Euforia

Mentre si allontanavano dai Mumbanyo, qualcuno tirò una cosa verso di loro. Rimase a galleggiare a pochi metri dalla poppa della piroga. Una cosa marroncina.
«Un altro bambino morto» disse Fen.
Fen le aveva rotto gli occhiali, e Nell non poteva sapere se stesse scherzando.
Davanti a loro si apriva il lucente varco nella terra verde scuro dove si sarebbe infilata la piroga. Si concentrò su quello. Non si voltò più. I pochi Mumbanyo sulla spiaggia cantavano e suonavano per loro il tamtam della morte, ma lei non li guardò un’ultima volta. Ogni tanto i quattro rematori — tutti in piedi, rispondevano ai richiami della loro gente o ne lanciavano verso altre piroghe — vogavano in contemporanea, e allora un piccolo soffio di vento le sfiorava la pelle bagnata. Le piaghe le prudevano e tiravano, come se guarissero in fretta sotto l’aria asciutta e fugace. Il vento finiva e ricominciava, finiva e ricominciava. Nell sentì quanto ci metteva a percepirlo e poi a riconoscerlo, e capì che le stava tornando la febbre. I rematori smisero di vogare per infilzare una tartaruga dal collo di serpente; la caricarono sulla piroga che si contorceva ancora. Dietro, Fen cantò a bocca chiusa un lamento funebre per l’animale, troppo piano perché qualcuno lo udisse, a parte Nell.

 

LKEPer gli addetti ai lavori del suo mondo, Margaret Mead era una sorta di caricatura e di cliché, tanto che i risultati che ottenne furono spesso messi in discussione (forse perché donna?) e il suo lavoro classificato come curiosamente antiquato. Di certo si dimostrò antropologa culturale di spessore palesando idee alquanto salde.
Euforia è un romanzo liberamente ispirato alla sua vita. È il resoconto romanzato di un breve periodo di lavoro sul campo che la Mead svolse insieme ad altri colleghi lungo il fiume Sepik in Nuova Guinea nel 1933.
“Fra le tribù che aveva studiato non esisteva la solitudine. I bambini venivano messi in guardia fin da piccoli: se sei solo, gli spiriti ti rubano l’anima, o i nemici rapiscono il tuo corpo. Se sei solo, la tua mente si volge al male. Nelle varie culture c’erano spesso dei proverbi ammonitori e uno dei più ripetuti fra i Tam era: «Nemmeno un opossum cammina da solo». L’uomo sulla roccia era Xambun, e non stava accovacciato come un Tam, ma seduto, con le ginocchia leggermente sollevate e il torso piegato, gli occhi fissi su un punto dall’altra parte del lago. Era diventato in carne, coi fianchi larghi, per il riso e il manzo in scatola che davano da mangiare ai minatori. Le scarpe fanno più rumore dei piedi nudi — doveva aver capito che era Nell, ma non si voltò. Si portò la sigaretta alla bocca. Indossava ancora i pantaloni verdi della miniera, ma nessun ornamento: né perline, né ossi, né conchiglie.”
Una storia affascinante e coinvolgente, ben scritta, che ci offre una visione molto interessante sulla rivalità e sul desiderio dentro a un periodo formativo, in piena ricerca antropologica.

Lily King, Euforia, traduzione di Mariagrazia Gini, Fabula, Adelphi edizioni 2016.

 

 

A pranzo con Orson

HJ: I francesi conoscevano Quarto potere?
OW: Credevo che a Parigi fosse stato un successone, e invece una volta là scoprii tutto il contrario. Non sapevano chi fossi. Non sapevano cosa fosse il Mercury Theatre, la mia compagnia, e io pensavo di sì, visto che io conoscevo il loro teatro. Mi hanno proprio snobbato. Quarto potere diventò famoso solo più tardi, e molti lo detestarono. Negli Stati Uniti fu capito; in Europa, no. La prima volta che ne sentirono parlare fu quando Jean-Paul Sartre lo demolì. Ci scrisse sopra un papiro di quarantamila parole.
HJ: Be’, magari lo trovò politicamente offensivo; non so.
OW: No. Secondo me lo fece fuori perché fondamentalmente è una commedia.
OW: Lo è. Nel senso classico del termine. Non perché faccia sbellicare dal ridere, ma perché gli elementi tragici sono caricaturali.
HJ: Non ho mai pensato a Quarto potere come a una commedia. È profondamente emozionante.
OW: Certo, ma anche le commedie possono emozionare. La grande epopea di Xanadu ha un lato satirico. E Sartre, che non ha il senso dell’umorismo, non poteva apprezzare.

 

APCOA pranzo con Orson è un libro diviso in due parti: una tratta del 1983 — l’anno in cui si svolse la maggior parte dei dialoghi — e l’altra degli anni 1984-1985. Rispetta una cronologia di massima e non è rigida.
È il risultato dello sbobinamento di quaranta nastri rimasti chiusi in una scatola da scarpe per decenni. Registrazioni di conversazioni che settimanalmente, per circa tre anni, Henry Jaglom, attore, regista e sceneggiatore, ebbe con Welles al tavolo di un ristorante mitico, il Ma Maison di Los Angeles.
A leggerle ci si sente come se si ascoltasse di nascosto Welles raccontare e far battute (senza filtri) sui vari personaggi che costellano il mondo del cinema. Da Marlon Brando, definito “un salsiccione, una scarpa fatta di carne”, a Woody Allen, “fisicamente ripugnante”, ad Humprey Bogart, bollato come “un vigliacco”. Il meglio del gigionismo wellesiano applicato al conformismo del tempo. Welles è stato soprattutto un grande intrattenitore: un affabulatore che aveva imparato a raccontare per vivere.
“Non ho mai avuto nessun problema con gli estremisti di destra. Li ho sempre trovati simpaticissimi sotto ogni aspetto, a parte la politica. Di solito sono meglio di quelli di sinistra”. E ancora: “Non mi interessa l’artista, mi interessa la sua opera. E più rivela, meno mi piace. Mettiamola così: non mi dà fastidio vedere l’artista nudo, ma detesto vederlo mentre si spoglia.

Andiamoci, allora, a pranzo con Orson…

A pranzo con Orson, Conversazioni tra Henry Jaglom e Orson Welles, traduzione di Mariagrazia Gini, La collana dei casi, Adelphi 2015.