Posts Tagged ‘traduzione di Ada Vigliani’

Storia naturale della distruzione

15 giugno 2016

wgssnddÈ difficile riuscire oggi a farsi un’idea anche solo vagamente adeguata dell’immane devastazione che si abbatté sulle città tedesche negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, e più difficile ancora riflettere sull’orrore che accompagnò tale devastazione. Anche se dagli Strategic Bombing Surveys degli Alleati, dai rilievi dell’Ufficio federale di statistica e da altre fonti ufficiali risulta che la sola Royal Air Force sganciò sul territorio nemico un milione di tonnellate di bombe in quattrocentomila incursioni, che delle centotrentuno città attaccate – alcune solo una volta, altre a più riprese – parecchie vennero quasi interamente rase al suolo, che fra i civili le vittime della guerra aerea in Germania ammontarono a seicentomila persone, che tre milioni e mezzo di alloggi andarono distrutti, che alla fine del conflitto i senzatetto erano sette milioni e mezzo, che a ogni abitante di Colonia e a ogni abitante di Dresda toccarono rispettivamente 31,4 e 42,8 metri cubi di macerie – anche se tutto questo ci è noto, non sappiamo però che cosa significhi nella realtà. Quell’opera di annientamento, senza precedenti nella storia, entrò negli annali della nuova nazione che andava allora costituendosi soltanto sotto forma di vaghe generalizzazioni, e sembra non aver quasi lasciato postumi dolorosi nella coscienza collettiva; un’opera di annientamento che è rimasta in larga parte esclusa dalla consapevolezza di sé elaborata a posteriori dalle vittime, che non ha mai svolto un ruolo rilevante nelle discussioni relative allo stato d’animo profondo del nostro paese e che – come avrebbe constatato in seguito Alexander Kluge – non ha mai assunto i connotati di esperienza-simbolo nell’immaginario collettivo.

da W.G. Sebald, Storia naturale della distruzione, traduzione di Ada Vigliani, Biblioteca Adelphi, Adelphi 2004.

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Aforismi per Marie-Louise

13 marzo 2015

Tre o quattro volte al giorno stringeva cordialmente la mano a se stesso, anziché ai visitatori che non arrivavano mai, e ogni volta era a sé che portava sorprendenti novità.

acElias Canetti comincia a dedicarsi ai suoi quaderni di appunti nel 1942 quando è esule in Inghilterra. Appunta idee su un quadernetto con grafia blu per staccare la mente (a guisa di «valvola di sfogo») dall’ostico e gravoso lavoro su Massa e Potere. Li regalerà, in seguito, alla bella aristocratica Marie-Louise von Motesiczky come pegno d’amicizia.
Col passar degli anni scrivere aforismi diventerà sempre più importante. La sua acutezza di pensiero lo annovera tra i più grandi autori tedeschi di aforismi. Si ricollega alla tradizione di Lichtenberg e Novalis, di Schopenhauer e Nietzsche, così come alla scuola dei moralisti francesi, in particolare a Pascal e a La Rochefoucauld, ma anche a Montaigne.
La sua è una scrittura realistica come poche. Scrive sempre e soltanto per combattere la morte, lo ribadisce più volte. Declina in nuove varietà sia l’aforisma tradizionale che il frammento e spesso trascende la classica polarità della massima spezzando la forma, per ricavarne nuove, sorprendenti asserzioni.

Elias Canetti, Aforismi per Marie-Louise, traduzione di Ada Vigliani, Piccola Biblioteca Adelphi, Adelphi 2015.

Forse Esther

18 novembre 2014

La sensazione della perdita si affacciava senza preavviso nel mio mondo peraltro sereno, aleggiava su di me, stendeva le sue ali, e io mi sentivo priva di aria e di luce, per una mancanza che forse non esisteva affatto Talvolta si manifestava come un lampo, subitaneo, come un malore, quasi che tutto d’un tratto mi sfuggisse il terreno sotto i piedi, remavo affannosamente con le braccia per salvarmi, per riprendere l’equilibrio, colpita da un proiettile che non era mai stato sparato, nessuno aveva detto Mani in alto! Questa ginnastica esistenziale nella lotta per mantenere l’equilibrio mi sembrava parte dell’eredità famigliare, un riflesso congenito. A scuola, durante l’ora di inglese ripetevamo l’esercizio: hands up, to the sides, forward, down. Allora pensavo che la parola ginnastica derivasse dalla parola inno, in russo cominciano entrambe con la g, gimnastika e gimn, e io tendevo con fervore le mani verso l’alto sforzandomi di toccare l’invisibile volta celeste.

FECostruire un albero genealogico è un po’ come fare un albero di Natale, con addobbi tirati fuori da vecchie scatole che sembrano avere cent’anni. Spesso in quei frangenti diverse palle di vetro se ne vanno in frantumi e alcuni angeli sono brutti, ma resistono sopravvivendo ai vari traslochi.
Nella mia famiglia, ricorda Katja Petrowskaja, c’era di tutto: un contadino, diversi insegnanti, un agente provocatore, un fisico e un poeta, ma c’erano soprattutto leggende.
Però, sottolinea Katja, “eravamo felici, e tutto in me si ribellava al detto di Tolstoj che ci è stato tramandato, secondo il quale, nella loro felicità, le famiglie felici si assomigliano tutte, mentre uniche nel loro genere sono solo quelle infelici, un detto che, adescandoci nella sua trappola, suscitava in noi la propensione all’infelicità, come se soltanto dell’infelicità valesse la pena parlare, mentre la felicità era vuota.”

Forse Esther
(che ha vinto il premio Ingeborg Bachmann nel 2013) è un libro profondo e potente, ma anche delicato e ironico. Un libro speciale in movimento da cui emergono in modo straordinario certe ombre della realtà che vengono descritte con un’empatia non comune e con un linguaggio meraviglioso in grado di far vibrare.

Katja Petrowskaja, Forse Esther, traduzione di Ada Vigliani, Adelphi, 2014.