paradosso continuo del proprio vivere, atteggiamenti caricaturali magari involontari. Usa con capacità una lingua per nulla scarna, ad arricchire di piacevolezza la storia che avvince, senza trucchi e colpi di scena, con rigorosa coerenza e momenti esaltanti dove l’amore è davvero, finalmente, amore allo stato puro.

(Roberto Masiero)

Paolo Pizzato, Quella solitudine immensa d’amarti solo io, Priamo-Meligrana, 2013.