L’ufficiale dei matrimoni

Livia Pertini si innamorò per la prima volta lo stesso giorno in cui Pupetta, la sua bufala preferita, vinse il primo premio. In paese, durante l’annuale Festa delle Albicocche, si svolgeva non solo una gara per il frutto migliore, cui concorrevano centinaia di minuscoli frutteti sulle pendici del Vesuvio, ma anche un concorso per la ragazza più graziosa della zona. La prima era sempre presieduta dal padre di Livia, Nino, perché si riteneva che il proprietario dell’osteria del paese avesse il palato più fino; giudice del secondo era don Bernardo, il prete, perché si pensava che, essendo celibe, potesse garantire una certa obiettività.

udmCon le quattro giornate di Napoli (27-30 settembre 1943) l’intera città è in prima linea, si alzano barricate in tutti i quartieri e ogni napoletano è lì a combattere fino a costringere i tedeschi alla resa.
Poche ore dopo, con l’arrivo degli americani, comincia un lungo e faticoso cammino verso la normalità, tra cumuli di macerie, apocalittiche eruzioni del Vesuvio, mercato nero, prostituzione ed epidemie.
Anthony Capella (autore anche de Il profumo del caffè, di The Food of Love e di Love and Other Dangerous Chemicals), davvero bravo a tradurre in parole aromi e profumi, ambienta qui il suo romanzo (catturando panorami, cibi e odori) e ci narra la seducente bellezza di questi luoghi, la ricchezza della cucina, l’orrore della guerra totale, avvolgendo tutto in una storia d’amore toccante.

La lettura di Capella è sempre scorrevole, la caratterizzazione dei personaggi ottima. Tra i protagonisti principali c’è il capitano dell’esercito britannico James Gould che è assegnato a Napoli come Ufficiale di nozze e il cui dovere è scoraggiare matrimoni tra soldati britannici e ragazze italiane, ma che non immagina nemmeno lontanamente quanto sarà difficile eseguire il suo lavoro.

Anthony Capella, L’ufficiale dei matrimoni, traduzione di Maddalena Togliani, I narratori delle Tavole, Neri Pozza 2015.

Dimore vuote

Huguette ricordava che il padre proibiva alle figlie di correre nel salone principale, detto Salon Doré. Aveva acquistato quella sala, che aveva le dimensioni di una casa intera, e l’aveva fatta ricostruire lì, lungo la Quinta Strada e i prati alberati dì Central Park. Il Salon Doré era un trionfo di preziosi intagli e di pannelli di legno dorato fabbricati nel 1770 per un nobile francese vanaglorioso. W.A. aveva fatto venire da Parigi gli stravaganti pannelli che andarono a ricoprire le pareti, e ne aveva fatti riprodurre altri da aggiungere agli originali, giacché l’antica sala francese era quadrata e quella americana, più grande, era rettangolare. Ammobiliò poi il salone con un orologio proveniente dal salottino privato di Maria Antonietta. Durante la Rivoluzione francese, quando l’ex regina era, come si direbbe oggi, agli arresti domiciliari nel palazzo delle Tuileries di Parigi, quell’orologio dorato aveva scandito le ore prima che venisse imprigionata e giustiziata. Un secolo dopo, quel salone veniva riservato alle occasioni più eleganti. Le bambine Clark potevano giocare nella stanza adiacente, più piccola, e sedere sul tappeto persiano del petit salon.

DVDimore vuote è la storia della vita di Huguette Clark, che è stata recentemente agli onori della cronaca negli Stati Uniti a causa della battaglia legale sul suo straordinario patrimonio immobiliare.
Huguette Clark era la figlia di William Andrews Clark (1839-1925), uno degli uomini più ricchi d’America, tra i fondatori di Las Vegas, un uomo che ha fatto la sua fortuna principalmente con le miniere di rame, ma anche con le ferrovie e il mercato immobiliare.
Huguette, ha vissuto una vita di privilegio inimmaginabile, ma intorno al 1941, senza alcuna ragione apparente, si è ritirata a una vita solitaria evitando il pubblico.

Dimore vuote è uno sguardo all’interno della follia e della ricchezza. Dall’ascesa del padre di Huguette al rapporto con la madre che volle crescerla in una villa con 121 camere, fino alle sue infermiere private, a cui donò più di trenta milioni di dollari tra contanti e beni immobili.
È la storia di una donna che possedeva case per 300 milioni di dollari, ma che le lasciò sfitte. Una donna che morirà a 104 anni, nel 2011, avendo trascorso gli ultimi venti in un ospedale e dopo essere guarita si rifiuterà di tornare in una delle sue tante (ma vuote) dimore.

Mettendo assieme diverse fotografie, aneddoti dolorosi e testimonianze indiscrete, gli autori hanno ricostruito un inconsueto collage che non solo racconta “l’ultimo ricco della Golden age americana”, ma ricorda in modo molto ben riuscito tre generazioni di storia del Novecento americano.

Bill Dedman-Paul Clark Newell, Dimore vuote, traduzione di Maddalena Togliani, collana Bloom, Neri Pozza 2015.

La strada alla fine del mondo

Non era un’isola naturale. L’erba che ci bagnava di rugiada le gambe e gli abeti rossi coperti di muschio erano cresciuti su una piattaforma artificiale. A ventiquattro chilometri da Hartley Bay lungo il Douglas Channel, questo era un antico villaggio della tribù Gitga. Anticamente, gli indigeni che vivevano qui avevano trascinato giù dalle montagne tronchi di cedro giallo, che non marcivano nell’acqua, li avevano deposti sul fondale del fiume e avevano creato la terra dove prima non esisteva. Su quest’isola avevano poi scavato dei pozzi e costruito una dozzina di case. Quando altre tribù attaccavano il loro villaggio sulla terraferma, le donne e i bambini venivano a rifugiarsi sull’isola.
Prima degli aeroplani e delle barche a vapore, la valle del Quaal era un’importante via commerciale che si collegava alla valle del fiume Ecstall attraverso un valico non molto alto. Da decenni ormai nessuno passava di lì. Lo avremmo fatto noi: ci apprestavamo a risalire a piedi il corso del Quaal e scendere lungo l’Ecstall. Ovviamente con i canotti, il sistema migliore.

aleutNel giugno 2007, Erin McKittrick e suo marito Hig lasciano Seattle per le Isole Aleutine e viaggiano lungo le coste della British Columbia e dell’Alaska attraverso alcuni dei terreni più accidentati del mondo.
La strada alla fine del mondo è la storia del loro viaggio senza precedenti, lungo la costa nord-ovest. Un viaggio di apprendimento e scoperta per capire meglio l’interazione tra comunità umane, ecosistemi e risorse naturali. Passo dopo passo, esplorando nel vero senso della parola.

Erin McKittrick, La strada alla fine del mondo, traduzione di Maddalena Togliani, Bollati Boringhieri 2014.