Deserto americano

Aveva sbagliato a dare un calcio al cane della prateria. Ora Luz Dunn se ne rendeva conto, ma era da un pezzo che non vedeva esseri viventi e la bestiola l’aveva spaventata. Si era svegliata verso mezzogiorno da un bel sogno, decisa a metterlo in pratica: si sarebbe provata tutti i vestiti che c’erano in casa, sgargianti, uno piú costoso dell’altro. E chissà com’erano quelli che l’attricetta si era portata via. Nel sogno, Luz li indossava tutti insieme, il seno tempestato di gemme e cosparso di brillantini, scie di paillette dorate a ricamarle il sedere, piume di satin che le sventolavano sui fianchi, ai piedi veli di pallido tulle fluttuanti come zucchero filato. Naturalmente, nel monotono mondo reale le cose andavano indossate una per volta. L’importante era avere un progetto, diceva Ray, per quanto futile. I venti di Santa Ana soffiavano forte attraverso il canyon portando con sé il particolato velenoso e Ray le ripeteva di trovarsi qualcosa da fare. Non doveva dormire cosi tanto.

 

daTre anni fa, Claire Vaye Watkins si è imposta sulla scena letteraria con Battleborn, una collezione di storie brevi (che per lo stile crudo e implacabile richiamano scritture come quelle di Cormac McCarthy, Denis Johnson, Richard Ford o Annie Proulx) che, in modo asciutto e ipnotico,  intrecciano la complessità delle relazioni umane con la mitologia e la topologia del West americano.
In questo suo primo romanzo, la Watkins guarda avanti, al futuro dell’Occidente, e ciò che vede è sabbia, siccità, disillusione, dune implacabili che inghiottono intere città e poi rotolano via.
Deserto americano è un romanzo innovativo e allucinatorio scritto con una profonda comprensione della natura umana, nel bene e nel male. Affascinante come un miraggio, delirante, audace, selvaggiamente divertente, ricco di idee e scenari sconvolgenti in cui si incontrano squatter, affaristi, saccheggiatori e rabdomanti. E tante storie da sogno, coinvolgenti e sorprendenti. Belle e inquietanti come un cimitero.

Claire Vaye Watkins, Deserto americano, traduzione di Massimo Ortelio, Bloom, Neri Pozza 2015.

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Storia della pioggia

Più viveva in questo mondo, più mio padre si convinceva che ce ne fosse un altro a venire. Non che per lui il mondo non si potesse salvare, anche se credo che lo pensasse nei momenti cupi; piuttosto immaginava che ce ne sarebbe stato uno migliore, dove Dio aveva corretto i propri errori e gli uomini e le donne vivevano la seconda stesura della Creazione, liberi dal dolore. Mio padre portava su di sé il fardello di un’ambizione smisurata: avrebbe voluto che tutte le cose fossero migliori di com’erano, partendo da lui stesso e arrivando al mondo intero. Forse perché era un poeta. Forse ogni poeta è condannato all’insoddisfazione. Dev’essere per colpa della luce che li abbaglia. Non l’ho ancora capito. Non so se il tempo arrugginisce o lucida l’anima dell’uomo, se è vero che è meglio guardare in alto piuttosto che in basso.
Noi siamo la nostra storia, la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo. L’io narrante e il narrato sono così evanescenti. Almeno per me.

sdpLa scrittura di Niall Williams è intensa, poetica e illuminante. Uno sguardo diretto sul volto delle cose che vede la bellezza anche nella deformazione più profonda e ci fa capire quanto il potere curativo della fantasia sia importante nella vita di ogni giorno.

Ruth Swain ha diciannove anni ed è costretta a passare sue giornate a letto in una mansarda di una fattoria irlandese, sotto la pioggia, nel “posto che spetta all’io narrante, fra questo è l’altro mondo”.
È ossuta, Ruth, e forse ha capito il vero valore delle cose e delle persone. Ha un viso affilato, delle labbra sottili, una pelle incapace di abbronzarsi ed è convinta che leggere poesie ad alta voce aiuti gli esseri umani a essere migliori.
Ha letto così tanti romanzi del diciannovesimo secolo già prima dei quindici anni che forse è diventata boriosa, “affetta dalla Sindrome della Ragazza Saputella, portatrice di opinioni e buoni voti, studentessa dell’inglese puro, matricola del Trinity Collage di Dublino”.

Ruth ha tre demoni sul suo cammino: la perdita di suo fratello gemello Aeney, la morte di suo padre, il poeta, e la malattia del sangue di cui soffre. Li affronta grazie alla letteratura, ai suoi personaggi, ai suoi luoghi, alle sue situazioni e alle sue case, ai suoi sentimenti e alle cose che, decennio dopo decennio, possono ricostruire un mondo la cui mappa imperfetta contiene il movimento del tempo e la cruda bellezza di ogni vita.
“Noi siamo la nostra storia”, dice Ruth, e “la raccontiamo per rimanere vivi o mantenere in vita quelli che raccontiamo”.

Niall Williams, Storia della pioggia, traduzione di Massimo Ortelio, Bloom, Neri Pozza 2015.

La collina delle farfalle

Uscì dal bosco e si ritrovò sul fianco della collina dove la vista si apriva di colpo, ma c’era qualcosa di sbagliato, qualcosa di strano. A parte il fatto che gli alberi sopra di lei erano disseminati di quel grumi marroni, l’intera valle aveva un aspetto irreale, come in un film di fantascienza. Da lì, si vedeva bene il versante opposto della montagna e la foresta che lo ammantava era interamente ricoperta da quelle cose irsute. Gli abeti che si scorgevano fra la bruma avevano i rami curvi, tanto ne erano carichi. L’aspetto squamoso e screziato dei tronchi e delle fronde saltava all’occhio, come se fossero imbrattati di cornflakes. Aveva due bambini piccoli, lei, ed era abituata a vedere le cose imbrattate di cornflakes. Quasi tutta la foresta, dalla valle al crinale, appariva sbiadita, il beige pallido delle foglie morte. Ma erano abeti, avrebbero dovuto essere scuri e comunque non si trattava del fogliame: quella roba si muoveva, le fronde brulicavano… D’istinto, fece un passo indietro, sebbene gli alberi fossero lontani da lei, al di là del canalone. Infilò la mano nella borsa in cerca di una sigaretta, ma poi si bloccò.

la collina delle farfalleUno dei doni di questo romanzo è lo splendore della sua prosa. Si sente che Barbara Kingsolver ha piacere di scrivere, di trasmettere con la massima precisione l’esatta sfumatura e intensità del suo pensiero, di creare immagini che lasciano dentro qualcosa di forte facendoci entrare in empatia con la vita reale.
La collina delle farfalle è un romanzo raffinato e complesso sugli effetti del riscaldamento globale, su come i cambiamenti nell’ambiente possono portare a cambiamenti significativi nella vita delle persone… Un libro che fa capire in modo intelligente cosa di questi tempi vale la pena tenere e cosa dovrebbe essere gettato…

Barbara Kingsolver, La collina delle farfalle, traduzione di Massimo Ortelio, I Narratori delle Tavole, Neri Pozza, 2013.

Questo suono è leggenda

Chip ce l’aveva detto di non uscire. Non sfidate la sorte ragazzi, aveva detto. Ma era stata una nottataccia e ci girava ancora la testa per via del cancherone. Costava poco l’acquavite dei contadini, ma scorticava le budella, e non aveva neanche un bell’aspetto, scura e melmosa nella bottiglia come acqua di palude.
Eravamo stravaccati in casa, le finestre tappate dalle lenzuola, ma un’alba di fuoco penetrava lo stesso nelle stanze e ti copriva la pelle come uno straccio caldo. Un paio d’ore prima eravamo ancora in quello studio nei vicoli. Un bugigattolo, un covo di spettri, più che un posto per far musica, i caloriferi sibilanti di vapore, le bottiglie che rotolavano sul pavimento sconnesso. Le sigarette ardevano come buchi rossi nel buio e fu questo a farmi capire che Hiero non era soddisfatto: il fumo immobile, la sigaretta incollata sulle sue labbra. Facevamo su e gi’ù nella stanza, fra un pezzo e l’altro, e si sentivano le corse dei topi sul soffitto. Dio, se eravamo tesi! Forse non facevamo proprio schifo, ma io mi sentivo fuori fase. Troppo nervoso, troppo distratto, troppo preso a fissare la porta. Per non parlare del cancherone e della clausura dello studio. Non riuscivo a lasciarmi andare. Mettevo l’anima in ogni nota, ma alla fine Hiero graffiava il disco e lo buttava nel cestino.

Questo-suonoHieronymus Falk, che tutti chiamano Hiero, è un giovane trombettista pieno di talento che, con dei suoi amici, ha fondato gli Hot Time Swingers, una famosa band di jazz che suona nei locali più in di Berlino e di tutta Europa. Nel 1940 gli Hot Time Swingers si trovano a Parigi e stanno per registrare un nuovo disco. Hiero sta aspettando il visto per l’America. È ricercato dalla Gestapo perché è un sangue misto, un “bastardo della Renania” nato da una donna tedesca e da un nero delle colonie francesi. Il visto, però, non arriva in tempo e un giorno, mentre Hiero e suoi compagni sono seduti in un bar, irrompe la Gestapo che lo arresta portandolo a Mauthausen…
Una storia avvincente ricca di personaggi ben disegnati quella di Questo suono è una leggenda. Una delizia stilistica che è però molto più di un esercizio di stile.

Esi Edugyan, Questo suono è una leggenda, traduzione di Massimo Ortelio, Neri Pozza, 2013.